Il sacro vivente del ministro Giuli, o come la Cultura diventa un luna park con soldi pubblici

Questo giornalino si occupa di Cultura e in quanto tale esprime opinioni più o meno necessarie inerenti al mondo culturale che ci circonda e, giocoforza, ci influenza. Ora, che l’operato del Ministro della Cultura del paese sia di nostro interesse, è piuttosto ovvio. Con questo spirito abbiamo seguito l’ultima avventura letterario/mistica di Alessandro Giuli. Se mai vi fosse rimasto un dubbio che la Repubblica delle lettere – quella vera, non la repubblichina dei selfie e dei fondi ministeriali – fosse morta e sepolta sotto un cumulo di miti rifritti e di giganti di cartapesta, eccovi servito il colpo di grazia: Giuli, ci ha regalato Antico Presente. Viaggio nel sacro vivente, fresco di stampa Baldini+Castoldi, un libriccino che promette di guidarci tra i miti dell’Italia antica come un novello Virgilio. Solo che, al posto dell’Eneide, ci tocca Atlantide che affiora tra le onde del Tirreno e una schiera di giganti che, pare, passeggiavano per la Maremma o l’Abruzzo prima che qualcuno li cacciasse con un decreto-legge. Il tema è che si tratta di un ministro che, con la mano sinistra che firma stanziamenti pubblici e la destra che intasca (o quantomeno lascia intascare) quattrini dello Stato per le sue opere, decide di elevare a rango di “sacro vivente” quel che un tempo si chiamava, con pietosa indulgenza, fantasia plebea o, peggio, ciarlataneria da fiera. Ventunmila euro sono quelli stanziati dal Mic – cioè dal suo stesso ministero – per ristampare e distribuire, tramite il Parco archeologico del Colosseo, un suo vecchio saggio del 2012, Venne la Magna Madre, accompagnato da un altro tomo su La tomba di Romolo. Operazione “a insaputa del ministro”, giurano ora i fedelissimi, come se Giuli fosse un ectoplasma che fluttua sopra i bilanci senza accorgersi di nulla. Ma le date, ahinoi, parlano chiaro: il ministro c’era, il ministro firmava, il ministro incassava l’eco di un’operazione che sa di autoreferenzialismo smaccato, pagato con i denari del contribuente. E ora, con il nuovo libro, il cerchio si chiude: la Cultura diventa un prolungamento del curriculum vitae ministeriale, un viaggio nel “sacro vivente” che però puzza di sacro-profano, di quel sacro che serve a far quadrare i conti elettorali e le presentazioni in libreria. Leggetelo, il volume, e rabbrividite. Non è un saggio: è un itinerario “curioso” – parola che nel gergo giuliano suona come “tanto per fare” – tra popolazioni italiche, Etruschi e Romani, con puntate in Puglia dove i Cartaginesi atterrirono i legionari e, dulcis in fundo, quel tocco di esoterismo da supermercato che include l’esistenza di Atlantide (quella di Platone, resuscitata tra le onde del mare nostrum come se fosse un’isola pedemontana) e dei giganti (quelli veri, mica i Titani omerici: i giganti in carne, ossa e clava che, pare, hanno lasciato tracce “nascoste” nelle vie poco battute di Tuscia e Abruzzo). Il sacro vivente, si capisce: un sacro che non eleva, non purifica, non interpella l’intelligenza, ma confonde, mescola, appiattisce. Dove la leggenda non è più il velo poetico sulla storia, ma la storia stessa, ribaltata come un calzino per farne un’attrazione turistica da ministero. Ma a cosa diavolo dovrebbe servire, di grazia, un ministro della Cultura? A custodire il rigore del sapere, non a sponsorizzarne la parodia. A difendere l’eredità classica dall’assalto dei ciarlatani, non a fornir loro il timbro ministeriale e il budget. A ricordare che la Cultura è paideia, formazione dell’uomo libero, non un luna park mitologico dove Atlantide emerge ogni volta che serve a riempire le pagine e i discorsi. La Cultura non è un hobby da weekend per chi ha già la poltrona. È il cemento della nazione, il luogo dove si forgia il giudizio critico, non dove si vendono giganti e continenti sommersi come gadget. E un ministro che, invece di vigilare sul Colosseo, lo usa come tipografia personale, merita non l’applauso di regime, ma lo scherno di chi ancora crede che la Repubblica debba servire l’intelligenza, non l’intelligentone di turno. Giuli, con rispetto parlando, torni a fare il giornalista o il filosofo da caffè: la Cultura, quella con la C maiuscola, non ha bisogno di Atlantide. Ha bisogno di verità. E di un po’ meno di quattrini pubblici per le sue.

Aprile 2026

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