QUANDO IL LAVORO INTELLETTUALE DIVENTA “1800 EURO PER UN MINUTO”

Quanto ci avrà messo Lucio Fontana a tagliare la tela? Nella notissima fotografia di Ugo Malis si vede l’artista, padre dello spazialismo, mentre sta per eseguire un taglio su di una tela con il suo taglierino Stanley. In realtà il processo era molto più laborioso. Lo spiegava lui stesso così: “Ho bisogno di molta concentrazione. Cioè non é che entro in studio, mi levo la giacca, e trac! Faccio tre o quattro tagli. No, a volte, la tela, la lascio lì appesa per delle settimane prima di essere sicuro di cosa ne farò, e solo quando mi sento sicuro, parto, ed è raro che sciupi una tela; devo proprio sentirmi in forma per fare queste cose”. C’era poi l’operazione tecnica, che seguiva un iter preciso e tutt’altro che semplice. Insomma, per tagliare una tela Fontana lavorava molto. L’inconsapevole padre del “questo lo potevo fare anch’io” era attentissimo alla tecnica oltre che all’operazione concettuale. Oggi i suoi “Concetti Spaziali” valgono decine di milioni di euro. Direste mai che prende milioni per un taglio col cutter? Sabato il Presidente del Consiglio, in sostanza, ha detto una cosa molto ma molto simile. E visto il lavoro di chi scrive rientra nella categoria “lavoro intellettuale”, quel lavoro per cui devi pensare parecchio e saper anche pensare parecchio, prima di scrivere qualcosa o di dire qualcosa, ecco, diciamo che siamo di fronte ad un problema piuttosto serio.

Sapete bene da dove tutto è iniziato. Dalla faccenda “Scurati”, gestita in modo piuttosto imbarazzante dalla Rai meloniana. Rai che, intendiamoci, dagli esordi, con qualsiasi governo, è sempre caduta su questioni censorie, e quindi non è affatto una novità. Il problema vero, e dirimente, è che questa volta l’argomento era il 25 aprile, e il governo dei non-antifascisti, ha censurato uno scrittore che gli chiedeva di essere antifascisti. Ovviamente se avessero lasciato che Scurati leggesse il monologo, probabilmente non se lo sarebbe filato nessuno. Ora invece quel monologo è ovunque, la gente lo sta imparando a memoria. Che il burocrate che l’ha censurato sia il suo agente letterario? Verrebbe da dire che il governo si impegna fortemente per l’antifascismo a questo punto. Monologo che, ad essere onesti, non è nemmeno un brano di alta letteratura. Dice cose abbastanza banali, tipo che il fascismo è intrinsecamente violento e che se nel 2024 sei di destra ma non dici di essere antifascista lasci aperta una porta piuttosto ampia per il neo fascismo. I suoi libri sono molto più completi e coinvolgenti di qualsiasi monologo. Potreste obiettare dicendo che affermare che il fascismo è violenza è banale per noi e mica per la destra italiana, e avreste anche ragione. A Vicenza, Fratelli d’Italia non vuole assolutamente cedere alla clausola antifascista proposta dalla giunta Possamai ad esempio. Clausola che, sempre per essere onesti, non ci appassiona più di tanto e troviamo piuttosto capziosa, ma il dubbio fortissimo è che se ti incaponisci per non firmarla stai solo ammettendo che tu antifascista non lo sei. Nella città due volte medaglia d’oro per la Resistenza, tutto questo è molto deprimente.

Ma torniamo al lavoro intellettuale, che la premier ha ridotto a “1800 euro per un minuto di monologo”. Nel 2019 uscì per Feltrinelli un libro molto divertente chiamato “Il Censimento dei Radical Chic”, di Giacomo Papi. Un romanzo che mostrava un’Italia trasfigurata dai peggiori istinti, in cui i poveri sono dei figuranti pagati dal governo, i rom sono usati in parchi di divertimento alla Westworld (ma senza automi) e una figura ibrida come il primo ministro dell’Interno sparge odio e qualunquismo forte del suo mai calante appoggio popolare (“Lo schifo è quello che le persone hanno dentro. E io sono il ministro dell’Interno perché sto dentro ognuno di voi“). Il prossimo obiettivo diventa allora chiaro: gli intellettuali. Accade che il professor Giovanni Prospero cita Spinoza in un talk show televisivo e, svergognato pubblicamente per l’utilizzo di “parole difficili“, viene freddato di fronte casa come un pericoloso sovversivo. Si scatena allora un’escalation viscida e ambigua che individua nella cultura il nemico pubblico numero uno. Ecco, già nel 2019 definirlo divertente era riduttivo, oggi temo sia fuorviante. Come “Idiocracy”, quel film del 2006 dove un ragazzo piuttosto normale se non anche un po’ tonto, si sveglia nel 2500 in cui si ritrova a essere l’uomo più intelligente di un mondo ormai preda dell’idiozia. Se non l’avete visto recuperatelo e ditemi se non è una distopia realistica al massimo. L’ha scritto e diretto Mike Judge, quello di Beavis and Butt-Head.

Quando sabato Giorgia Meloni ha deciso di dire la sua sul caso Rai/Scurati, ha fatto quello che ormai è il marchio di fabbrica della destra italiana: ha fatto la vittima e ha deriso “l’avversario” dicendo che “la sinistra” (?) crea un caso dal nulla in un’Italia nel frattempo piena di problemi. Il solito trucchetto retorico che però in questa occasione è risultato davvero offensivo. Soprattutto perché non si è fermata a ridurre il lavoro intellettuale di Scurati ad una questione di tempo (come se si limitasse a quel minuto), lo ha anche paragonato allo “stipendio mensile di molti dipendenti”. Questo è populismo in purezza. Quella sottocultura che nel nome di una “semplificazione” dei problemi per conto del popolo, svilisce ogni tema e disprezza la complessità evidenziando solo l’ignoranza che esprime. È trasversale, sta a sinistra e a destra, sempre di più, pericolosamente sempre di più. Sentire ridurre il lavoro intellettuale, appunto, a “1800 euro per un minuto”, è una cosa che va contro tutto lo sforzo che professionisti della cultura, della comunicazione, dell’arte e della conoscenza in senso lato, cercano di fare nonostante tutto in questo sventurato paese.

Non si sa quando sia iniziata questa corsa al ribasso. Forse quando un ministro un po’ snob disse che “con la cultura non si mangia”. Forse quando gli intellettuali hanno iniziato ad estinguersi. L’ex direttore del salone del libro di Torino, Nicola Lagioia, ha addirittura lanciato un appello chiedendo di farsi sentire “alle scrittrici e gli scrittori, le intellettuali e gli intellettuali di questo paese, le lavoratrici e i lavoratori del mondo editoriale”. Tira brutta aria, questo è sicuro. Ma se pensassimo venga solo dal governo sbaglieremmo di grosso. Il populismo, l’uno vale uno, l’allontanamento preoccupante e costante da ogni forma di intellettualismo e dal riconoscimento dell’importanza del lavoro intellettuale, è drammaticamente trasversale. Giorgia e famiglia, ci mettono solo il carico da undici sul tavolo, con un lavoro di propaganda e di intolleranza e prepotenza che lascia piuttosto allarmati. Non dirlo è diventato francamente impossibile.

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