I DUE VOLTI DEL CONTE DI MONTECRISTO

INIZIO 

Hai un libro preferito? Senz’altro, il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas! Se vi capita di ricevere una tal risposta, una volta posto l’ingenuo quesito, vi consiglio di farvi due domande sulla persona con cui avete a che fare. Non è un problema adorare questo libro, è piaciuto a tanti. Tuttavia sorge una leggera inquietudine se ripensiamo bene all’intreccio del romanzo e al suo peculiare protagonista: un vendicatore asociale, infinitamente ricco e molto, molto pallido. Allora sarebbe da chiedere a chi ha letto e apprezzato quest’opera “Il libro, questo Conte di Montecristo, ti è piaciuto proprio tutto tutto?” Tra queste mille e passa pagine, non c’è una parte migliore e una quasi deludente? Non siete arrivati anche voi al punto in cui ha iniziato a crollare il castello di parole e promesse e avete rimpianto con amara/sincera nostalgia le pagine passate? La domanda è retorica, c’è una risposta giusta e una no.

UN LIBRO IN DUE

Il problema di fondo è che il Conte di Montecristo si può dividere in due parti con un netto colpo di sciabola. All’inizio ci viene promessa una storia, per poi farci assistere ignari alla sua gloriosa/eroica rovina. Il ripristino dell’armonia spezzata non avverrà mai, la giustizia promessa svanisce, mancata per un soffio e ciò che rimane è solo l’eterna fallibilità umana.

GIOVANE E VECCHIO

In questa trasmutazione traspare sempre più deciso il contrasto tra l’avventura spregiudicata del principio e il cupo dubbio mortale, che affligge la seconda metà del romanzo. Questi due momenti sono giovinezza e vecchiaia del protagonista, primavera di promesse e autunno di saggezza mh (momento in cui prende coscienza. La prima parte è un romanzo per ragazzi, la seconda un percorso introspettivo, dai toni gravi e Il protagonista è lo stesso: Edmond Dantes, che sotto la multiforme identità del Conte di Montecristo si prepara a realizzare un unico progetto spietato. La sua vendetta sembrerebbe il filo conduttore della storia. Questo particolare tema ha occupato nel pubblico un enorme spazio. La dolcezza del romanzo molti la trovano proprio nella figura del vendicatore: superuomo intelligente, acuto, con tutto ciò che si potrebbe desiderare. Egli ha un piano a noi sconosciuto che ammiriamo nel suo svolgimento, è lo sfuggente stratega che intreccia una tela perfetta. Teodicea umana attraverso il fine inganno: sublime.

PARTE PRIMA, UN’ESALTANTE ONDA IMPLACABILE  

Da ragazzini tutti erano Edmond Dantes. In un misto di compassione accorata e tifo esaltato divoravano i capitoli, si rispecchiavano nel giovane marinaio di 21 anni, buono e onesto, a cui un nemico sconosciuto aveva tolto tutto in un soffio, e pregustavano una pagina alla volta la spietata vendetta del suo immenso alter ego. Dantes è l’uomo coraggioso che risorge dalle tenebre di una cella, che lotta per la libertà e spera, crede nella vita. Nel luogo della sua condanna, si imbatte nella salvezza. Una volta riconquistata la libertà e trovato il tesoro, non abbiamo più sue notizie. Lo rincontriamo sotto una veste teatrale, ora è il Conte di Montecristo.

Da ragazzini tutti erano il conte di Montecristo Dopo quattordici anni di prigionia, è il relitto di una vita, ora votata alla vendetta. Accanto alle fosse dei suoi avversari ha scavato anche la sua. Siamo curiosi e ci facciamo trasportare in questa storia narrata attorno al fuoco. Lo seguiamo docili e col batticuore nei suoi viaggi. Pian piano il Conte ci svela il suo piano, vediamo il gomitolo che si srotola per le vie di Roma fino ai palazzi parigini. Siamo guidati in un mondo affascinante di cene ed eventi mondani, fugaci momenti di festa, ricordi macabri di eventi passati, in un teatro di nuovi personaggi. L’unica cosa che ci è dato sapere è la presenza di un filo rosso che il Conte avvolge con cura; tutto è collegato, passato, presente e futuro sono un’unica dimensione per il nostro protagonista, che sembra aver superato ogni limite spaziale, diventando signore e padrone di innumerevoli vite. Vi è un continuo inarrestabile accrescere di tensione, si ha la sensazione che stia per accadere l’inevitabile, si ode il ticchettio della bomba ma nessuno sa quando esploderà. Sono minuti interminabili, che promettono una dolcissima vendetta. Il domino è quasi completo e noi assistiamo alla posa delle ultime tessere. L’attrazione oscura per questo personaggio irresistibile, un eroe romantico indurito e sprezzante, è un ricordo dell’adolescenza. Un adulto faticherebbe a cogliere l’ebbrezza dell’avventura, il sogno di essere invincibili, di piombare sui nemici come un flagello implacabile. O meglio, un adulto, mosso da un sussulto morale, avrebbe paura del Conte. Si accorgerebbe che qualcosa non va. Quest’uomo è una maschera sadica, un guscio vuoto di rancore, un morto vivente, una finzione mossa dall’odio. La sua inebriante storia finisce a metà.

PARTE SECONDA, QUANDO CROLLA TUTTO

Tutto il carisma, l’ardore, la potenza sublime del Conte svaniscono in un preciso capitolo. Il seguito è un libro diverso, con un protagonista diverso, che non appena vede la sua prima vittima cadere si accorge di aver superato un limite invisibile e di essere lui carnefice. Il prigioniero è diventato boia. Allora il suo ego, reso saldo con sforzo e fatica, si gonfia, raggiunge l’apice della potenza: non è superiore ma tracotante. Il desiderio di vendetta brucia, vuole che il suo nemico soffra. Più sicuro che mai, gelido e spietato. Lo sentiamo dire sprezzante “io faccio quello che voglio”, “io non sbaglio mai”, per poi venire annientato in un soffio da una parola, da una preghiera: “non uccidere mio figlio” chiede una madre. Montecristo non vuole fermarsi, richiama il ricordo del dolore per tenere vivo l’odio,ma la sua energica volontà si spegne. Accetta, perdona, risparmia l’innocente ma il prezzo è la morte. Si trova nella paradossale posizione di dover tentare tutto per fermare sé stesso, è a un passo dal successo e sceglie di arrendersi. Impedisce che le colpe dei padri ricadano sui figli, salvandoli. Rompe il vortice di violenza risparmiando il suo nemico più spietato, decide di dare la sua stessa vita per fermare il suo piano. Tutto crolla in una notte. Rimasto solo con sé stesso riflette sulla morte. Non la teme, sarebbe solo un altro passo verso il silenzio. Ciò che rimpiange è la rovina del suo progetto, morire significa lasciare incompiuta la sua vendetta negli ultimi atti. Prova rabbia nello scoprirsi umano e vulnerabile, il cuore che credeva morto era solo intorpidito: “il giorno in cui aveva giurato di vendicarsi avrebbe dovuto strapparselo”. Si sente un idiota, esasperato dai dubbi ma la parola che lo ha vinto sarà la stessa che lo salverà. Questi capitoli mostrano il travaglio interiore con tutti gli errori e i miracoli dell’animo umano. Montecristo sbaglia, perdona, è affranto, si rialza fiero e gli sparano al cuore. Nella parte finale impara a tornare un uomo, un esemplare unico e straordinario, ma pur sempre un uomo. Attraverso questo viaggio diventa adulto, lui che dai 21 ai 35 anni era stato chiuso in una cella; si comporta come un bambino, come un dio e infine si accetta per ciò che è diventato. E una storia di crescita e chi l’ha già vissuta, almeno in parte, ha gli strumenti per comprendere e compatire Montecristo, nel vederlo immergersi in un’impresa più grande di lui: la vita. Tutto il carisma, l’ardore, la potenza sublime del Conte svaniscono in un preciso capitolo. Il seguito è un libro diverso, con un protagonista diverso, che non appena vede la sua prima vittima cadere si accorge di aver superato un limite invisibile e inizia impercettibilmente a dubitare dell’intero piano. Ma è troppo tardi, l’onda della vendetta sta per abbattersi sui colpevoli. Egli si trova nella paradossale posizione di dover tentare tutto per fermare sé stesso, è a un passo dal successo e sceglie di arrendersi. Impedisce che le colpe dei padri ricadano sui figli, salvandoli. Rompe il vortice di violenza risparmiando il suo nemico più spietato, decide di dare la sua stessa vita per fermare il suo piano. In una notte tutto crolla e il nostro eroe dall’oltremondo è pronto a morire, rinunciando alla sua vendetta. Cosa è cambiato? E stato l’orrore della morte, la compassione? NO è l’amore che lo ha spinto alla vendetta, lo stesso amore gli chiede di fermarsi, lui lo fa. Si rende allora conto di non essere in controllo, il suo potere non è assoluto, la sua mente e il suo denaro non possono tutto. La riscoperta del limite plasma un uomo nuovo, stanco. La sua vendetta è svuotata di senso, si chiede se ha sbagliato, quando il dubbio torna in lui, ritrova la sua umanità. Si guarda intorno e cerca solo di fare del bene agli innocenti che ha colpito nella sua furia vendicativa. Cerca di guarire incurabili ferite, pienamente consapevole dei suoi limiti. Non è il viaggiatore nobile, acculturato e onnipotente dell’inizio ma un mortale, che chiede perdono per i suoi errori e ringrazia per per le gioie che trae dal mondo.

FINALE

Ecco i due modi di leggere Il Conte di Montecristo quello degli adolescenti conquistati dalla prima metà, del libro che ricorda l’Isola (del tesoro) di Stevenson, e quello degli adulti che dovrebbero poter capire la seconda parte: il mascherato fallimento e il tragico confronto con sé stesso e Dio. Alla fine non resta che contemplare in silenzio il deserto del vincitore: un’ecatombe. Tutti hanno perso; chi la vita, chi l’onore, chi la famiglia, chi l’amore, chi un motivo per esistere. Ma in questa tragedia brilla tenue il lume della speranza che si riaccende nel Conte, trionfatore sconfitto, all’alba di un nuovo giorno.

Febbraio 2026

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