I 50 dischi del 2023 per Vicult

Le classifiche di fine anno sono sempre più impossibili. Il numero di dischi nuovi cresce costantemente da molto tempo a questa parte e la curva sembra inarrestabile. Tutto iniziò con l’arrivo dei personal computer come strumento di massa nella seconda metà degli anni novanta, quando anche il più indipendente degli artisti poteva produrre il suo lavoro e poi metterlo online. Ma la vera rivoluzione arrivò con lo streaming e oggi è davvero impensabile ascoltare non dico tutto, ma nemmeno una minima parte di quanto viene immesso sul mercato. Oltre a questo, ci troviamo di fronte a playlist annuali che escono a fine novembre, per bruciare la concorrenza, e in questo modo le uscite degli ultimi 45 giorni (almeno) dell’anno spesso non sono considerate. Quindi, con queste premesse, affrontiamo la listona riassuntiva senza nessuna pretesa di completezza e nemmeno di equità. Non si tratta comunque di un gioco (come dicono e scrivono in molti) perché, in ogni caso, dietro ad una riflessione sui 50 migliori lavori di un’annata vi sono ore ed ore di ascolto, di confronto, di ricerca. La lista non può mai essere esaustiva, ma è pur sempre una lista seria. Solitamente i parametri da rispettare sono più o meno due: il disco migliore, oppure quello più significativo, che fotografi il fantomatico zeitgeist. La lista che troverete qui sotto però, non segue nessuno dei due parametri. Per un anno, si è deciso di fare un po’ come ci pare. E il motivo non è solo artistico e nemmeno nasce da basi anticonformiste o di protesta o cose simili. Il fatto è che i dischi che segnano il momento, che diventano manifesto estetico, che portano in loro l’allure del classico, sono sempre meno, sempre più rari. C’è un bellissimo articolo di Stefano Solventi, una delle penne migliori in assoluto nel panorama della critica musicale di casa nostra, che fotografa perfettamente il problema. Solventi parla della scomparsa del futuro, della mancanza di prospettiva, del fatto che un disco oggi ha vita breve e sguardo corto. Dice che la musica oggi altro non è che “una forma di conforto per lenire il nostro disorientamento, la nostra mancanza di appigli” e quindi non racconta il presente, mentre “il repertorio sonoro del passato offre possibilità di carotaggio, intreccio e ricombinazione sempre più complesse, sempre più seducenti”. Insomma, se prendete in mano, che ne so, “Born in the USA” potete capire il 1984, lo stato delle cose nell’America reganiana e la definitiva elaborazione del lutto Vietnam. Oppure, se posate la puntina sui solchi di “Kid A” dei Radiohead tornate subito a quei mesi di spaesamento globale che portavano l’umanità nel terzo millennio, tra nuovi totem tecnologici, la disumanizzazione delle relazioni, il baratro aperto su un futuro che pareva non avere storia, se non che un giorno di settembre dell’anno dopo smentirà tutto questo. Però il punto è che quei dischi erano importanti non solo musicalmente ma anche socialmente, antropologicamente, storicamente. Era il modo di produrre album del secolo scorso, con l’attenzione che si presta ad un film o un libro, e posandoli su una piattaforma comune ben distinguibile e chiara che si chiama(va) tempo, momento storico. Capita a tutte le arti, fateci caso. Direste mai che non esiste più la musica concertistica, la sinfonica, insomma quella che sbrigativamente chiamiamo “classica” (una volte per tutte: non esiste musica classica in quanto tale, mica Mozart diceva “faccio musica classica”, era solo LA musica del periodo per antonomasia)? Accadde che più o meno a metà del novecento la grande tradizione che aveva partorito i Brahms, i Mahler ma anche gli Stravinsky, piano piano si esaurì e rimase come coda, come “nicchia” col risultato che la “nuova musica”, che noi chiamiamo “contemporanea” divenne la musica del momento (Stockhausen, Ligeti, i minimalisti, ecc…) ma la classica non perse mai il suo ruolo e le sale da concerto oggi hanno in programma Beethoven, Bach e Schumann molto di più (e questo non è un giudizio di merito) di Goldsmith o Chačaturjan. In sostanza, prima di uscire dal seminato definitivamente, la “classica” non solo non è finita, non finirà mai, però è finito il tempo in cui era LA musica contemporanea per eccellenza. Al rock è successa la stessa cosa. Come per i pantaloni a zampa. Se tornano di moda (e ogni tanto tornano di moda) rimarranno comunque quella roba anni settanta, perché là erano nati e di quegli anni raccontavano. E quindi, oggi? Al di là del fatto che il rock è finito più o meno 20 anni fa (finito nel senso che non è più, appunto, la narrazione del presente, ammesso che il presente esista ancora, come si diceva poco fa) e che ora è un genere morto che viene riproposto come citazione, come rimescolamento, come revival, non abbiamo trovato dischi clamorosi per essere IL disco del 2023. E allora, dopo tutte queste riflessioni siamo arrivati alla conclusione che o non si faceva affatto una classifica oppure la si faceva strana. Il ’23 ha visto molti vecchi nomi, diciamo pure molti classici, uscire con lavori eccellenti che fanno molto riflettere su come chi è nato e cresciuto in un’era in cui la musica rock e pop era cultura alta, lo dimostri ancora anche in tarda età. I dischi nuovi di P.J. Harvey, di Paul Simon, di John Cale, dei Blur, degli Wilco, degli Yo La Tengo, degli Swans, del compianto Sakamoto, degli inossidabili Rolling Stones, sono qui a dimostrarlo, ma potremmo inserire tranquillamente nel lotto anche dei classici più recenti come Belle And Sebastien, Foo Fighters, Blonde Redhead, Slowdive, The Necks, Motorpsycho, e ormai pure Sufjan Stevens (il suo primo lavoro è pur sempre del 2000), tutti con dischi davvero importanti che testimoniano come non si debba parlare di “passatismo” ma semplicemente accettare che il rock è materia classica, appunto, e non più inserita nel contemporaneo nel senso sociologico del termine. E così, a fare da sintesi, ci è arrivato in soccorso un album che non narra per forza il 2023. Parliamo del nuovo album di Peter Gabriel, “i/o”, che non è il suo disco migliore di sempre, non è un disco che rappresenta lo stato dell’arte musicale al 2023, e però è il disco dell’anno. Vediamone i motivi.

“i/o” è il disco del 2023 perché ha accompagnato tutto l’anno con uscite mensili di ogni brano, ad ogni luna piena, in un percorso che sgretola l’idea di album e allo stesso tempo la corrobora e la cementa con un’attenzione profonda verso la singola canzone. Perché esce in due (tre col blue ray) mix diversi ed è un fatto inedito e Gabriel da decenni parla di come la tecnologia un giorno permetterà di far arrivare al pubblico il lavoro voluto dall’artista e al contempo dare al fruitore la possibilità di modificarlo (Peter Gabriel parlava di intelligenza artificiale già 40 anni fa). “i/o” è il disco del 2023 perché parla di connessioni, di essere parte del tutto, perché è ottimista, persino ingenuo e disarmante nel ritenere l’amore la soluzione di ogni male e nel pensarci docili fibre di universo. Perché è un progetto nato 30 anni fa e rappresenta il coronamento di una carriera strepitosa e di veri giganti oggi in giro ne sono rimasti pochi. Perché ha almeno 4 capolavori assoluti al suo interno e il resto è comunque di livello altissimo rispetto al pop odierno. Perché i suoi limiti (la poca innovazione, il rimanere in una comfort zone, ecc…) sono assolutamente reali ma al contempo trascurabilissimi di fronte alla classe, al livello dei musicisti, alla produzione, alla confezione artistica. Perché il rock è finito ad inizio secolo e questo è un disco del secolo scorso. Perché, ripetiamo, non è il suo disco migliore (si rimettano sul piatto “III”, “IV”, “So” e “Passion”) ma è commovente nell’essere la sua opera più sincera, intima, quasi confessionale. E poi perché chissenefrega di essere obbiettivi.

Questi sono dunque i 50 dischi consigliati di questo 2023. Ci sono album clamorosi per lo meno nella seconda, terza e quarta posizione che, fossimo più obbiettivi, sarebbero senz’altro stati quelli che si giocavano il numero uno. Ma quest’anno ci è andata così.

Peter Gabriel  “i/o”

Yo La Tengo  “This Stupid World”

The Necks  “Travel”

Fire! Orchestra  “Echoes”

P.J. Harvey  “I Inside The Old Year Diying”

Sufjan Stevens  “Javelin”

Jaimie Branch “Fly or die Fly or die Fly or die ((world war))”

Lankum  “False Lankum”

John Cale  “Mercy”

Mistky  “The land is inhospitable and so we are”

Tim Hecker  “No Highs”

L’Rain  “I Killed Your Dog”

Oneothrix Point Never  “Again”

King Krule  “Space Heavy”

Boygenius  “The Record”

Blonde Redhead  “Sit Down For Dinner”

Wilco  “Cousin”

Complete Mountain  “Complete Mountain Almanac”

Kara Jackson  “Why Does The Earth Gives Us People To love”

Kali Malone  “Does Spring Hide Its Joy?”

Swans  “The Beggar”

Blur  “The Ballad Of Darren”

Ryuichi Sakamoto  “12”

The Waeve  “The Waeve”

Katie Gately  “Fawn/Brute”

Paul Simon  “Seven Psalms”

James Holden  “Imagine This Is A High Dimentiional Space Of All Possiblities”

The Rolling Stones  “Hackney Diamond”

Corinne Bailey Rae  “Black Rainbows”

Slowdive  “Everything Is Alive”

Julie Byrne  “The Greater Wings”

Paramore  “This Is Why”

Belle And Sebastian  “Late Developers”

Meg Baird  “Furling”

Susanne Sundfor  “blomi”

Billy Woods  “Maps”

Bonnie Prince Billy  “Keeping Secrets Will Destrroy You”  

Sparklehorse  “Bird Machine”  

Mandy, Indiana  “I’ve Seen A Way”

Matmos  “Return To Archive”

Blue Lake  “Sun Arcs”

Daniela Pes “SPIRA”

Arooj Aftab  “Love In Exile”

Wednesday  “Rat Saw God”

Matt Elliott  “The End Of Days”

Youth Lagoon  “Heaven Is A Junkyard”

Motorpsycho  “Yay!”

Foo Fighters  “But Here We Are”  

Feeble Little Horse “Girl With Fish”

Eiko Ishibashi/Jim O’Rourke  “Lifetime Of A Flower”

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