La vita quotidiana nella Striscia di Gaza e nei Territori Palestinesi occupati

Al giorno d’oggi la situazione nei Territori Palestinesi occupati rimane drammatica. Dopo oltre due anni di conflitto intenso e violenze crescenti, la popolazione civile affronta una crisi umanitaria senza precedenti, tra bombardamenti, mancanza di acqua potabile, cibo insufficiente e accesso limitato ai servizi sanitari.

L’11 ottobre 2025, l’UNICEF ha accolto con favore il cessate il fuoco recentemente concordato tra Israele e Hamas, mediato dagli Stati Uniti. Secondo la direttrice generale di UNICEF Catherine Russell, oltre 64.000 bambini sono stati uccisi o feriti in due anni, con case, ospedali e scuole distrutte. L’intera popolazione sotto i cinque anni, circa 320.000 bambini, è a rischio di malnutrizione acuta, e più di 56.000 hanno perso uno o entrambi i genitori. L’agenzia umanitaria dispone di oltre 1.300 camion di aiuti pronti a distribuire cibo, medicinali, tende e kit educativi, ma il loro accesso dipende dal mantenimento della tregua.

Secondo il World Food Programme (WFP), il nord di Gaza rimane “catastrofico”, con 418.700 spostamenti interni registrati da metà agosto, mentre i civili dormono per strada o in rifugi improvvisati. Dal 1° ottobre, 66.148 palestinesi sono stati uccisi e 168.716 feriti dall’inizio del conflitto, compresi 455 decessi direttamente legati alla malnutrizione, di cui 151 bambini.

Il WFP ha ripreso la produzione del pane in nove panifici a Deir al-Balah e Khan Younis, distribuendo 100.000 pacchi di pane al giorno. Parallelamente, il programma di nutrizione raggiunge 132 siti di prevenzione e 78 di trattamento, ma rimangono forti limitazioni logistiche e mancanza di gas e legna per cucinare. I convogli umanitari sono esposti a rischi elevati e i confini verso Gaza rimangono chiusi o aperti in modo intermittente.

Le testimonianze di alcuni giornalisti dalla Striscia di Gaza

I giornalisti locali Mohamad e Fadel Mghari descrivono una vita quotidiana segnata dalla violenza ininterrotta e dalla costante precarietà. La sopravvivenza è diventata una lotta costante, tra bombardamenti continui, carenze di cibo, acqua e elettricità, e condizioni igienico-sanitarie disastrose. L’accesso ai medicinali è estremamente limitato: gran parte dei farmaci essenziali manca, e gli aiuti arrivano in quantità insufficienti attraverso la Croce Rossa e le agenzie ONU.

Entrambi i reporter raccontano di esperienze personali drammatiche, tra scene di bambini feriti o morti e famiglie distrutte dai raid. Fadel ha ricordato di aver perso un fratello durante una distribuzione di aiuti alimentari e di aver assistito alla morte di alcuni dei suoi parenti. Mentre Mohamad sottolinea la sofferenza dei bambini che considera “martiri senza colpa”. Gli attacchi israeliani vengono descritti come brutali e casuali, colpendo case, mercati e quartieri senza distinzione, con vittime frequenti tra donne e bambini.

Sia Mohamad che Fadel denunciano la responsabilità internazionale: i paesi che forniscono armi e rifornimenti militari a Israele condividono, secondo loro, la colpa e la complicità delle uccisioni. La propaganda mediatica a sostegno di Israele, continuano, distorce la realtà e lascia le vittime palestinesi senza voce, mentre alcune campagne di informazione occidentali hanno comunque permesso di mostrare chi sia l’occupante.

Il lavoro giornalistico  in queste condizioni diventa estremamente rischioso. I giornalisti devono documentare la realtà in costante bilico tra la vita e la morte, tra bombe e raid, spesso solo con telefoni cellulari, senza elettricità né internet. In molti casi, durante la produzione di servizi telegiornalistici, indossare giubbotti e caschi identificativi può, anziché permettere un adeguato riconoscimento, aumentare il rischio di essere bersagli.

Fadel Mghari ha raccontato che, nel suo lavoro da giornalista, ha dovuto affrontare episodi indelebili di sofferenza e di atrocità. Una volta ha dovuto portare in braccio un bambino morente affinché la  sua sorella ferita non lo vedesse. Lei ha continuato a chiedergli se suo fratello stava bene. Fadel le ha voltato le spalle perché non vedesse la testa spaccata di suo fratello che morì pochi istanti dopo.

In Cisgiordania aumentano le violenze sui civili e le demolizioni

Secondo l’OCHA, Office for Coordination of Humanitarian  Affairs, dal 7 ottobre 2023 al 6 ottobre 2025, in Cisgiordania 999 palestinesi sono stati uccisi da forze israeliane o coloni, mentre 41 israeliani sono stati uccisi da palestinesi. La stagione del raccolto delle olive 2025, che rappresenta uno dei settori principali dell’economia locale, è segnata da oltre 60 comunità a rischio di attacchi da coloni e restrizioni di accesso, e già prima dell’inizio ufficiale si sono registrati 13 attacchi contro contadini, alberi sradicati e raccolti rubati.

Le demolizioni punitive e per mancanza di permessi hanno portato allo sfollamento di oltre 7.100 palestinesi, di cui 3.000 bambini, e le operazioni militari in città come Jenin hanno reso la vita quotidiana ancora più insicura, con raid su ospedali, abitazioni e persino giornalisti.

Il WFP in Cisgiordania ha fornito assistenza alimentare a oltre 106.000 persone tramite voucher di emergenza e a circa 150.000 persone attraverso il programma regolare, includendo supporto nutrizionale per donne incinte e bambini.

Con il recente accordo di pace raggiunto da Stati Uniti e Israele  e mediato da Egitto, Qatar e Turchia, si è concluso un conflitto che ha segnato tragedie, sofferenze e instabilità sociale per i popoli israeliani e palestinesi. Tuttavia, rimane ancora incerto il totale e completo disarmo dell’organizzazione terroristica che continua a operare all’interno della Striscia di Gaza così come in altri territori palestinesi. Anche se è stato siglato l’accordo e i paesi firmatari hanno inserito nelle clausole il necessario e fondamentale cessate il fuoco e lo smantellamento di Hamas, gli scontri tra  fazioni opposte e tra i civili continuano a perdurare rendendo di fatto incerta la stabilità economica e sociale a cui aspirano molti paesi. L’attenzione da parte della comunità  internazionale, i corridoi umanitari e il rispetto del cessate il fuoco saranno determinanti per evitare ulteriori perdite di vite innocenti e per consentire la ricostruzione delle comunità devastate.

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