PFAS. IL VELENO DA FERMARE.

Pochi giorni fa, il 4 aprile, la Francia ha deciso di vietare la produzione e la vendita di prodotti non essenziali contenenti PFAS. Con questa decisione, dal 1 gennaio 2026, i PFAS saranno vietati nei cosmetici, nella sciolina e nella produzione di abiti, salvo quelli per la protezione professionale. Il bando esclude per ora le pentole e altri utensili da cucina. Non è tutto quello che si spera ma è già qualcosa, considerando che da noi la strada da fare è ancora molto lunga. Nel frattempo, uno studio pilota realizzato tra Arpa Toscana, Università di Pisa e Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), ha trovato tracce di Pfas nei delfini, tartarughe e squali spiaggiati sulle coste della Toscana. Finora si è pensato che il mare facesse il “lavoro sporco” di accumulare e diluire i PFAS che gli arrivano dai fiumi. Non è così. Dei ricercatori dell’Università di Stoccolma hanno scoperto inoltre che anche l’Oceano restituisce i PFAS. I cosiddetti “forever chemicals” vengono infatti riemessi nell’aria dalle onde oceaniche con una frequenza sorprendente. Il problema PFAS, insomma, è grave e urgente.

Facciamo un passo indietro. Cosa sono i PFAS? I PFAS, o perfluoroalchilici e polifluoroalchilici, sono una classe di composti chimici che includono vari tipi di sostanze utilizzate in una vasta gamma di applicazioni industriali e di consumo. Questi composti sono noti per la loro resistenza alle macchie, all’olio, all’acqua e al calore ed sono stati ampiamente impiegati in prodotti come rivestimenti antiaderenti, tessuti impermeabili, schiume antincendio, vernici e molto altro ancora. I problemi derivanti dai PFAS sono complessi e possono avere implicazioni per la salute umana e l’ambiente. I PFAS sono noti per la loro persistenza nell’ambiente. Ciò significa che possono rimanere nel suolo, nell’acqua e nell’aria per lunghi periodi di tempo senza degradarsi. Possono accumularsi negli organismi viventi attraverso la catena alimentare. Ad esempio, possono accumularsi nei pesci e nei mammiferi marini, con il potenziale di raggiungere concentrazioni più elevate negli organismi che si trovano in cima alla catena alimentare, come gli esseri umani. Numerosi studi hanno evidenziato possibili effetti nocivi dei PFAS sulla salute umana. Questi includono problemi di sviluppo, danni al sistema immunitario, alterazioni ormonali, danni al fegato e potenziali effetti cancerogeni. Ad esempio, alcuni PFAS sono stati associati a un aumento del rischio di cancro al fegato e al testicolo. Le fonti di contaminazione da PFAS includono scarichi industriali, smaltimento improprio di prodotti contenenti PFAS e dispersione accidentale di schiume antincendio contenenti PFAS. Ciò può portare alla contaminazione delle acque sotterranee, dei fiumi, dei laghi e del suolo, con potenziali conseguenze negative per la salute umana e l’ecosistema circostante. A causa della loro persistenza e della loro capacità di trasporto attraverso l’aria e l’acqua, i PFAS possono diffondersi su scala globale, contaminando regioni anche lontane da fonti di emissione dirette.

Per informare la popolazione e l’opinione pubblica su quanto accaduto e su quanto sta avvenendo e per contribuire alla creazione di una cultura attenta all’ambiente e alla salute delle persone, la Cgil di Vicenza ha finanziato la realizzazione di un documentario, “Pfas lavoro avvelenato”, affidato al giornalista vicentino Gianni Poggi.

Pubblichiamo qui di seguito l’intero il 2° capitolo del libro “PFAS. Veneto avvelenato” di Gianni Poggi, di prossima pubblicazione.

“I Pfas – acronimo inglese di PerFluorinated Alkylated Substances – sono una famiglia che raggruppa decine di composti chimici artificiali e cioè non presenti naturalmente nell’ambiente. Tutte queste sostanze hanno in comune la composizione a base di catene di atomi di carbonio cui sono legati atomi di fluoro. Spiega la Relazione sulla diffusione delle sostanze perfluoroalchiliche della Commissione Parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati (2022) che “il fluoro nella forma inorganica è l’alogeno più importante della crosta terrestre, tuttavia in natura esistono solo una dozzina di sostanze organiche contenenti fluoro, isolate da piante tropicali e subtropicali. Pertanto, i composti organici fluorurati in natura sono di origine antropogenica.”
I numeri degli atomi carbonio-fluoro che compongono le catene possono variare generandone corte a 4 atomi di carbonio o lunghe a 8 atomi. Le sostanze perfluoroalchiliche con 8 atomi di carbonio hanno una pericolosità maggiore rispetto a quelle con 4 atomi e sono più pericolose rispetto anche agli altri Pfas.
Maggiore è la lunghezza della catena di atomi di carbonio, più persistenti sono tali composti nell’ambiente. Essi sono, cioè, resistenti alla degradazione ambientale ossidativa e fotochimica.
“Le sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) – prosegue la Relazione della Commissione Parlamentare – costituiscono un’ampia famiglia di circa 4.700 composti chimici sintetici. Si tratta di sostanze contenenti legami carbonio-fluoro, tra i legami chimici più forti nella chimica organica. I Pfas sono costituiti da una catena di carbonio completamente (per) o parzialmente (poli) fluorurata collegata a diversi gruppi funzionali. In base alla lunghezza della catena di carbonio fluorurato, si possono distinguere Pfas a ca-tena corta e lunga. Le loro proprietà le rendono particolarmente resistenti alle reazioni chimiche, al calore e all’abrasione o frizione, e servono per conferire ai materiali proprietà di antiaderenza e impermeabilità sia all’acqua che agli oli”.
Tutte queste sostanze si ritrovano nelle acque di falda nelle zone inquinate della Regione Veneto. I composti perfluoroalchilici più frequenti e in concentrazioni più elevate, riscontrati nello stabilimento Miteni, sono quelli con 4 atomi di carbonio, cioè Pfba e Pfbs, nonché quelle con 8 atomi di carbonio, Pfoa e Pfos. Si ritrovano anche nelle acque di falda e in quelle superficiali dell’area contaminata nelle province di Vicenza, Verona, Padova e Rovigo.
Nel 2018, cinque anni dopo la scoperta della contaminazione, sono rinvenuti nella falda acquifera i composti Pfas di nuova generazione, GenX e C6O4, la cui produzione è stata consentita a Miteni dalla Regione Veneto con l’autorizzazione di impatto ambientale rilasciata nel 2014.
Il sito della Ulss 8 Berica di Vicenza spiega che “in seguito al rilascio durante la fabbricazione, l’uso e lo smaltimento dei prodotti che li contengono, Pfoa e Pfos, essendo chimicamente stabili nell’ambiente e resistenti ai tipici processi di degradazione, sono persistenti e presenti sia nel suolo sia nell’aria, dove possono rimanere per giorni ed essere trasportati prima di cadere sul suolo. Qui essi si muovono fa-cilmente attraverso terreni sotterranei, dove possono percorrere lunghe distanze e contaminare le acque superficiali e sotterranee”.
La esposizione ai Pfas è un fenomeno globale, tant’è che si stima che oggi il 99% degli esseri umani ne abbia nel sangue una percentuale”.

Il 3 ottobre 2017 con la delibera 1590, la Regione Veneto ha abbassato drasticamente i limiti di PFAS nell’acqua potabile in tutta la Regione. E nei 21 Comuni più contaminati, ha potenziato i sistemi di abbattimento di questi inquinanti nell’acqua potabile, raggiungendo così valori di PFAS vicini allo zero.
E’ un primo passo concreto nella giusta direzione!
La battaglia però è ancora lunga: solo alcuni dei Comuni della zona contaminata stanno ricevendo acqua con il nuovo sistema di filtraggio. La Regione Veneto deve ora garantire al più presto a tutti i cittadini acqua priva di PFAS e deve soprattutto adottare i provvedimenti necessari sul fronte ambientale per individuare e fermare tutti gli inquinatori, avviando subito le necessarie bonifiche. Il fatto è che, nonostante l’evidenza del problema, l’Italia non ha mai chiesto una limitazione all’uso dei PFAS a livello europeo. Il governo italiano ha adottato alcune misure per limitare l’esposizione ai PFAS, come la bonifica dei siti contaminati e il divieto di utilizzo di alcuni PFAS in specifiche applicazioni. L’inquinamento da PFAS è un problema transfrontaliero che richiede una soluzione a livello europeo. La Commissione Europea ha proposto di limitare l’uso di alcuni PFAS, ma la proposta è stata bloccata da alcuni Stati membri. È necessario che l’Unione Europea adotti una posizione più forte e urgente per limitare l’uso dei PFAS e tutelare la salute pubblica. La Danimarca ha approvato una legge che vieta l’uso di PFAS (perfluoroalchilati e polifluoroalchilati) in tutti i prodotti di consumo. La legge, entrata in vigore il 1° gennaio 2023, rappresenta un passo avanti significativo nella lotta contro l’inquinamento da PFAS e un esempio per l’Europa e il resto del mondo.

Luglio 2024

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