La Biennale e Israele

Alla fine di febbraio sono state già raccolte 12.000 firme per escludere Israele dalla prossima Biennale di Venezia: artisti, curatori e docenti chiedono la testa degli artisti israeliani che avrebbero dovuto parteciparvi. Quindi la 60ma Biennale di Venezia, che aprirà i battenti il prossimo 20 aprile curata dal brasiliano Adriano Perosa, potrà ancora essere titolata Foreigner everywhere (Stranieri ovunque)? No, con tutta evidenza, quando sono gli stessi artisti e curatori a non volerlo. Siamo ormai avvolti da una coltre d’ipocrisia che tracima con violenza cieca, non appena le viene data l’occasione. Ma quindi devono essere gli artisti, teorici depositari di libertà, a pagare eventualmente il prezzo delle scelte del loro Governo? O forse è proprio invitando gli artisti di un Paese discusso che si riesce a rappresentare l’intento di separare le scelte di carattere politico-militare dal respiro leggero dell’arte? Non è poi così complicato dare eventuale ospitalità in terre neutrali a quegli artisti che, incolpevoli, vogliono lanciare i loro messaggi in totale indipendenza dalle azioni militari in corso. Antipasto di quel che potrà avvenire, solo tra pochi mesi, all’avvicinarsi delle Olimpiadi francesi, dove si annuncia la stessa insopportabile mattanza di libertà individuali. Il codice penale sancisce la responsabilità individuale dell’azione criminosa, ma, con ogni evidenza, il tribunale del popolo artistico, già assiso dinanzi alla ghigliottina mediatica dell’esclusione, pregusta invece il sapore acre dell’esecuzione, in nome di una purezza che distingue i decisori dagli esclusi, in nome e per conto di una superiorità morale che li vede orgogliosamente dalla parte giusta, quella decisa per volere divino, oltre ogni possibile considerazione laterale, sopprimendo il contraddittorio elementare che altro non è che la base fondativa di ogni democrazia. Ci stiamo abituando alle esecuzioni basate su una neo-lingua elementare di orwelliana memoria che non distingue, non esamina, non valuta, non studia, ma accorpa, rifiuta, esegue, ignora ogni altra soluzione possibile. Una comunità civile, riflessiva, matura raccoglierebbe firme contro questa barbarie che nasconde un insopportabile istinto di superiorità acquisita, votata all’eliminazione dell’altro come lavacro morale della propria superbia. Non è accettabile infatti punire con la pena massima talenti, artistici o atletici, che dedicano la loro vita all’eccellenza nelle loro rispettive specificità, che vengono così tranciate alla base con una semplice, ottusa alzata di mano. Chi si è dedicato per anni all’evoluzione della propria sensibilità, chi ha passato la propria giovinezza nelle palestre, nelle strade, alzandosi due ore prima dei propri compagni per tuffarsi 360 giorni l’anno nella piscina dei propri sogni, chi ha sollevato pesi, vogato, cavalcato, combattuto, saltato, marciato oltre ogni possibile resistenza, rinunciando anche al dolce della nonna la domenica mattina, chi ha corso consumando scarpe, gravando sulle risorse dell’intera famiglia per anni, chi ha conosciuto il tavolo operatorio a vent’anni per riuscire a continuare, mettendosi al limite dopo l’ennesimo infortunio, merita un tratto di penna per una cannonata decisa a livello geopolitico? Ci sono mille e una possibilità alternative per condannare un’azione politica senza sterminarne le prime vittime, cioè quei talenti che, ad ultima istanza, non rappresentano certo la totalità delle istanze del loro Paese d’origine, quanto l’intento di nobilitare con la loro azione distintiva e preziosa il meglio della comunità umana, senza necessariamente baciare la bandiera, quando non se lo merita. Non so se ai tempi delle stragi sui treni a Natale, dell’abbattimento di aerei di linea coperti ancor oggi dal segreto di Stato, delle bombe nelle banche, nelle piazze, nelle stazioni, dei tratti di autostrada fatti saltare col tritolo per eliminare i Falcone e i Borsellino, sia mai venuto in mente di escludere gli artisti e gli atleti italiani per indegnità oggettiva del loro Governo. Ma avrebbero quindi potuto farlo.

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