PARCO DELLA PACE: LA SECONDA VICENZA VERDE CHE RIMANE ANCORA QUASI UNA CHIMERA

Immaginare New York senza Central Park è impossibile. No, un attimo, non stiamo paragonando Vicenza a New York, nonostante il caldo che ci batte in testa non abbiamo perso la capacità di intendere. Quello che l’esempio vuole tradurre è il senso del necessario che c’è nell’avere un parco stile “central park” in ogni città, mai come ora. Ma facciamo un passo indietro.

Il Parco della pace non è paragonabile a nessun’altra zona verde cittadina. Intanto per le sue dimensioni (630 mila metri quadri sono qualcosa di enormemente ampio) ma anche per la sua natura, osiamo dire, valoriale. Si trova a Vicenza ma confina con un altro comune e addirittura con un altro stato, visto che la caserma è territorio statunitense. Nasce proprio dagli accordi presi molti anni fa dopo la costruzione del “Dal Din” e prende il suo nome, un po’ retoricamente, proprio da quello spirito. Ma “pace” non è solo pacifismo, per fortuna. Pace è intimità, rifugio, lontananza dal caos, in una parola, pace è natura. E nel parco la natura ti sovrasta, ti accoglie come totale ed indiscussa protagonista. Eccola la necessità a cui prima si accennava: una grande, grandissima area naturalistica in città che nessun altro parco (nemmeno il Querini) può dare. Un’area che sia l’equivalente di un piccolo paese a vocazione naturalistica, dove anche semplicemente andare a camminare, a respirare aria migliore, a sentire gli uccelli, a prendere il sole, fare sport, leggere, mangiare e suonare la chitarra come in un brutto testo di Mogol. Attenzione, non è solo il trionfo della melassa ampollosa dei significati della campagna, è proprio un’altra forma di approccio al tema green che non sia greenwashing. Parco della pace può diventare una sorta di “Vicenza 2” campestre. Non un parco giochi, non l’ennesimo trionfo di contenuti per intrattenimenti più o meno sensati. Un parco, verde, enorme, naturalistico. Fine. Pare così semplice e banale che quasi non viene nemmeno in mente come prima opzione. Eppure il parco quello è e quello deve essere. Certo, la sua vastità richiede interventi importanti e strutture ed organizzazioni ma qui stiamo parlando dell’identità e ci pare non ce ne possa e forse non ce ne debba essere un’altra.

Fare un sopralluogo oggi nella zona è piuttosto sconcertante. Le domande che sorgono spontanee subito sono “ma come è possibile si fosse annunciata l’apertura imminente nei mesi scorsi?”, e poi “ma che tipo di uso se ne voleva fare?”. Quello che si vede è una zona desolata che, se tutto va bene, sarà pronta per la primavera del 2024, e non esageriamo. Come si potesse parlare di apertura per quest’estate va anche oltre alle solite boutade da campagna elettorale, era semplicemente una promessa irrealizzabile. Già perché 5 anni fa la precedente amministrazione si ritrovò questa sorta di piccolo paese sul groppone. Un parco che poteva anche ritenersi sbagliato, si poteva dire che le compensazioni per la caserma dovevano essere ben altre, si poteva anche dire che il parco è fuori scala per Vicenza. Tutto opinabile ma tutto assolutamente legittimo. Ma non prendiamola larga e andiamo al punto: a loro il parco stava sullo stomaco e lo vivevano come una brutta gatta da pelare. Però c’era, e a quel punto qualcosa ci devi pur fare. In cinque anni la precedente giunta ha svolto i lavori di scavo per ottenere i corsi d’acqua e i micro laghetti, ha piantumato, ristrutturato gli hangar, installato l’impianto di illuminazione e consegnato i parcheggi. Non è affatto il nulla, ma è comunque poco. Certo, ci sono stati molti mesi persi per il ritrovamento di ordigni bellici durante gli scavi, ma quel che è evidente è lo stato dell’arte del parco ad oggi: banalmente, non c’era chi lo aprisse, non c’era soprattutto chi lo gestisse. La grande questione che rimane aperta è proprio la gestione e su questo ora si parte da zero, non da poco, da zero. E in aggiunta (altro fatto al quanto bizzarro) mancava del tutto un piano economico finanziario. Questo parco non può nemmeno per sogno pesare sulle spalle dei cittadini e doveva e dovrà essere un’opportunità. Dopo cinque anni però c’è ancora quasi tutto da fare.

Di fatto le opportunità si vedono tutte anche oggi che è un cantiere in palese ritardo sulla data di consegna. Si vede un’area eventi in cui grandi concerti (ma grandi davvero) possono essere serenamente programmati, si vede la parte ludico/sportiva, si vedono gli hangar con il museo del volo e lo spazio per la protezione civile, si vedono le disponibilità per gli spazi commerciali e la ristorazione. Si vede soprattutto l’ideale oasi che si perde a vista d’occhio fatta di verde, di corsi d’acqua, di collinette, di passeggiate, di gente in canoa, altri che giocano a rugby e calcio, altri che fanno correre i cani, altri che pedalano o fanno evoluzioni con lo skate, si vede quindi quell’identità di cui parlavamo ad inizio articolo. Ma “vedere” non è il verbo giusto, dovremmo usare “immaginare” perché la visione non c’è stata ed è stata sostituita da un annoiato procedere forzato. Cultura è qualità della vita, è bellezza, è ambiente, è cura, è un’altra dimensione possibile di comunità. Questo parco, in quest’ottica è un luogo sommo di cultura, quella cultura che è nella natura e della natura, e che si smarrisce ogni volta che la corruzione del moderno ha la meglio. Parco della pace può essere un esempio di visione del futuro, ora che il presente drammaticamente ci impone di mettere la questione ambientale al primo posto. Non sfruttarlo sarebbe folle.

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