IL NATALE AL TEMPO DEL CONSUMISMO

Il Natale che molti conoscono è un tripudio di compere e preparativi, un indaffararsi senza sosta, mentre le gelide giornate dicembrine si dissolvono nella nebbia. Beati coloro che hanno già comprato tutti i regali nella grazia del Black Friday. Nelle nostre frenetiche vite, scandite non più dallo scorrere delle stagioni ma da eventi vari in un turbinio di acquisti e regali, tutto è buono per essere commercializzato, soprattutto le feste. Il lucro è la regola, e questo paradigma attecchisce perfettamente nella nostra società. La macchina funziona grazie a noi, che con le nostre compere felici, ne oliamo per bene gli ingranaggi. Io stessa sono parte di questo esercito di cavallette, ma è proprio dall’interno che si coglie meglio la vuotezza di questa complessa realtà. Siamo consumatori. Compresi coloro che additano sdegnati chi compra vestiti dall’industria fast-fashion, ma che difficilmente godrebbero di tanti altri privilegi, se nelle parti sbagliate del mondo qualcuno non producesse macchine, telefoni, elettrodomestici, mobili. Siamo tutti consumatori e l’ultima cosa che vogliamo sentirci dire è “stai consumando troppo”, o essere criminalizzati per la nostra ordinaria condotta. Secondo questa visione, il conflitto interno, tra chi si sfoga nello shopping e chi riutilizza le bustine del tè, risulta profondamente inefficace, talvolta ipocrita e dannoso. Molti di noi preferiscono giustificarsi scherzosamente dicendo “così faccio girare l’economia”; quasi vorremmo essere ringraziati, noi fedeli consumatori. In questo vi è un fondo di verità, in quanto un mondo che produce giorno e notte ha bisogno del riacquisto continuo di beni e servizi da parte nostra, per non impantanarsi in crisi di sovrapproduzione.

Ma a starci tanto a cuore non dovrebbe essere la salute del mercato italiano e globale. Non pensiamo, per un attimo, nemmeno al benessere del nostro portafoglio, all’inquinamento che causiamo, alle tonnellate di cibo e altri prodotti sprecati, buttati ogni giorno. Consideriamo solo il puro e semplice atto di comprare. Un rito della religione consumistica, il primo credo universale dell’occidente. Troppe volte non compriamo per necessità, forse quasi mai. È un gesto che si compie per piacere, vizio, noia, sfogo. Anteponiamo il “mi serve” come falsa prova ineluttabile dell’imprescindibilità del nostro acquisto. O tempora, o mores! Occorre tuttavia prestare molta attenzione: non è saggio bastonare alla cieca chi compra e ricompra. Il consumatore non è da colpevolizzare, poiché ognuno sceglie in base a necessità ma anche secondo possibilità, condizionato dal mercato a cui si affaccia. L’offerta è straripante, basta immaginarsi una cosa che quella è già in vetrina.

Un simbolo di questo meccanismo è il recente Black Friday, i saldi degli Stati Uniti, abilmente trasformati in un fenomeno globale. All’alba del Black Thursday, sorge un giorno ben più felice per i consumatori. Il desiderio si accende non appena si rivela la possibilità di fare un affare: in un sistema dove il fine è comprare, comprare a metà prezzo è un’immensa soddisfazione, il sommo bene. Il BlackFriday, come i saldi invernali che ci attendono dietro l’angolo, si rivelano come una scusa, anzi un’occasione per avere di più. Sembra quasi che dovremmo essere grati della loro esistenza: è il momento perfetto per far spendere anche a coloro che hanno meno, sbandierando offerte imperdibili. In questa condizione le cose comprate, ora nelle nostre mani, sono tante e troppe superflue. Si potrebbe allora pensare che l’unica alternativa al dualismo logorante produttore-consumatore sia racchiusa nei tre comandamenti dell’avaro: non spendere, non comprare, non scialacquare. Un’atteggiamento incompatibile con la realtà, volto a tutelare la pecunia piuttosto che sè stessi. Il consumo irrequieto e costante a cui siamo indotti è ormai un’abitudine, ne siamo tanto assuefatti da non riuscire nemmeno a immaginare la possibilità di una diversa concezione dell’acquisto. Vi assicuro che chi denaro non ha, denaro non spende, nemmeno al Black Friday o a Natale, ma tutta la massiccia working class, la classe media, medio bassa o medio alta, i ricchi e i ricchissimi, difficilmente sognano una realtà in cui la tensione all’opulenza non sia l’aurea aspirazione di tutti. Sembra non vi sia nulla di meglio di avere tanti soldi per comprare tante cose.

Eppure è possibile una diversa via, ispirata all’idea di povertà. Non si tratta certo di intraprendere il cammino di San Francesco né di vivere nell’indigenza più assoluta. La parola “povertà” oggi ha il potere di far rabbrividire non solo i governanti, ma pure le masse: è un incubo collettivo. Al minimo accenno ci vorremo voltare, ciechi, sbigottiti e impressionati. La povertà tuttavia porta con sè un dono prezioso. Il povero infatti non è il nullatenente, ma colui che ha meno, e questo “meno” può essere di grandissimo valore. Accettare un frammento di povertà nelle nostre vite ricolme, significa compiere scelte più consapevoli senza dolorose rinunce, possedere un po’ meno cose ma averne più cura, gioire non della quantità ma della qualità dei doni. Un ulteriore beneficio della vita semplice (eviterò la parola “vita povera” per l’effetto che può suscitare) è che, forse, sarà minore la probabilità di rimanere invischiati nel vortice perenne di compere e offerte in cui viviamo, che inevitabilmente si intensifica nel periodo natalizio. L’immunità dalla febbre del consumo si conquista poco alla volta, accorgendosi che il vuoto possesso non arricchisce, che il fine non è il consumo ma l’utilità, il beneficio, la bellezza. Perché come volere tutto è volere nulla, avere tutto è avere nulla.

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