(UNA GUIDA A) L’ARTE DI MEREDITH MONK

Mercoledì 1° maggio al Teatro Olimpico di Vicenza, in esclusiva per l’Italia, si esibirà in concerto Meredith Monk, cantante, compositrice, regista, drammaturga, coreografa e artista visiva. Al suo fianco, il percussionista jazz John Hollenbeck. Il concerto, dal titolo Duet Behavior, costituisce il Prologo al 77° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza che, per il biennio 2024-2025, vede la direzione artistica di Ermanna Montanari e Marco Martinelli. Nell’articolo che segue, proveremo a raccontare l’arte di Meredith Monk e introdurre la sua opera a chi la conoscesse poco.

Meredith Monk è cresciuta nella scena artistica d’avanguardia della New York degli anni ’60 e ’70, realizzando opere teatrali, di danza e video, fino a che nel 1965 ha avuto una sorta di “rivelazione sulla voce”. Ha capito che poteva essere trattata come uno strumento, svincolata dalle parole, ed esplorata alla stregua, ad esempio, di un pianoforte preparato e ha quindi iniziato a creare tecniche vocali estese, come descritto nelle note di copertina della ristampa del suo primo album Key: “Verso la fine del 1965, mentre stavo cantando nel mio studio, ebbi improvvisamente la rivelazione che la voce poteva avere la stessa flessibilità e la stessa gamma di movimenti di una colonna vertebrale o di un piede, e che si poteva trovare e costruire un vocabolario personale per la voce proprio come si fa un movimento basato su un corpo particolare. Ho capito allora che all’interno della voce ci sono una miriade di personaggi, paesaggi, colori e strutture. Da quel momento ho iniziato a lavorare con il mio strumento, cercando di scoprire le voci al suo interno. Ho esplorato diversi modi di produrre il suono, varie risonanze, modi di usare il respiro, le labbra, le guance e il diaframma. Ho anche lavorato con gli estremi della mia gamma e con i rapidi cambiamenti da una qualità vocale all’altra, in modo che la mia voce potesse essere un condotto flessibile per l’energia e gli impulsi che iniziavano a emergere”.

La sua voce è assolutamente unica e copre qualcosa come quattro ottave. Ha trascorso più di 50 anni a perfezionare queste tecniche, che tuttavia suggeriscono l’esperienza universale di un vocalizzo giocoso, come quando si era bambini e si cominciava a urlare e a guaire per il gusto di farlo. In questo modo la sua musica rimanda a una sorta di passato senza tempo, in cui le persone facevano musica con ciò che avevano a portata di mano ma allo stesso tempo suona incredibilmente futuristica, rompendo le distinzioni contemporanee tra compositore, composizione ed esecutore: sembra che Monk ci stia guidando verso una nuova era del fare musica, ma i gesti che sta usando sono essi stessi antichi.

Nel 2013 ha detto a Frances Morgan di The Wire “mi piace avere un’atmosfera antica e futuristica allo stesso tempo … cerco un senso circolare del tempo … mi interessano soprattutto le energie fondamentali e il comportamento umano che si ripetono in cicli nel tempo”. Una parte incredibilmente importante del lavoro di Meredith Monk è il suo mix interdisciplinare di musica, teatro, video e danza. Ha imparato la musica studiando gli “euritmici”, che non sono il duo pop britannico degli anni ’80, ma piuttosto un approccio alla musica attraverso i ritmi del corpo in movimento. Lo spiega lei stessa: “Si tratta di una creazione di Émile Jaques-Dalcroze, un compositore svizzero della fine del XIX secolo, che era molto interessato alla musica popolare svizzera, così come Béla Bartók era interessato alla musica popolare ungherese. Componeva brani e insegnava in un conservatorio di musica, e aveva difficoltà a insegnare i ritmi a uno studente in particolare, che non capiva come leggere o eseguire il ritmo. Ma notò che lo studente camminava in modo molto aggraziato e fluente, così ebbe la rivelazione che poteva insegnare a quello studente il ritmo attraverso il suo corpo. Così iniziò a sviluppare questi esercizi fisici. Ho iniziato a studiare l’euritmia a tre anni, è stato l’inizio dei miei studi, ed è stato un modo meraviglioso di iniziare, perché era un’integrazione del corpo, delle orecchie, della voce e dello spazio”.

Per capire Meredith Monk bisogna guardarla mentre si esibisce. Le piace trovare pratiche artistiche che cadono tra le fessure delle discipline tradizionali, e in realtà il termine più appropriato per gran parte del suo lavoro è il nebuloso “performance art”, quindi non si capisce il punto se ci si concentra solo sulla sua musica in quanto musica. Perché, mentre ci sono un bel po’ di video su youtube di lei che si esibisce e dei suoi lavori video, il modo più immediato in cui la maggior parte delle persone ha accesso al suo lavoro è attraverso le sue incisioni per ECM e lei stessa ha dichiarato che la finitezza del processo di registrazione non ripaga affatto lo spirito della sua arte. La buona notizia però è che i suoi album sono incredibilmente belli e di seguito proveremo ad elencarne qualcuno dividendoli in tre categorie: Lavori vocali, che sono incentrati principalmente sulla voce solista o di gruppo; Lavori vocali e strumentali, che combinano voce e musica strumentale; e Lavori contemplativi, che ha iniziato a scrivere all’inizio di questo secolo. Si noti che non si tratta di categorie rigide, a volte ad esempio ci sarà un pezzo strumentale in un album prevalentemente strumentale, ma le categorie hanno lo scopo di guidare l’utente attraverso la sua discografia piuttosto intimidatoria in base ai suoi interessi.

Lavori vocali

Meredith Monk è nota soprattutto come vocalista e creatrice di tecniche vocali estese, anche se i suoi pezzi incentrati esclusivamente sulla voce costituiscono in realtà una minoranza dei suoi lavori. Negli anni settanta, la decade in cui si è fatta conoscere in modo importante, ha realizzato tre grandi album (Key, Our Lady of Late, Songs From the Hill) interamente o principalmente incentrati sulla voce. Tuttavia, la voce ha sempre avuto un ruolo di primo piano nel suo lavoro e da allora è tornata ad essere il veicolo principale due volte, per la colonna sonora del film Book of Days della fine degli anni ’80 e per Volcano Songs del 1997.

Songs From the Hill / Tablet (1979): in termini di gamma vocale pura, questo è il lavoro da cui iniziare. Monk estende qui le sue tecniche vocali qui in maniera clamorosa. Queste “canzoni” nascono su una collina nel sud-ovest, nel Nuovo Messico, e si può facilmente immaginarla seduto a gridare nel deserto vuoto, soprattutto su una brano come “Mesa”. Il momento migliore è “Prairie Ghost”, in cui esplora ogni dettaglio di una sillaba (impossibile da scrivere, ma “skya” ci si avvicina) e poi spazia tra sussurri, sibili, sospiri e urla senza senso.

Book Of Days (1990): si tratta di un film scritto, diretto e interpretato da Monk stessa nel 1988. Inizia a colori con un gruppo di operai edili che fanno saltare un muro di mattoni, e dietro il muro c’è una città medievale in bianco e nero, così la gente del ventesimo secolo si arrampica sulle macerie e inizia a intervistare la gente del quattordicesimo secolo. L’album è la colonna sonora del film, ma Meredith Monk rielabora sempre qualsiasi pezzo quando lo registra come album, sia che si tratti di un film o di un’opera teatrale o di un balletto, quindi in realtà si regge benissimo da solo. Ha certamente un’atmosfera medievale e le parti migliori sono i brani “Travellers”, che compaiono tre volte nel corso dell’album e presentano ciascuno variazioni su una melodia muta.

Key (1971): disco difficilmente catalogabile perché se da un lato Monk usa un organo elettrico come supporto e come strumento compositivo, dall’altro questo, essendo il suo primo album, è anche il luogo in cui mostra le sue acrobazie vocali a un nuovo pubblico. L’artista si descrive come se stesse “cercando di ottenere un’espressione musicale primordiale che portasse alla luce frammenti di memoria e sentimenti per i quali non abbiamo parole”. Insoddisfatta del formato album fin dal primo, ha concepito questo lavoro come una sorta di “teatro invisibile” in cui il pubblico immagina una sequenza di personaggi che entrano ed escono da un palcoscenico oscurato.

Volcano Songs (1997): sorta di compilation di brani scritti tra il 1988 e il 1994, anche se la maggior parte (nove brani) è costituita dal ciclo Volcano, per voce. Oltre a questi sono inclusi gli aids protest “New York Requiem” per pianoforte e voce e la fantasia per pianoforte solo “St. Petersburg Waltz”, oltre a quelli che Monk chiama “duetti per voce sola” in due “Click Songs”. Il vero pezzo forte è però “Three Heavens and Hells”, una meditazione di oltre 20 minuti sulla natura delle categorie di umano, animale e oggetto. Il testo proviene da una poesia dell’allora undicenne Tennessee Reed, figlia dello scrittore Ishmael Reed. “Ci sono tre cieli e tre inferni”, cantano quattro voci femminili. Nei venti minuti successivi queste quattro voci scendono nel caos e alla fine tornano insieme per cantare “heaven heaven heaven / hell hell hell”.

Our Lady Of Late (1973): il sottotitolo di questo lavoro è “musica per voce e vetro”. Si tratta di una collaborazione con il percussionista Collin Walcott, che percuote un vetro per il prologo e l’epilogo. Tra l’uno e l’altro, Monk fa “cantare” il vetro e si accompagna con la voce, creando piccoli vuoti microtonali che a loro volta creano “battiti” ritmici. Uno studio interessante, forse non essenziale.

Lavori vocali e strumentali

Dall’inizio degli anni ’80 all’inizio dei ’90, Meredith Monk si è orientata verso gruppi più ampi per il suo lavoro, dando agli strumenti un posto maggiore nel suo suono. Risultato finale di questo approccio è l’opera Atlas del 1993, ma è possibile rintracciare i suoi costanti progressi in questa direzione dal pianoforte, dal violino, dal violoncello e dalle percussioni inclusi nei brani già in Dolmen Music del 1981.

Atlas (1993): prima (e unica) opera vera e propria di Monk, con atti e attori e una trama. Per lo più priva di parole, tranne che per alcuni termini chiave che accennano all’ambientazione o all’azione. La trama si basa sull’esploratrice del XIX secolo Alexandra David- Néel. Musicalmente ricorda Steve Reich e Philip Glass. Opera molto nota e messa in scena più volte anche recentemente dalla Filarmonica di Los Angeles.

Dolmen Music (1981): senza alcun dubbio è l’album di Meredith Monk più famoso e osannato e in assoluto IL disco che consigliamo a chi chiede un disco e uno solo per capirla. Meno strano di gran parte della sua produzione, spazia dalla struggente “Gotham Lullaby” alla sbarazzina “The Tale” fino al monumentale brano che dà il titolo all’album in cui la voce è sostenuta da un chirurgico ed intenso violoncello per oltre 23 minuti.

Facing North (1992): nel 1990 Monk ha avuto una residenza al Banff Centre ad Alberta, Canada. I lunghi e freddi inverni solitari hanno ispirato questo lavoro sulla sopravvivenza in condizioni selvagge. Si tratta di un album in duo con il suo collaboratore frequente Robert Een. Le 14 canzoni esplorano i temi della connessione, della disconnessione, del freddo, del calore e della sopravvivenza. Come in gran parte della sua musica, le tecniche vocali sono utilizzate per evocare scene e ambientazioni naturali, dall’aurora boreale al crepitio del ghiaccio al fuoco salvavita.

Turtle Dreams (1983): qui c’è molto organo un senso di temporalità sospesa come in Atlas e un didgeridoo protagonista nella seconda parte. Una versione teatrale coreografata dell’album fu messa in scena e Ping Chong ne diresse anche una riduzione cinematografica. Come sempre per Monk, il mero ascolto del disco dice la metà di quanto dica dal vivo.

Lavori di contemplazione

La maggior parte del lavoro di Meredith Monk negli ultimi 20 anni è stata costituita da brani di contemplazione o da ciò che lei stessa descrive come “pezzi su cose di cui non si possono fare pezzi”. Così Mont stessa: “Verso la fine degli anni ’90 ho iniziato a pensare a come realizzare una performance contemplativa, a come passare il resto della mia vita a fare pezzi su qualcosa su cui non si possono fare pezzi. E la contemplazione di questo pensiero sarebbe stata parte del processo di creazione del pezzo”

Mercy (2002): di certo tra i suoi lavori migliori, ha come tema la misericordia. Uscito nel 2002, ha l’11 settembre tra i punti di riferimento. Ancora una volta, qui non ci sono parole, solo vocalizzi, ed è un’indagine più ampia e astorica sulla natura della misericordia come concetto. È una musica lenta e meditativa, pensata per essere ascoltata tutta d’un fiato. Nei titoli delle canzoni si fa riferimento a una serie di personaggi – pazienti, medici, prigionieri, donne – che possono avere bisogno di misericordia o essere nella posizione di fornirla. Monk in questo lavoro comunica la sua fede nell’idea che l’arte possa guarire in senso letterale.

Impermanence (2008): album che parla della morte, ispirato alla prematura scomparsa di Mieke Van Hoek, compagna di Monk, e poi sviluppato attraverso la collaborazione con i pazienti di un ospizio inglese chiamato Rosetta Life. I pazienti hanno lavorato con lei, raccontandole storie e fantasticando su modi incredibili o bizzarri di morire. Un disco serio, a tratti drammatico, che solca temi di mortalità e perdita ma a tratti anche speranzoso, divertente, persino gioioso, nel classico stile Monk.

On Behalf Of Nature (2013): si tratta di un’opera “ecologica” in cui le voci parlano, ovviamente, a nome della natura. L’ispirazione viene dal saggio di Gary Snyder “Writers and the War Against Nature” in cui si sostiene che gli esseri umani devono parlare per gli animali e le altre cose che soffrono ma non possono parlare per se stessi. Si dà un nome a una cosa per classificarla all’interno di un sistema, che è il primo passo per studiarla e poi usarla e poi abusarne e poi distruggerla. Come si fa quindi a usare il linguaggio, che in questo senso è fondamentalmente umano e quindi innaturale, per difendere la natura dall’umanità? La risposta di Meredith Monk è la missione stessa della sua carriera: non si usano affatto le parole. Al contrario, Monk usa la sua vasta gamma di tecniche vocali per invocare i suoni naturali e ogni brano riproduce un ambiente, dal cinguettio degli uccelli al guaire dei cani, fino ai rituali che invocano la pioggia.

Songs Of Ascension (2011): il disco di Meredith Monk preferito in assoluto da chi vi scrive. Composto ed eseguito nel 2008, parla del movimento verso l’alto in senso spirituale, dell’ascesa a un altro stato dell’essere. Naturalmente l’artista si è ispirata anche all’idea di muoversi verso l’alto fisicamente, in senso metaforico, come Mosè che sale i 4000 gradini del monte Sinai e infatti le fonti religiose sono molte: i percorsi processionali intorno agli stupa buddisti, il gruppo di salmi chiamato “canto delle ascese” e il tawaf intorno alla kaaba nell’Islam. Dal punto di vista musicale, questo album è notevole perché richiede molto più dei suoi soliti musicisti: un quartetto d’archi, fiati, percussioni e due gruppi vocali appaiono in aggiunta al suo normale ensemble vocale.

Cellular Songs (work in progress, 2018-presente): terminiamo con il lavoro che sta occupando gli ultimi 5 anni di carriera di Monk. Le cellule che si imparano a conoscere in biologia (di cui i mitocondri sono la centrale elettrica) ma anche le cellule come gruppi di persone, le cellule come unità auto-organizzative, le cellule come agenti del caos (come le cellule terroristiche, le cellule cancerogene). Meredith Monk si è resa conto che l’unità fondamentale della cellula era una metafora delle unità che compongono il suo lavoro: il singolo cantante, la nota, la sillaba.

Maggio 2024

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