Petra Magoni e Ilaria Fantin “All Of Us”: la recensione

Quando affronti una cover hai di solito due opzioni di massima: rispettare l’originale o stravolgerlo. In rari casi ne esiste però una terza che sposa i due estremi. Questo è il caso di questo bellissimo progetto di Petra Magoni con la vicentina Ilaria Fantin. Il lavoro muove sulle stesse coordinate di “Musica Nuda” che Petra aveva registrato con Ferruccio Spinetti. In quel lavoro, la voce della Magoni si poggiava sul contrabbasso di Spinetti, producendo un jazz minimale calato su una serie di cover che spaziavano dai Beatles ai Police. In questo “All Of Us” l’esperimento è ancora più radicale e ciò dipende tutto dalla presenza di Ilaria Fantin e del suo arciliuto. Volenti o nolenti si è trascinati indietro nei secoli, in un seicento ideale, in situazioni pastorali e fiabesche. E fin da subito appare come tutto questo sia straordinariamente adatto a “spogliare” le canzoni per risaltarne l’essenza. Quel che ne esce è un omaggio riuscitissimo a 11 brani a modo loro tutti classici, che paiono non avere collocazione temporale tanto si adattano a questa nuova veste. Un recital di poco più di 40 minuti in cui la splendida voce della Magoni è teatrale, intima, recitata, calibrata in maniera certosina. Di certo una delle migliori voci del panorama italiano. Voce al servizio dell’interpretazione, voce matura e dal profondo rispetto drammaturgico. E su questa voce spadroneggia la liutista Fantin che già ha alle spalle delle incursioni nel pop. Questa volta però non si può parlare di pop. In quest’album la forma canzone viene rispettata nella sua artigianale fattura primigenia, ed il risultato è un disco coerente dall’inizio alla fine, da ascoltare in una sola sessione, come una rappresentazione scenica di due cantastorie in viaggio nel tempo rimanendo sempre ancorate a loro stesse. La scelta dei brani esalta l’azzardo del progetto. A leggere i titoli prima di ascoltarli viene molta curiosità e un certo grado di perplessità aggiuntivo. Difficile immaginarsi “Smoke on the water” o “Nothing compares to u” per voce e liuto e invece non solo risultano perfette ma la grana della scrittura viene esaltata e al tempo stesso pare siano pezzi delle due interpreti. E che dire di quel monumento a nome “Sympathy for the devil” che nessuno osa immaginare senza quel ritmo e quei cori e che invece qui diventa un momento di teatro puro e sorprendentemente centrato? Il disco termina con “All of me”, uno standard jazz scritto da Gerald Marks e Seymour Simons nel 1931, notissimo nella versione swing che ne diede Frank Sinatra. Una chiusura caldissima e raffinata per un lavoro che è da elogiare sia come concetto che come realizzazione.

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