Mogol al Teatro Olimpico per il Festival della Bellezza: una lezione uggiosa.

Il grandissimo e mai troppo ricordato Alberto Arbasino, diceva : “in Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di brillante promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro”. Non credo che Giulio Rapetti, in arte Mogol, abbia l’arguzia per capire il raffinato calembour ma non sarebbe da biasimare. Intere generazioni di paesani cantanti e festanti, lo hanno eletto a Maestro per eccellenza dell’italica lirica canzonettara. La musica leggera, anzi leggerissima, con le rime amore/cuore e gli struggimenti e i sogni, le discese ardite e le risalite. Nulla di male, ci mancherebbe altro. Anzi, saper arrivare a tutti è dono raro e prezioso, e unire stile a popolarità non è mai stata impresa facile. Si diceva di Battisti che fosse un po’ come i Beatles italiani, in quanto a presa sul pubblico, ad impatto sociale, ed è stato verissimo almeno fino alla fine degli anni settanta. Era il periodo d’oro di Mogol-Battisti, un duo all’apparenza indissolubile e perfettamente bilanciato. C’è un video che si può tranquillamente trovare su youtube, in cui Lucio è ospite di Renzo Arbore nella trasmissione “Speciale per voi”, programma quasi d’avanguardia in cui per la prima volta gli artisti erano bersaglio di domande e critiche da parte del pubblico di giovani presenti in studio. Erano anni di forti battaglie politiche e ad un certo punto a Battisti arriva la fatidica domanda, ovvero se lui si ritenga o meno un cantante impegnato. Il genio di Poggio Bustone rispose dicendo “No, che  impegnato, io sono disimpegnato, disi-tutto!”. Apriti cielo. Nacquero leggende sul Battisti fascio, perché ovviamente in questo paese se non sei lì a lottare in piazza sei subito qualunquista e quindi mezzo fascista per disgrazia ricevuta. E allora vai col diluvio di scempiaggini. I “boschi di braccia tese” della “Collina dei Ciliegi” sono chiaramente dei saluti romani, la copertina de “Il Mio Canto Libero” anch’essa mostra arditi e mistici saluti, e persino il “mare nero” che sta in mezzo alle bionde trecce e agli occhi azzurri, sarebbe ideologico. Tutte balle, sia chiaro. Ma l’italiano è pavloviano nell’intimo, e scatta sull’attenti appena il semaforo della banalità lo desta dal sonno della ragione.

Mogol, anzi, il Maestro Mogol, scriveva siparietti di spaccati piccolo borghesi, di viltà, tradimenti neanche ben organizzati (“ma come mai tu qui stasera?”) di status simbol da contrada (“tutta cromata è tua se dici si”) malcelando sempre un machismo che rasentava la misoginia pura. Riparato dietro a elevati ideali ecologici, scriveva del bisogno di tornare alla natura, alla vita rurale, e ne raccontava i valori così: “Al ritorno dalla campagna, prima cosa voglio trovare il piatto pronto da mangiare e il bicchiere dove bere. Seconda cosa voglio parlare di tutte le cose che ho da dire e qualcuno deve ascoltare. Donna mia devi ascoltare. Terza cosa quando ho finito presto a letto voglio andare e fra la seta della carne tua mi voglio avvolgere fino a mattina e donna senza più nessun pudore puledra impetuosa ti voglio sentire”. Il dolce stil nuovo era un’altra cosa. Non che Mogol sia riconducibile solo a questo, ci mancherebbe. Forse il suo testo più bello in assoluto è quel capolavoro che si intitola “Anima Latina” (il brano omonimo che dà titolo al disco epocale di Battisti), in cui fascinazioni green e spirito umanitario si uniscono in un canto davvero libero per una panteistica ricerca di pace. Altro capolavoro senz’altro è “Con il Nastro Rosa”. Oppure la sublime “Fiori Rosa Fiori di Pesco”. O “I Giardini di Marzo”. Ma ce ne sono molti altri. Il punto non è ridimensionare Mogol paroliere, il punto è fare dei distinguo e capire come mai i vari De Andrè, Conte, Fossati, De Gregori, Dalla, vengano in mente dopo di uno che ha scritto “ e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire”. Perché qualcuno deve pur dirlo prima o poi che “Emozioni” è una raccolta posticcia di banalità da baci perugina. Ma torniamo al Mogol celebrato e osannato, com’è accaduto sul palco del Teatro Olimpico in occasione del Festival della Bellezza. Vedere e sentire 400 persone cantare in coro i pezzi di Battisti è stato emozionante, non si discute. Battisti è come la pizza, il tramonto a Sorrento, il panettone e la nazionale di calcio. E la cosa incredibile di Lucio è che è queste cose ma anche molte altre decisamente più intriganti e profonde. Detto che, a livello musicale, tutta l’opera di Battisti è un unico, immenso capolavoro, va ribadito come il suo periodo con Pasquale Panella sia ancora un mezzo mistero per molti se non addirittura un segreto. Eppure i cinque album “bianchi” che vanno da “Don Giovanni” a “Hegel” sono tra i lavori più intensi, intelligenti, innovativi e deflagranti dell’intera musica italiana. Ma non contengono scogli che arginano mari o donne per amico. Ascoltando Mogol nella sua lectio magistralis tutto si spiega. Lui è esattamente come il suo pubblico. Ha gusti medi e non cerca spigoli mai. Riesce a scherzare su Bob Dylan dicendo che il Nobel mica se lo meritava e definendo “Like A Rolling Stone” un pezzo crudele verso una donna, cantato come un dialogo tra napoletani. Va pesante contro i talent accusando i giudici di non capirne nulla mentre lui con la scuola ha forgiato nuove star del calibro di Arisa. Ha 85 anni ma la pensava così anche 50 anni fa. Mogol è sempre stato vecchio e i vecchi, come diceva Faber “quando accarezzano hanno paura di far troppo forte”. Così come da sempre ha un opinione di se stesso molto alta e autoincensante. A Mogol vanno dati enorme rispetto e gratitudine per le emozioni, vere, che ci ha dato. Emozioni che capire noi possiamo. Ma la santificazione in vita è un tantino troppo. D’altronde questo paese rifiuta sempre di più la complessità e si adagia su ciò che è più facile, diretto, comprensibile. Sarà sempre così? Lo scopriremo solo vivendo.

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