I CLASSICI DELL’OLIMPICO 2022: UNA BREVE CHIOSA

“I malvagi che hanno successo sono insopportabili” -ESCHILO

L’epoca moderna è stata contrassegnata, tra le altre cose, dalla domanda su che cosa sia classico. Una dialettica tra tradizione e talento individuale (per citare T.S. Eliot) che proponeva nuove dimensioni d’argomento per l’uomo del novecento. Se il romanticismo aveva annacquato la contemporaneità in salsa medieval/spiritualistica, il progresso del secolo breve portò l’essere umano in frantumi ad interrogarsi sul senso del tempo e sul lascito degli antichi. Si decise all’inizio per la rottura. Futuristi, espressionisti, cubisti, surrealisti, erano tutti allineati sul fatto che si dovesse cambiare e lo si dovesse fare drasticamente, anche a scapito del bello. Puccini era in platea alla prima della “Sacré du printemps” di Stravinsky e si alzò in piedi gridando allo scandalo. Lui era improvvisamente vecchio e il balletto dionisiaco di Djagilev era troppo per lui. Era finito per sempre non solo l’ottocento, ma anche l’epoca in cui “classico” si sposava, senza troppi indugi, al concetto di presente. Era nato il jazz, c’era la radio, le automobili. Tutto sconfessava tutto e la rimessa in discussione entrava nei sogni con Freud e nella scomposizione della parola libera con Joyce. La guerra poi, e la tragedia senza fine della follia del nazifascimo e della deriva criminale staliniana, riportarono l’uomo a terra. Ora i demoni erano tornati presenti. Ora la sfida era la normalità e non la trasfigurazione dei valori di nietzschiana memoria. Una normalità per cui lottare, un’esistenza che potesse dare sviluppo e democrazia per tutti. L’utopia della fine della storia. Il ritorno a valori antichi da cui attingere per capire il ruolo da occupare in questo mondo ferito.

Il ciclo dei classici del teatro olimpico quest’anno ha toccato quota 75. Anni in cui tutto è cambiato tranne il teatro olimpico, che è monolite e monade, e ci ricorda e ci ammonisce sul rispetto da portare alla parola e alla conservazione. Quella sfida di cui si parlava poche righe fa, è stata sviscerata forse mai come quest’anno dal direttore artistico Marinelli. Un percorso divulgativo, oseremmo dire partecipativo, mai elitario, con un piglio da cantastorie però mai fiabesco. La forza di questo ciclo di classici è stata quella di capire come l’uomo di oggi sia ancora quello che ha bisogno di capire e di capirsi e che per farlo debba per forza ritrovare il senso del suo ruolo nella società. Per i “classici” veri e propri si chiamava eroismo, per noi si chiama identità. E gli spettacoli ci hanno parlato di questo: l’eroe santo Thomas Becket che sfida Enrico II, Prometeo che si ritrova punito dagli dei per aver concesso troppo all’uomo, Filottete che è lo scandalo della malattia sbattuto in faccia all’umanità che rifiuta il suo lato oscuro. Tutto ci parla di contrasto estremo, di uomini/eroi in cui mito e realtà confluiscono, che si armano di coraggio sconfinato e di stoica accettazione. Ma soffrono, colgono il dolore a piene mani dalla fonte stessa del dolore e ne bevono come fosse pozione di eterna forza. Così come fa la donna abbandonata in Cocteau, che rappresenta l’apoteosi di questo ciclo, in cui la sfida eroica è tutta verso se stessi.

Giancarlo Marinelli sa bene che il teatro è incontro ed è confronto. L’incontro con una storia narrata, il confronto con la storia nostra che abbiamo dentro. Se esiste un senso alla parola “classico” deve essere riportato ai racconti dei vecchi, alla tradizione orale, a quelle morali imperiture che ci facevano capire l’incomprensibile e il non vivibile solo con l’immaginazione e un grande, dolcissimo buon senso. L’impresa riuscita quest’anno è stata quella di creare un percorso coerente, quasi un corso di storia dell’arte che ha cercato di scuotere l’abitudine, tutta vicentina, di andare a teatro perché si deve, come alle messe cantate. Il teatro invece è soprattutto la messa del dì feriale, quella intima e povera, in cui l’eroe è la persona, piccolo e stanco camminatore dei tempi che tornano e si congiungono.

Novembre 2022

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