SI TORNA A SCUOLA CON GOFFREDO PARISE

Oggi nel Veneto (e quindi anche in tutta la nostra provincia) riaprono le scuole, e ci pareva doveroso rivolgere un pensiero a tutti gli studenti che tornano sui banchi. E il nostro pensiero non può che essere “vestito” di cultura, in particolare di letteratura. Perché tornare a scuola vuol dire anche tornare ai libri sudati, odiati, amati, ordinati, scarabocchiati, prestati, fotocopiati. Agli amanti sul lago di Como, ai dannati nei gironi infernali, alle poesie risorgimentali, ai quei romanzi che mal digerite ma che magari vent’anni dopo riprendete in mano e vi accorgete di quanto meravigliosi fossero. Goffredo Parise è forse il più grande (sicuramente uno dei più grandi) scrittori vicentini di ogni tempo. Un suo libro “Gli americani a Vicenza”, uscito dopo la sua morte, raduna, attorno all’arrivo delle truppe della SETAF in città, una costellazione di altri racconti più o meno coevi. Tra questi vi è “Il compagno di scuola”, in cui l’autore rievoca un lontano episodio della sua vita scolastica: l’accanita rivalità con un compagno di classe, un certo Blumenfeld, un ragazzo strano, riservato, misterioso. E a distanza di anni l’autore giudica negativamente il proprio comportamento persecutorio nei confronti di quel compagno di cui non sopportava la superiorità negli studi. Il regalo di ViCult per il rientro a scuola è questo racconto, sperando vi piaccia e sperando sia un’annata gioiosa per studenti ed insegnanti e genitori.

Ebbi per compagno di scuola, in ginnasio, un ragazzo che si chiamava Blumenfeld. Stranissimo per una cittadina di provincia, dove i nomi del luogo si distinguono a orecchio, per desinenze o numero di vocali, al punto da saper riconoscere chi viene dalla montagna e chi dal mare; e un lombardo, o un meridionale, si riconosce di colpo, fin dall’appello del primo giorno di scuola. Blumenfeld attrasse subito l’attenzione di tutti e Maltauro, ch’era il primo della classe e aveva frequentato i corsi di tedesco, tradusse subito il nome: «Campo di fiori». Eppure quel ragazzo, Emanuele Blumenfeld, non pareva tedesco, così almeno come ce li figuravamo noi e come ci erano apparsi durante la guerra, tutti uguali, caratterizzati dai loro capelli biondi, dagli occhi di un azzurrino sfocato e pure aggressivo e dai modi prepotenti: Blumenfeld era scuro d’occhi e di capelli, pallido in volto e soprattutto di una timidezza profonda, quasi un terrore costante che si esprimeva, a volte, in una specie di lievissimo tremito delle labbra e delle palpebre. Ricordo che, sentendo ripetere il nome, m’era parso di averlo già udito in città. Gli chiesi dove abitava; se suo padre fosse un rivendugliolo di oggetti usati e nel tono della mia domanda, nel gioco della mia voce cercai di inserire come una sorta di disprezzo per un simile mestiere. Blumenfeld negò che quel rivendugliolo e strozzino fosse suo padre. E da quel giorno, con noi ragazzi, negò sempre ogni cosa. Negava di aver fatto la lezione mentre invece l’aveva preparata con ogni cura, negava di avere lo spuntino nella cartella (che andava a mangiare rinchiuso nel gabinetto), negava o nicchiava qualsiasi informazione gli fosse richiesta. Nacque in questo modo tra Blumenfeld e i ragazzi di classe, ma soprattutto tra Blumenfeld e me, una sorta di rivalità, tacita ma accanita, passiva da parte sua, ma non meno forte e intensa della mia, ch’era invece, per l’apparenza, attiva. A differenza degli altri che avevano uniformato il loro accanimento a un unico espediente ch’era quello di fargli continue domande, anche le più ovvie, ma insistenti, e alle quali egli aveva finito per non più rispondere, io cercavo invece di penetrare più a fondo nella sostanza vera di questa rivalità, creando per lui una complessa, giornaliera situazione di disagio, con la piacevole crudeltà del tutto irrazionale e infantile ancora, del torturatore. Blumenfeld era uno dei primi della classe, i suoi quaderni erano sempre in ordine, egli stesso lo era, nell’abbigliamento che, seppure umile, era sempre molto curato, cosa assai rara in un ragazzo della nostra età. Mi piaceva, davanti a tutti, non beffarlo per questo suo ordine, perché sarebbe apparso troppo grossolano di gusto, ma giudicare quella sua forma di disciplina esteriore come la risorsa dei deboli, o degli individui privi di fantasia. Blumenfeld taceva, non s’intrometteva. I suoi silenzi, ogni giorno più rassegnati, non mi facevano sentire superiore a lui, come pensavo; ma profondamente, intimamente inferiore. Corse voce, un giorno, ch’egli fosse ebreo. Non si sapeva ancora di preciso, noi ragazzi, che cosa fossero gli ebrei. Pochissimi ce n’erano in città, forse uno o due. Ci fu un certo movimento in classe; si spiegavano cervelloticamente certi suoi atteggiamenti, si ricercava l’ebraismo soprattutto là, in quei modi esteriori del suo carattere, dove già molto s’era trovato a ridire. E leggende s’andavano intrecciando in classe secondo cui Blumenfeld avrebbe dovuto essere perfino una spia. Nessuno tuttavia aveva coraggio di chiedergli in faccia se era veramente un ebreo. Fui io a chiederglielo, a imporgli una risposta, a metterlo sotto accusa. Le labbra e le palpebre di Blumenfeld tremarono, e a un tratto, silenziosamente, si mise a piangere; mi diede una mela, disse che potevo mangiarla e negò, negò anche questo. Sentii che impallidivo: quel no chiudeva per sempre gli estremi della nostra rivalità e mi lasciava battuto. Blumenfeld divenne per la classe una curiosa figura da romanzo, io restai uno scolaro qualunque. Le scuole finirono e così il liceo, non ci rivedemmo più. E tuttavia col passare degli anni mi venne varie volte da ripensare a questa curiosa avventura scolastica. E dai vari episodi che s’erano andati creando intorno alla figura di Blumenfeld, interpretati a distanza di tempo, mi veniva doveroso un atto d’accusa verso me stesso e, tuttavia, un chiarimento e alcune considerazioni di carattere, diciamo così, generale. E cioè che io, allora sedicenne, frutto ultimo di una società prepotente e sbagliata ne avevo ereditato le cattiverie, fino a godere di una persecuzione che mi veniva istintiva per educazione ricevuta: essa non era stata altro, nel mio caso, che una soluzione, la più spicciola, la più sbrigativa (non importava se inumana) escogitata per non sentire la superiorità di Blumenfeld negli studi. E una seconda considerazione, da questa prima: che Blumenfeld accettando in silenzio quella mia sorta di tortura, anch’egli portava il peso di quella stessa società, dei lunghi anni durante i quali egli aveva vissuto chiuso in una stanza senza mai vedere il sole, imparando dalla solitudine pazienza e insieme paura. E da queste due considerazioni una terza: che entrambi uscivamo da una adolescenza che portava il segno – cicatrice o marchio che fosse – di due diverse e opposte schiavitù. Ma che egli dalla sua, era uscito martire e vincitore.

(da Gli Americani a Vicenza e altri racconti, Mondadori, Milano, rid.)

ANORESSIA

Prova ad immaginare il canile municipale di Vicenza, alla Gogna, zona periferica della città. E’ notte, estate. Una notte di

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