La cultura è una cosa seria. O almeno lo era quando la parola significava ancora qualcosa di più di un like su un post patriottico o di un selfie con la Venere di Botticelli rifatta in carne e ossa per promuovere il turismo sexy. Ai tempi di Giorgia Meloni, invece, la cultura è diventata soprattutto una faccenda di nomine, gaffe e indignazioni selettive. Un circo in cui il direttore di RaiSport scambia San Siro con lo Stadio Olimpico durante la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di casa, e la nazione intera si chiede se sia più grave l’errore geografico o il fatto che l’errore l’abbia fatto proprio lui, Paolo Petrecca, il giornalista più meloniano di Giorgia Meloni (parole non mie, ma di chi lo conosce da vicino e non lo sopporta da lontano). Petrecca, che dopo aver diretto Rai News con il consenso dell’83% dei giornalisti che lo sfiduciarono – una percentuale che in democrazia si chiama plebiscito contrario – è stato premiato con RaiSport. Come a dire: hai fatto un ottimo lavoro a far incazzare tutti, ora vai a commentare lo sci. E infatti commenta. Commenta così bene che durante la diretta olimpica confonde stadi, non riconosce i tedofori, sbaglia nomi di atleti, usa un vocabolario a dir poco misero, parla quando non deve, ignora capi di Stato tranne – guarda caso – la premier in tribuna. La redazione di RaiSport, esasperata, ritira le firme dai servizi e annuncia scioperi. Lui? Resta al suo posto. Ha le spalle coperte, si dice. E le spalle coperte, in questi anni, valgono più di qualsiasi competenza. La Rai comunque questa è, ma così è sempre stata. Negli anni ’80 Enzo Biagi diceva che in Rai, assumevano tre democristiani, due socialisti, un comunista e uno bravo. W l’Italia. Passiamo al ministero della Cultura. Dopo il caso Sangiuliano-Boccia ecco Alessandro Giuli. Giornalista, presidente del MAXXI fino al giorno prima, nominato ministro il 6 settembre 2024. Uno che sa di cultura, in teoria. Ma la cultura meloniana non è più quella che si studiava sui libri: è quella che si difende a colpi di post social contro i contestatori, i nemici dell’Italia, i soliti noti che osano criticare. Giuli è lì, al posto di un altro che è caduto per una storia di corna e nomine fantasma, e deve gestire un ministero che sembra maledetto: ogni titolare ci lascia un pezzo di dignità. Perché quel che conta è l’appartenenza e la trincea, mica altro. E poi c’è Sanremo, che ai tempi di Meloni non è più solo un festival della canzone italiana, ma un’arena politica. Arriva Andrea Pucci, comico milanese dal linguaggio colorito, scelto da Carlo Conti per co-condurre una serata. Parte la solita macchina del fango: accuse di omofobia, sessismo, razzismo, minacce, insulti. Perché a sinistra vanno bene solo i comici loro. Pucci molla (e sbaglia). E qui interviene la premier in persona: solidarietà al comico, accusa di deriva illiberale della sinistra, doppiopesismo intollerabile. Perché quando la satira colpisce gli altri è satira, quando colpisce lei è odio. Logica ferrea. Intanto il Paese discute di Pucci invece che di cassa integrazione o di inchieste giudiziarie. Priorità. E il modello Santanchè? Daniela Santanchè, che di cultura in senso stretto non si occupa ma di enogastronomia sì – tanto da celebrare la cucina italiana Patrimonio UNESCO come “modello culturale e orgoglio nazionale” – è la sintesi perfetta di tutto questo. Quando serve, la cultura è patriottica, è orgoglio da esportare. Quando non serve, è roba da censurare o da ignorare. La ministra che presenta la Venere in carne e ossa per promuovere le offerte turistiche, che difende le Olimpiadi da chi le critica (“non indossa la maglia della Nazionale”), incarna il nuovo corso: la cultura non è più riflessione, è narrazione identitaria. Se non sei d’accordo, sei contro l’Italia. In mezzo a tutto questo, la Rai che dovrebbe essere servizio pubblico diventa vetrina di fedeltà, i festival diventano tribune di rivincita, i ministeri diventano poltrone da difendere a prescindere. E la cultura? Quella vera, quella faticosa, quella che richiede studio e non solo indignazione, resta fuori dalla porta. Come un invitato non gradito a una festa in cui si brinda solo tra amici. Benvenuti alla cultura ai tempi di Meloni. Dove il vero talento non è creare, ma durare. E dove durare, si sa, è soprattutto questione di spalle coperte.

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