I pro e i contro di VIVA VERDI e una proposta di miglioramento.

L’anno prossimo saranno vent’anni di VIVA VERDI. Vent’anni di una messa cantata che ha ormai preso un posto ufficiale nell’agenda dei vicentini. Ci si viene perché bisogna, ci si viene per essere visti, perché è l’evento di ogni luglio. Ci vengono i politici, con quelli che governano sempre un po’ di più di quelli dell’opposizione. Ci viene la “vicenza bene” e anche quella “comune” che, per una sera, partecipa al rito collettivo mondano. Ma che cos’è VIVA VERDI? Non è un semplice concerto, è una specie di festa di paese. Ma soprattutto è una manifestazione molto bella, organizzata bene, con il grande merito di essere gratuita, ma con diverse evidenti pecche. Ieri sera il programma era suddiviso in una prima parte più classica, operistica e sinfonica, ed una seconda parte decisamente più “trasversale” con incursioni nel moderno e nel pop.

Si inizia con l’overture del Guglielmo Tell di Rossini e il Coro e Orchestra di Vicenza, diretti dal maestro Giuliano Fracasso, si mettono in moto. Esce poi il tenore Walter Fraccaro per “Di quella pira”, dal “Trovatore” di Verdi. Già perché il maestro di Busseto in teoria sarebbe il protagonista, ma solo in teoria. In realtà VIVA VERDI ha più significati. C’è quello prettamente storico per cui VERDI è l’acronimo di Vittorio Emanuele Re d’Italia, e veniva così scritto sui muri durante gli anni del risorgimento. Giuseppino diventava in tal modo simbolo della lotta per l’unità del paese, sebbene lui stesso non si riconoscesse in quel ruolo. Quando “Va Pensiero” divenne il canto di tutti gli italiani, pure lui fu sorpreso, anche perché l’aria era la preghiera che gli Ebrei rivolgevano per la loro Patria ma fu subito accostata all’oppressione degli italiani prima dell’unificazione. Potere della politica. I leghisti poi fecero il resto. I leghisti bossiani, che visti oggi paiono lontani anni luce. Va beh. Ma oltre all’Italia unita, a Verdi metafora stessa del patriottismo, il VIVA VERDI è una festa del bel canto, una rassegna per melomani della domenica, una sagra di paese con orchestra. Nel bene e nel male.

Tornando alla scaletta, abbiamo poi avuto “Gloria all’Egitto” con marcia trionfale da Aida, “Casta Diva” interpretata da una prima studentessa del conservatorio Pedrollo (con più di un’incertezza), l’Overture della “Carmen” di Bizet, quel momento sacro che si chiama “E lucean le stelle” (qui si è pucciniani e non verdiani, mi scusino i lettori) che Walter Fraccaro affronta deciso ma non convince appieno, “Vissi d’arte” cantata da una seconda studentessa del Pedrollo (anch’essa cinese), e due momenti dal Requiem (vero capolavoro verdiano): Dies irae e Tuba Mirum. E qui Sara Pinna annuncia la fine della prima parte. Il “secondo tempo” parte con “Czardas” di Vittorio Monti per poi inoltrarsi in un sentiero sempre più da kermesse folcloristica. Un “Moment for Morricone” con un quintetto di clarini, poi “Funicolì Funiculà” forse in omaggio a Gigi D’Alessio che suonerà qui per l’otto settembre (mai scelta fu più discussa), “Hallelujah” di Leonard Cohen come fosse un canto popolare (della serie: come ti rovino un classico), a seguire l’immancabile “Libertango” di Astor Piazzolla, “Caruso” di Dalla (vedi alla voce Hallelujah), “Viva la vida” dei Coldplay (ma che davvero?), il tema della pantera rosa, “‘O surdato ‘nnamorato” e gran finale con “Nessun dorma” che ormai cantano anche ai funerali, alle lauree e ai matrimoni. Olé.

Cosa non va in questo programma? Pare evidente che l’eterogeneità della proposta sia comunque sbilanciata verso una dimensione di accessibilità un po’ troppo da sagra popolare e ci tocca ripeterlo. Al pubblico viene dato un repertorio ultra conosciuto, senza il benché minimo sforzo di andare oltre e con un crescendo nazional-popolare che non incide minimamente dal punto di vista della divulgazione culturale. Forse quella invece sarebbe la strada da seguire. Un VIVA VERDI che, una volta l’anno, affronta una grande opera italiana. Due ore in cui condensare il meglio delle arie di un’opera, i momenti strumentali più importanti, con qualcuno che narra la storia e spiega sia l’opera in sé e sia il momento storico in cui fu scritta e altre curiosità, tra un brano e l’altro. Un anno la “Traviata”, l’anno dopo “L’elisir d’amore”, l’anno dopo ancora la “Bohème” e così via. Il pubblico potrebbe davvero entrare nella storia dell’opera italiana per poi, volendo, approfondire come desidera. Sarebbe uno sforzo realmente colto ma la dimensione di “intrattenimento” non si perderebbe affatto visto che ovviamente non sarebbe mai come mettere in scena un’opera sul serio ma continuerebbe ad essere una serata di divertimento leggero e una vetrina su una delle più grandi tradizioni artistiche del nostro paese. Noi il consiglio lo abbiamo dato.

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