In morte di Vitaliano Trevisan. Il ricordo della comunità di ViCult. Un articolo corale.

ViCult è una comunità. E quando in una comunità accade un lutto, è umano che ci sia raccoglimento generale, che il lutto tocchi tutti quanti. La morte di Vitaliano Trevisan rappresenta una perdita importantissima dal punto di vista culturale per la nostra provincia. Abbiamo quindi pensato fosse giusto dare spazio a più gente possibile per ricordarlo. Non necessariamente suoi amici stretti, ma dei vicentini che l’hanno in ogni caso letto, vissuto a modo loro, e che sono parte integrante del nostro mondo culturale. Si è pensato a 15 persone, perché simbolicamente ognuna rappresenta mille passi dentro la memoria di Vitaliano.  Attori, operatori culturali, scrittori, musicisti, intellettuali, gente comune. E a tutti abbiamo chiesto un ricordo libero, che fosse legato a qualcosa di suo che si era letto, o alla sua persona, o a quel che rappresenta perdere uno scrittore oggi come oggi nel vicentino. Insomma, libertà totale. Talmente totale che sono giunti nella nostra casella mail contributi molto originali e diversi per durata e tematiche. Ma era giusto così alla fine. Qualcuno tra gli interpellati, più di qualcuno a onor del vero, ha declinato l’invito e la cosa non stupisce più di tanto. Trevisan era persona decisamente divisiva e definirlo “difficile” è usare un eufemismo. Inoltre il suo rapporto con la città era lacerato. E Vicenza storicamente riconosce a stento il valore dei suoi artisti ma è sempre pronta a giudicarli. Città di personalismi che critica il poeta e non la poesia, per citare Ezra Pound. Città in cui, se sei strano, vieni bollato subito. Certo che Vitaliano era anche un uomo spiacevole, impossibile non riconoscerlo. Un uomo ostico che ha rotto amicizie, esasperato rapporti, reagito con maleducazione, ma aveva il talento che hanno in pochissimi. Cosa dobbiamo giudicare quindi? Qualche idiota nei social ha pure cercato di iscrivere la sua fine dentro al derby no vax/ pro vax. Questi sono i nostri tempi d’altronde. Non si può comunque dire fosse il bardo berico per eccellenza. Lo era però in modo pungente, dissacrante e al tempo stesso preciso e disarmante. Forse il malmostìo di Trevisan era il malmostìo di questa città. Ha scritto bene Paolo Lanaro sul Giornale di Vicenza di sabato scorso dicendo che quando uno scrittore diventa tutt’uno con ciò che scrive allora il “perturbamento” (per ricordare il suo amato Bernhard) diventa pericoloso. Vita e letteratura dovrebbero viaggiare in corsie separate forse, parallele ma separate. Ma chi può dirlo davvero? La parola la lasciamo a questo spaccato vicentino in una sorta di rispettosa cerimonia postuma.

P.S. Se contate vi renderete conto che gli interventi sono 16 e non 15. Capita che tra un si e un no, ci scappi la somma finale. Poco male. Anzi, così i passi diventano 16mila, mille in più verso la futura memoria. Ci scusiamo con chi avrebbe voluto partecipare con i suoi pensieri e non è stato inserito, ma è stato fatto tutto molto in fretta per ovvi motivi. Cogliamo l’occasione comunque di ringraziare tutti. Chi ha scritto qualcosa, chi si è rifiutato, chi avrebbe voluto ma non è stato chiamato.

ANNALISA CARRARA

Manchi. Per l’unicità della tua parola, per la sua profondità e il lucido disincanto. Per quell’appartenere alla stessa nostra storia sempre restituita da distanze che svestono sentimenti e aggettivi banali. Manchi. E spero adesso tu possa scollinare nuvole e cieli, smaterializzati da terra e dolore. Manchi ma, come vedi, restano ricordi di quanto di netto, tagliente, ironico e profondo hai scritto e detto. Le tue parole restano qui, adesso più di prima.

STEFANO FERRIO

Vitaliano Trevisan esordisce declinando in modo nuovo e formidabile quel tema della “passeggiata” impresso a fuoco dal Genius Loci delle terre vicentine negli scrittori qui venuti al mondo. I suoi “quindicimila passi” svelano nuove strade possibili, nella geografia fisica ed extrasensoriale della città, a oltre un secolo di distanza dagli amorosi vagabondaggi di Piero Maironi e Jeanne Dessalle in “Piccolo mondo moderno” di Antonio Fogazzaro, e a minore distanza temporale dal pellegrinaggio della Memoria che compie, fra l’urbe palladiana e i colli Berici, il protagonista autobiografico de “Le furie” di Guido Piovene. E passeggiare, aggirarsi voracemente curioso e disincantato, fra le presenze e i manufatti della comunità in cui è nato, è stato il tratto che ha continuato a contraddistinguere la scrittura meravigliosamente sofferta di Vitaliano, fino a fargliene dare testimonianza compiuta e ragguardevole nelle pagine di “Works”, l’opera per cui molti, credo, lo ricorderanno.

NICOLA BERTOLDO

Ricordo di maggio.

Ore 8 e 17 di mattina, la fresca brezza in cima alla terrazza dell’Everest mi fa rabbrividire, probabilmente mi sono vestito poco.

Siamo in pochi ma tanti.

Vitaliano inizia  la lettura di un brano inedito.

Coinvolto nel suo mondo, smetto di avere freddo.

FEDERICO PELLE

Ho avuto il piacere di lavorare a fianco di Vitaliano nel 2005. Era l’uomo che la sua fama anticipava: schivo, diretto, asciutto, perennemente in bilico tra il mondo che i suoi occhi guardavano e ciò che il suo sguardo sapeva cogliere. Ciò che mi colpì maggiormente fu il modo in cui parlava. Le parole singole, così come le frasi intere iniziavano con una certa energia e terminavano spente, quasi sussurrate: dovevi prestare attenzione. Nel suo modo di parlare vi era tutto quel mondo che alzava la voce, ma che necessitava di attenzione a ciò che diceva sommessamente, per comprendere la realtà in modo più completo ed esaustivo. La lezione era straordinaria: per comprendere l’essenza delle cose si doveva prestare attenzione a ciò che si percepiva appena. Tutto il resto era fin troppo chiassoso e lui quel provincialismo così chiassoso non piaceva per niente.

ALESSIO MANNINO

Avrebbe commentato con disprezzo le sviolinate postume, così come avrebbe irriso qualsiasi tentativo di interpretarlo, incluso questo. Meglio, forse, i silenzi eloquenti di taluni che erano stati mandati al diavolo da quell’omo salvadego che era. Bastava incontrarlo una volta per intuirne la solitudine psichica, nient’affatto romantica, stratificata nel profondo, invincibile. A cui tuttavia dobbiamo alcune fra le più intense opere, letterarie e teatrali, degli ultimi vent’anni in Italia. Questo è un fatto, punto. Scriveva con il sangue, Trevisan. E a quanto pare, si era stancato di soffrire. E questo è tutto.

ALBERTO GALLA

Roccioso: così potrei definire l’uomo Trevisan, e in parte anche la sua scrittura, mai banale, sempre franca, a volte impietosa. Il “male oscuro” della sua esistenza traspare tra le sue righe, ma io credo che per poter definire la qualità e il valore della sua scrittura dovremo uscire dalla cronaca, dall’emozione e dalla tristezza che hanno suscitato la sua fine e lasciare trascorrere il tempo. Solo così, liberati da ogni condizionamento e da ogni giudizio sulla persona capiremo se lo scrittore Trevisan segue il solco di tanti suoi conterranei e contemporanei e potrà avere un posto tra i grandi scrittori del nostro tempo

MASSIMO FAGARAZZI

Trevisan è uno degli autori che più mi hanno influenzato. Il mio ultimo libro Memorial è ispirato a lui come anche a Thomas Bernhard, drammaturgo che proprio lui mi ha fatto conoscere. Era una persona ostile perché scevra di ipocrisie, dotata di uno sguardo beffardo verso gli aspetti della società che più fanno soffrire gli uomini sensibili. Quante volte mi sono immedesimato nei suoi testi circolari, quante volte ho riconosciuto le stesse turbe interiori. Ogni volta che rivedrò una panchina di Parco Querini ripenserò al suo Cerchio Rosso e alla sottile distanza che ci separava eppure ci univa, e che ci ha portati dinanzi a tristezze condivise.

PIERGIORGIO PICCOLI

Nessun pensiero, solo ricordi.  Nel 2002 leggo un bellissimo libro che mi scortica. Rintraccio l’autore e gli chiedo al telefono di parlargli di persona. Capisco che ama il teatro ma ne ha paura. Ci incontriamo nel suo monolocale vicino al cimitero, fra cicche, cicchetti e chiacchiere sulla recitazione, sulla città e su Bernhard. Mi illudo sulla nascita di un’ amicizia mentre mi parla di sé, del suo passato, della sua ex moglie, delle sue ossessioni. Ha bisogno di compagnia. Mi fa leggere tutti  i suoi copioni teatrali inediti, fra cui il bellissimo Wordstar(s) che tento invano di proporre al Teatro Stabile. Poi tutti i racconti, quelli non ancora pubblicati. Gli porto dei vestiti che non uso più nella hall di un albergo, di notte, dove fa il portiere. Organizziamo una conferenza per lui a Santa Corona, ma fa finta di non esserci. Non parla. Sulla scena si staglia la stampa originale di Bacon da lui citata ne “I quindicimila passi”, rintracciata per l’occasione. E’ più espressiva di lui. Avanti. Con lui metto in scena frettolosamente un suo dialogo sull’attore Falzarano, poi progettiamo di allestire il suo testo “Oscillazioni”, che in seguito preferisce fare con altri per questioni economiche. Ecco la grande chiamata di Toni Servillo, che ospito nella mia sede per provinare gli attori di un testo del Signor V. I due prima si amano, poi si odiano. Infine lo chiama Matteo Garrone; mi chiede di accompagnarlo in auto a Roma, ma rifiuto. Troppo dura. Torna con una troupe ed un film da girare, anche come attore. In quel personaggio diventa visibile il suo malessere, il suo tormento: bocca contratta e occhi gelidi. Poi un altro film con la sua sceneggiatura in cui ho un piccolo ruolo, mentre lui interpreta un regista teatrale facendo la mia caricatura. Da allora un lungo silenzio con brevi e insignificanti incontri. Lo vedo che prende appunti nei tavolini dei bar e fa carriera. Resta vivo l’affetto dei primi tempi e la sensazione di un dialogo mancato per troppo narcisismo, desiderio di rivalsa e disprezzo per l’umanità. Mi fa specie che si sia congedato subito dopo un mio lavoro su Guido Morselli, scrittore uscito di scena come lui, alla stessa età ma con meno fortuna editoriale. Vitaliano Trevisan mancherà. Rimpiangeremo la sua voce abile, sprezzante, disincantata. Spero abbia finalmente trovato quel mondo senza gente che disperatamente anelava. 

CLAUDIO BERTORELLI

Per il ricordo personale ci vorrà tempo, e metodo, come avrebbe detto Lui.

Oggi posso solo dire che Vitaliano è un talento estremo, libero dai pregiudizi altrui e schiavo dei propri demoni, più contradditorio con se stesso che coerente con gli altri, non amato da una certa appartenenza di classe perché ne frantuma i costumi consolidati: prima togliendo i vestiti, poi la pelle, poi il sangue e infine disossandola.

E’ il primo di una nuova specie: il lupo-eremita urbano. Scende in città per sopravvivere culturalmente ed economicamente, studia i soggetti come preda da cibo e poi rientra alla tana sulla cascata, non alla casa sulla cascata. Nel bosco ci sta non alla Rigoni Stern, cerca i sassi da collezione e un pó di legna secca per riscaldarsi lo stretto necessario. Questa sua natura inimitabile lo rende anche un raffinato paesaggista e gli va dato merito se un nuovo alfabeto per questi temi si fa largo nell’agenda politica.

Vitaliano è quindi un grande al presente. Descrive a molte generazioni diverse le contraddizioni e le piaghe radicate anche in questa terra avanzata che è il Veneto, una su tutte l’omertà dei comportamenti reali.

Da domani non va santificato ma riconosciuto come un interprete necessario della nostra Modernità.

SIMONA SIOTTO

“Lei non sa chi sono io”. parole non rivolte a me, ma ad un impiegato comunale che non lo aveva riconosciuto al telefono. La mia ultima conversazione, telefonica purtroppo, con Vitaliano, partiva dal dover superare questo gap…ma ci abbiamo messo un minuto, forse anche meno, per parlare della ragione per la quale mi aveva cercata: voleva incontrarmi per avviare qualche nuovo progetto culturale ma eventi sfortunati hanno fatto si che questo non avvenisse. Poco prima ci aveva fatto l’onore di partecipare, come attore, al Film “La Rua – La Magia di Vicenza” ed il risultato del testo e  delle riprese, forse inaspettatamente, lo aveva entusiasmato. Credo volesse ripartire da qui, da una visione della cultura non selettiva ma comunque attenta e seria, come piace a me. A me piaceva la sua ruvidezza, che era autentica schiettezza: Ti guardava dritto negli occhi, leggendoTi dentro, e nella sua delusione verso il mondo lui, gigante ed alieno al tempo stesso, non era capace di mentire. Lo ringraziero’ sempre di cuore per l’onore della Sua conoscenza, lieta, con molta umilta’, che ci abbia fatto l’onore di partecipare ad un progetto che gli aveva lasciato una bella sensazione, lui che troppe volte era statO tradito e poco ascoltato.

PINO COSTALUNGA

Ricordo le nostre lunghe “biciclettate”, anche notturne, nelle calde estati, agli inizi della nostra frequentazione, poco più che adolescenti. Parlavamo di tutto, di letteratura (e  litigavamo, sui gusti diversi, perché io allora amavo gli italiani – Pavese, Morante – e tu gli americani – Steinbeck, Hemingway -…), e sparavamo “cazzate a raffica” di cui ridevamo a crepapelle…..non sempre è stato facile esserti vicino, soprattutto in questi ultimi tempi, ma quello che mi porto  di te è un senso forte di amicizia,  forte e vera, che ci ha unito per molti e molti anni. Ciao Vitaliano. Pino

LUCA DAL MOLIN

Ciao Vitaliano, uomo fragile e visionario mi raccontavi mi parlavi… 

Chi ama Bernhard, si accosterà con piacere all’opera di Trevisan. “La vita ci spaventa, pensavo, ma la morte ci spaventa ancora di più, questa è la verità, pensavo nella veranda. Tra il disgusto e il nulla, ho finito sempre per scegliere il disgusto, il disgustoso e l’insopportabile al nulla, penso. Come spiegare altrimenti tutti questi anni di inutile resistenza, tutti i diversivi messi in atto, in una assurda strategia della dilazione, per tutti questi anni? Vivere ci sembra a volte davvero intollerabile, ma l’idea di morire ci è sempre altrettanto intollerabile”. 

DAVIDE FIORE

A dispetto della prima parte del suo nome, Vitaliano non aveva il patema di procurarsi un certificato di immortalità. Ciò che in una ventina d’anni la sua capacità di analisi ha offerto alla setta dei suoi seguaci, riportando senza ipocrisia le ombre di quella parte d’Italia in alto a destra, è uno sberlone dopo lo stato di ipnosi del “meglio di noi non v’è”. Vitaliano ha posto, di continuo, sé stesso nello spazio – tempo nordestino, mantenendo le distanze dalle sirene stonate che gli (ci) ammorbavano l’udito. Potremmo equiparare quella sua furia mentale ad un motore di Formula Uno, ma racchiuso in un corpicino di stagnola. Dall’eco di quel rombo sono rimaste le nostre verità scomode, che egli ha inciso sul sigillo dell’orgoglio provincialista. È stato il demone di un periodo specifico, strisciante tra luoghi vaghi o introvabili, descritti da un uomo funestato da pensieri, al di fuori dai riti sociali e dalle chiese.  Ciò che ho visto in lui? Un Giano Bifronte: con un volto ti ama, con l’altro ti schernisce. Per questo faceva male. Lo abbiamo temuto tutti, come il lupo che si insinua nel gregge compatto. Ci ha spaventati indicandoci la fenditura che (non ce ne eravamo forse accorti?) avevano lì sotto ai piedi. Mi consigliò uno dei suoi libri favoriti, “Il nipote di Wittgenstein” di Thomas Bernhard. Il racconto parla di carceri, con individualità varie che farneticano dalle proprie celle. Vi declamerò una frase che mi colpì, a completamento di questo modesto epitaffio: “I morenti ritirano la testa nel guscio e non voglio avere più niente a che fare con i vivi e con quelli che non pensano alla morte.” Vitaliano ha mappato questa terra sprecata, tornata arida dopo tanti sacrifici, dalla quale egli ha iniziato a disossare i limiti che la rinomata società si è data. Una società che ha scelto di perdere le sue più fertili occasioni, rimanendo nel recinto dell’orgoglio tronfio. Ammettiamolo: chi di noi, suoi seguaci, non è propenso a riconoscergli il coraggio d’aver graffiato la pietra del dissenso?

CHIARA VISENTIN

Vitaliano Trevisan è stato un acuto osservatore di un Veneto pieno di contraddizioni, tra stereotipi e realtà. La sua fragile anima poco poteva reggere queste antinomie della società veneta. A volte ho compreso le sue sofferenze. I suoi libri rimarranno, chiari e profondi, a farci riflettere. Di Trevisan ho amato ogni libro. Ciascuno scritto sempre con parole giuste, come lui ricordava: “Per tutta la vita non ho fatto che cercare le parole giuste e mi sono così concentrato su questa ricerca delle parole giuste che mi sono dimenticato di vivere.”

JACOPO BULGARINI D’ELCI

Vitaliano Trevisan: sempre scomodo, in primis per se stesso

Cosa perdiamo, con la morte di Vitaliano Trevisan? Perdiamo moltissimo. Intanto perdiamo un eccellente scrittore, forse il più grande in lingua italiana del nostro tempo. Per quella voce così sua, così unica, così riconoscibile dentro e fuori la pagina scritta: musicale, minacciosa, ossessiva, oscura, dolente, lucidissima, costantemente sul ciglio del precipizio.
Ma Vicenza perde qualcosa di più: perde una figura scomoda. Una delle pochissime capace di riflettere, con la ferocia critica e il dolente sarcasmo che solo un figlio può avere, su una delle terre più elusive d’Italia: sfacciatamente in mostra nelle candide architetture palladiane, ma dall’anima sempre segreta, sempre nascosta.
Urticante, impossibile, scomodo: in primis per se stesso. Non si poteva mai abbassare la guardia, parlando con Vitaliano. O leggendo le sue pagine. Come continueremo a fare: il miglior monumento uno scrittore possa desiderare.

FREAK OF NATURE

V. era un amico, e non si raccontano gli affari degli amici, lui era uno con cui ho iniziato progetti mai portati a termine.
Le scenografie mai realizzate, aneddoti, stranezze, tutto complicato.
Io e lui non avevamo molto in comune. Non prendevamo nulla nello stesso modo. Ma ci facevano ridere molte cose che leggevamo. E se me le leggeva lui c era davvero da ridere (la lettera, dell’allora sindaco di Vicenza Enrico Hullweck indirizzata alla madre per esempio).
Abbiamo chiacchierata a lungo, passeggiato, fumato, discusso, mangiato, ascoltato musica, passato del tempo al bar di Crespadoro, a casa sua, nel mio studio, al kebabbaro della Stanga.
Mi ha fatto pensare, mi ha spaventata, ascoltata, zittita, mi ha fatto offendere, mi ha raccontato aneddoti impagabili.
Quell’uomo da ogni punto di vista era anomalo, atipico, diverso da tutti noi.
Merita che non si parli del suo privato ma delle sue opere.
Quell’uomo scriveva da Dio, recitava da Dio.

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