Rapsodia ungherese al TCVI con Dénes Várjon

Non c’erano dubbi sulle capacità tecniche di Várjon, il suo pianismo è sensazionale e la profonda musicalità e l’ampio spettro degli interessi hanno fatto di lui uno dei protagonisti più interessanti della vita musicale internazionale. Non c’erano nemmeno dubbi sulla sua abilità nell’interpretazione di Chopin e Liszt. La curiosità piuttosto andava al resto del programma, ovvero la “patetica” di Beethoven e soprattutto i brani scelti da Bartók, il cui repertorio per piano è uno dei più avventurosi, complessi e moderni di ogni tempo. E proprio con Bartók sono arrivati i momenti più convincenti della serata. Lo studio e la riscoperta del canto popolare ungherese costituiscono uno dei filoni importanti della parabola stilistica della musica di Bartók e nella Suite op.14 si avverte l’influsso del canto contadino e di temi arabi nel terzo movimento. La suite è agitata da violente scosse elettriche e si conclude poi con un intensissimo movimento lento. La forza dirompente e percussiva delle composizioni per piano di Bartók esce qui nella sua interezza sebbene il brano duri appena 9 minuti. Penetrante il grave della prima delle due elegie che Várjon affronta accentuandone la ritmica e insinuandosi nel “barbarico” stile del pianismo bartókiano. Quando, nella seconda parte del concerto, affronta Liszt, cambia registro, ma pur immergendosi nel romanticismo più floreale e arzigogolato, riesce a fare emergere chiaramente la matrice magiara. Una malinconia strisciante e folklorica che a fine ottocento iniziò a diventare scuola grazie al lavoro di Béla Vikár. László Lajtha, Béla Bartók e Zoltán Kodály continuarono poi nelle sue orme. Ed è grazie a loro che la ricerca sulla musica popolare ungherese è salita al livello più alto dello stile e della composizione e che tale livello è stato mantenuto fino ad oggi. In questo, possiamo dire che Várjon ci appare ideale erede di Jenő Jandó, il grandissomo pianista ungherese scomparso giusto quest’anno.

Meno convincente è parso alle prese con quel capolavoro assoluto che è la Sonata per piano n.8 di Beethoven, altrimenti detta Patetica. Con Beethoven la regola è sempre quella: si deve interpretare in quanto sua creatura e non in quanto composizione che ha un posto dentro alla storia (e alla storiografia) musicale. E Várjon ha oscillato tra momenti troppo “classici” (primo movimento) ed altri tendenti eccessivamente al romantico (il secondo movimento soprattutto), mentre Beethoven, fatalmente, non è né l’una né l’altra cosa. È Beethoven. Punto.

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