Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, è quindi pronto a dispensare tregue olimpiche in un mondo che brucia. Ha infatti deciso di spalancare le porte al padiglione russo per la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte del 2026. Un gesto di pace, dice lui, un ponte tra popoli, un’isola di bellezza in mezzo al mare di sangue. Ma quale pace, caro Buttafuoco? Quella che Putin impone con i missili su Odessa, o quella che si compra con il gas e la propaganda? Questa non è una tregua: è un inchino al despota, un cedimento culturale che diventa tradimento geopolitico e suicidio morale. La Russia, proprietaria del suo padiglione ai Giardini dal 1914, aveva scelto l’esilio volontario nel 2022, all’alba dell’invasione ucraina, quando persino i suoi artisti si rifiutarono di danzare al ritmo del Cremlino. Nel 2024, un compromesso: spazio ceduto alla Bolivia, un gesto di decenza. Ma ora, con Buttafuoco al timone, eccola tornare, trionfante, sotto la guida di Anastasiia Karneeva – figlia di un ex generale dell’FSB, nientemeno – e con il placet di Mikhail Shvydkoy, emissario speciale di Putin per la “cooperazione culturale”. Cooperazione? Chiamiamola per quel che è: infiltrazione. Il ministro Alessandro Giuli, che pure condivide con Buttafuoco letture esoteriche alla René Guénon, ha dovuto precisare con una nota gelida che questa è una decisione autonoma della Fondazione Biennale, contro l’orientamento del governo italiano. E meno male, perché l’Italia – quella che ricostruisce la Cattedrale della Trasfigurazione a Odessa, bombardata dai russi – non può permettersi di legittimare l’aggressore. E non c’entra nulla la libertà d’espressione e il discorso che l’arte non è politica, perché gli artisti russi che davvero hanno esercitato la loro libertà di espressione sono in esilio, in carcere o al cimitero. Buttafuoco evoca Venezia come “città capitale d’Oriente”, dove tutti i popoli si incontrano in un abbraccio artistico. Bella metafora, se non fosse che l’Oriente di oggi è quello di Putin, un Oriente che non è Bisanzio o Samarcanda, ma un regime che schiaccia dissidenti, avvelena oppositori e riduce l’Ucraina a un cumulo di macerie. Difendere l’Ucraina è un principio antico quanto l’Occidente: la libertà contro la tirannia. L’Ucraina è l’avamposto d’Europa, il baluardo contro un imperialismo che riecheggia i peggiori spettri del Novecento – da Stalin a Hitler, con un tocco di zarismo digitale. La propaganda putiniana è un veleno sottile, che si insinua proprio attraverso la cultura: padiglioni, festival, orchestre che suonano Čajkovskij mentre i carri armati rullano su Mariupol. Accettare il padiglione russo significa normalizzare l’invasione, dire al mondo che l’arte è neutra, che la bellezza può convivere con il crimine. Ma l’arte non è neutra, mai lo è stata: pensate a Picasso con Guernica, o a Solženicyn che smascherava il Gulag. Qui, invece, Buttafuoco ci offre una “tregua d’arte” che sa di capitolazione.

Geopoliticamente, è un disastro. Mentre l’Europa serra i ranghi contro Mosca – sanzioni, aiuti militari, isolamento culturale – Venezia diventa un varco, un ponte levatoio abbassato per i cavalli di Troia del Cremlino. I Paesi baltici e gli europarlamentari di sinistra protestano, e hanno ragione: questa scelta legittima la violenza, come ha titolato qualcuno. Putin usa la cultura come arma soft power, per lavare l’immagine di un regime che reprime Navalny e i suoi eredi, che bombarda ospedali e teatri. E noi, italiani, eredi di Dante e Machiavelli, dovremmo chinare il capo? L’Iran è invitato, d’accordo, ma almeno lì non fingiamo ipocrisie; con la Russia, in piena guerra, è diverso. È un affronto all’Ucraina, che combatte per la sua identità culturale mentre i suoi artisti muoiono al fronte. Culturalmente, poi, è un suicidio. La Biennale dovrebbe essere un faro di resistenza, non un salotto per oligarchi. Buttafuoco cita l’Oriente perenne, ma dimentica che l’Oriente di Putin è quello del nichilismo, non della tradizione. Dove sono i dissidenti russi? Dove gli ucraini che meritano spazio? Invece, apriamo a figlie di generali e ministri, in un intreccio che puzza di nepotismo autocratico.

Caro Pietrangelo, con tutto il rispetto per l’ingegno, questa è miopia intellettuale: l’arte non incontra i popoli se uno dei popoli sta sterminando l’altro. È propaganda, pura e semplice, e contro ogni propaganda putiniana si deve alzare la voce, come farebbe un vero conservatore: difendendo la verità contro l’inganno. In fondo, Buttafuoco, la tua scelta è un errore tragico, un cedimento al fascino del despota che tanti intellettuali ha sedotto – da D’Annunzio con Mussolini a certi francesi con Stalin. Ma l’Italia del 2026, ferita dalla storia recente, non può permetterselo. Ritira l’invito, o passerai alla storia non come pontefice dell’arte, ma come suo affossatore. L’Ucraina resiste, e noi con lei. Slava Ukraini!










