Pasolini, il profeta scomodo: a 50 anni dalla morte, la sua voce ancora ci trafigge

Cinquant’anni fa, il 2 novembre 1975, Pier Paolo Pasolini veniva assassinato in un litorale ostile, l’Idroscalo di Ostia, in un delitto che ancora oggi si avvolge di ombre, complotti e verità sfuggenti. Mezzo secolo dopo, la sua figura si staglia come un monolite, un intellettuale che ha squarciato il Novecento con la forza di una poesia che era insieme carne, pensiero e profezia. Parlare di Pasolini oggi non è un esercizio di nostalgia, ma un atto di necessità: la sua attualità è un’urgenza che ci richiama al cuore delle contraddizioni del nostro tempo. L’attualità di un eretico. Pasolini non è mai stato comodo, né per i suoi contemporanei né per noi. La sua attualità risiede proprio in questa scomodità, in quel suo essere sempre fuori posto, un marxista che disprezzava il progressismo borghese, un omosessuale che sfidava le ipocrisie della morale cattolica senza mai rinnegare la sacralità, un poeta che si sporcava le mani con la realtà. In un’epoca come la nostra, dominata da una omogeneizzazione culturale che livella tutto sotto il peso di un conformismo digitale, Pasolini ci ricorda il valore della diversità, dell’eresia, del pensiero che non si piega. La sua critica al consumismo, che già negli anni Sessanta vedeva come una forza distruttrice delle identità popolari, è oggi più viva che mai. Il suo “genocidio culturale” – così chiamava la mutazione antropologica indotta dal neocapitalismo – si è completato: le periferie che amava, quelle borgate romane piene di vita e di miseria, sono state inghiottite da un’urbanistica senz’anima, da un’omologazione che ha cancellato le differenze di classe, di linguaggio, di corpo. Eppure, Pasolini non era un reazionario. Non rimpiangeva un passato idealizzato, ma un mondo in cui la vitalità, anche nella sua crudezza, era ancora possibile. Oggi, in un mondo di algoritmi e cancel culture, la sua difesa della libertà di parola, della provocazione, del diritto a essere scandalosi, è un faro. Pasolini ci insegna che il pensiero non può essere asettico: deve ferire. Le sue Lettere luterane, scritte poco prima della morte, sono un testamento politico che anticipa il nostro presente: la crisi della sinistra, svuotata di ideali e ridotta a una gestione burocratica del potere; l’arroganza di una modernità che si crede progressista ma distrugge ogni autenticità; la solitudine dell’intellettuale che non si allinea. I fondamenti della sua grandezza. Perché Pasolini è stato cruciale per il Novecento? Perché era un intellettuale totale, un uomo che non separava mai l’arte dalla vita, la poesia dalla politica, il corpo dall’idea. I suoi fondamenti culturali si possono riassumere in tre pilastri: la poesia come resistenza, la realtà come sacro, e la contraddizione come metodo.

Pasolini era innanzitutto un poeta, anche quando girava film o scriveva articoli. La sua poesia, da “Le ceneri di Gramsci” a “Poesia in forma di rosa”, non era un esercizio estetico, ma un atto di resistenza contro la disumanizzazione del mondo. In un secolo dominato dalle ideologie, Pasolini usava la parola poetica per scavare nell’umano, per dare voce agli ultimi – i ragazzi di vita, i contadini, i diseredati – che il progresso stava dimenticando. La sua poesia era un’arma, un modo per opporsi alla “mutazione” culturale che vedeva avanzare.

Nei suoi film – da “Accattone” a “Il Vangelo secondo Matteo”, fino al controverso “Salò” – Pasolini cercava il sacro nella realtà più cruda. Non era un mistico, ma un materialista che trovava nella carne, nel dolore, nella povertà, una dimensione trascendente. Il suo Cristo non era un’icona, ma un uomo sofferente; le sue borgate non erano solo miseria, ma luoghi di una vitalità quasi religiosa. Questo sguardo, che univa marxismo e cristianesimo in una sintesi impossibile, ha dato al Novecento un’arte che non si limita a rappresentare, ma a rivelare.

Non era un dogmatico, era un uomo di contraddizioni. Marxista ma affascinato dalla tradizione, omosessuale ma legato alla madre e alla religiosità popolare, intellettuale ma immerso nella vita delle periferie. Questa capacità di abitare la contraddizione lo rendeva unico: non cercava soluzioni facili, ma interrogava il reale senza paura di sporcarsi. In un’epoca di certezze ideologiche, Pasolini era un dubitatore, un provocatore che costringeva a pensare.

La sua è un’eredità che brucia. A cinquant’anni dalla sua morte, Pasolini non è un autore semplicemente da incensare, ma da leggere, vedere, ascoltare. I suoi film, i suoi versi, i suoi articoli sul Corriere ci sfidano a guardare il nostro tempo con occhi disincantati, a non accettare il conformismo, a cercare il sacro anche nei luoghi più impensabili. La sua lezione è che la cultura non è un ornamento, ma una lotta. Una lotta che Pasolini ha pagato con la vita, in quella notte di novembre. Oggi, in un mondo che corre verso l’oblio di sé stesso, Pasolini ci ricorda che l’intellettuale deve essere un testimone, non un funzionario.

Pier Paolo Pasolini sarà ricordato al Teatro Comunale di Vicenza la sera del 12 novembre con lo spettacolo
P.P.P. Profezia è Predire il Presente di e con Massimo Zamboni, ex membro fondatore (insieme a Giovanni Lindo Ferretti) dei CCCP. Un recital che è un vero sentito omaggio. Biglietti acquistabili a questo link: P.P.P. Profezia è Predire il Presente | Concerti Rock a Vicenza – Veneto

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