Tanti auguri, cari lettori, ne abbiamo bisogno davvero. In un mondo che sembra aver perso il senso della misura, auguriamoci che questo anno porti almeno un briciolo di saggezza. Ma dubito: il caos è il nostro pane quotidiano, e il 2026 si annuncia come un banchetto di sfide epiche, problemi irrisolti e quel tocco di follia che rende la geopolitica un circo equestre. Iniziamo dal catalogo delle disgrazie: l’economia globale barcolla sotto il peso di inflazioni residue, debiti sovrani pesantissimi, e una transizione energetica che promette meraviglie ma consegna solo bollette salate. Poi il clima, con ondate di calore che trasformano l’Europa in un forno e uragani che ridisegnano le mappe costiere. Quindi l’IA, sulla carta rivoluzione globale – dal lavoro alla guerra – ma che a conti fatti rischia di lasciare miliardi di disoccupati e un’umanità sempre più alienata. E non dimentichiamo le pandemie latenti, le migrazioni bibliche, e quella perenne crisi demografica che fa invecchiare le nazioni sempre di più. Ma queste sono solo le entrée; il piatto forte sono le tensioni geopolitiche, dove il 2026 si profila come un’annata da incubo. Impossibile non iniziare dal Venezuela, gioiello sudamericano ridotto a un relitto dalla hybris socialista. Cos’è successo laggiù? Nel 2024, Nicolás Maduro ha “vinto” le elezioni presidenziali con oltre il 51% dei voti, secondo il consiglio elettorale, ma con osservatori internazionali che gridavano allo scandalo per mancanza di trasparenza e audit. L’opposizione, guidata da Edmundo González e María Corina Machado, ha presentato prove schiaccianti di brogli, ma Maduro ha risposto con repressione brutale: arresti di massa, oltre 2.000 detenuti, e una campagna di terrore che ha lasciato 43 morti nelle proteste post-elettorali. Human Rights Watch ha documentato abusi sistematici, con difensori dei diritti umani e oppositori disqualificati arbitrariamente. Poi è arrivato Trump, nel 2025, a rovesciare il tavolo: ha intensificato le sanzioni, designato il “Cartel de los Soles” e il Tren de Aragua come organizzazioni terroristiche, e invocato l’Alien Enemies Act per deportazioni di massa. Il Tesoro USA ha bloccato licenze petrolifere, imponendo tariffe del 25% sui paesi che importavano greggio venezuelano. La tensione è culminata in strikes militari: bombardamenti su navi e installazioni, con la USS Gerald R. Ford a pattugliare i Caraibi. Infine, nei giorni scorsi, un raid USA ha catturato Maduro a Caracas, portandolo in catene negli Stati Uniti. Trump ha dichiarato che gli USA “gestiranno” il Venezuela per sfruttarne le riserve petrolifere, scatenando reazioni ovunque nel mondo. Maduro, da autista di bus a despota, è finito come un personaggio tragico di García Márquez, ma senza la magia: solo la miseria per un popolo esausto, con inflazione galoppante e migrazioni epiche. E ora? Un’interim vicepresidenziale contesa, e il rischio di caos totale, mentre Trump sogna di “rivitalizzare” l’industria petrolifera con compagnie americane. Un colpo di stato in salsa yankee, o giustizia tardiva? Sul caso Venezuela si è detto che così si uccide il diritto internazionale, e si arriva a legittimare l’azione di Putin. Il fatto invece è che il diritto internazionale non è certo morto in questi giorni a Caracas. Era già morto da anni, almeno dal 24 febbraio del 2022. E, se qualcuno pensa che in Ucraina si stia combattendo una partita per il “diritto internazionale”, direi che è ora che si dia una grandissima svegliata. In Ucraina si combatte una guerra esistenziale di sopravvivenza, per l’Ucraina. E per l’Europa. Nel nuovo ordine mondiale in formazione che si incentra sulle grandi potenze imperiali continentali (USA, Cina, Russia), il destino geopolitico riservato all’Europa nei prossimi decenni è già abbastanza chiaro: diventare il terreno di scontro per queste potenze neo-imperiali. E, vi assicuro, non è una cosa salubre. Chiedete alla Polonia, ai paesi balcanici, a quelli caucasici, o a chiunque si sia ritrovato per secoli a fare da tappetino di scontro per le aspirazioni imperiali, coloniali o, peggio, genocide dei grandi bulli del vicinato. C’è un solo modo di evitarci questo destino: unirci e creare una tale deterrenza (anche nucleare) da far passare qualsiasi velleità a chiunque. Che venga da Est, o da Ovest.

E mentre il Venezuela brucia, Donald Trump, rinnova il suo amore per la Groenlandia. Nel 2019, durante il primo mandato, propose di comprarla come un oggetto qualsiasi su eBay. Nel 2025, fresco di rielezione, ha nominato Jeff Landry, governatore della Louisiana, come envoy speciale per “guidare la carica”. “Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale”, tuona Trump, puntando il dito su navi russe e cinesi che solcano quelle acque artiche. Non per i minerali, dice lui – terre rare, uranio, zinco – ma per strategia: un baluardo contro l’espansione di Pechino e Mosca nel Polo Nord. La Danimarca, alleata NATO, ha protestato veementemente: “La Groenlandia non è in vendita, appartiene ai groenlandesi”. Il premier danese Mette Frederiksen ha definito l’idea “assurda”, e i leader locali invocano sovranità indigena. Trump non esclude la forza: in un’intervista a “Meet the Press”, ha rifiutato di scartare opzioni militari. È multipolarità artica, con il cambiamento climatico che apre rotte navali e risorse, trasformando l’isola in un premio geopolitico. Trump vede una “assoluta necessità”; che però ha tutta l’aria di un imperialismo d’altri tempi. Nel 2026, assisteremo a negoziati o a una crisi? Se Trump deciderà davvero di prendersi la Groenlandia (territorio danese e Ue), l’Europa potrà permettersi di restare a guardare o reagirà una volta per tutte? E l’Italia riuscirà a prendere una posizione netta o continuerà ad assecondare la Casa Bianca? Auguri a Copenaghen, ne avranno bisogno.

Come se tutto questo non bastasse, ci sono le guerre in corso. Nel 2026, contiamo circa 130 conflitti armati, più del doppio rispetto a 15 anni fa, secondo l’ICRC. L’Ucraina rimane il mattatoio europeo: la Russia avanza piano, con droni e AI a dettare legge, mentre l’Occidente esita sugli aiuti. In Sudan, la guerra civile tra esercito e paramilitari ha creato due famines, con milioni sfollati e instabilità che si propaga nel Sahel – Mali, Burkina Faso, Niger – dove jihadisti e colpi di stato si alternano. In Myanmar la giunta militare resiste, ma i ribelli etnici guadagnano terreno in una polveriera di etnie. Ad Haiti le gangs controllano Port-au-Prince, un failed state caraibico. In Medio Oriente Gaza è un cumulo di rovine, con Hamas che resiste nei sotterranei; la West Bank bolle con insediamenti israeliani e violenze palestinesi. Il Libano rischia la guerra civile; lo Yemen vede Houthis contro Arabia Saudita; in Iraq ci sono conflitti interni settari, e tra Iran e Israele potrebbe esplodere tutto di nuovo. In Siria il settarismo minaccia la fragile stabilità. In Ecuador i narcotrafficanti trasformano il paese in un narco-stato. Poi il Corno d’Africa, con Etiopia, Somalia, Eritrea sul filo del rasoio. E poi il Congo orientale, con milizie e risorse contese. Senza dimenticare potenziali flashpoint come Taiwan, dove Cina e USA si sfidano. Guerre ibride, droni killer, IA bellica: il 2026 è un’arena gladiatoria globale.

Tutto questo ci porta alla crisi dell’equilibrio mondiale. Viviamo in un’era multipolare: USA, Cina, Russia, con India e UE come jolly. Trump ha accelerato il caos, con tariffe universali, ritiri da accordi nucleari (New START in bilico), e una diplomazia transazionale che ignora norme internazionali. La competizione USA-Cina domina: de-risking invece di decoupling, ma con tensioni su Taiwan e Mar Cinese Meridionale. La Russia sfrutta vuoti in Africa e Medio Oriente; la Cina elettrifica il mondo con “elettrostati”. La geopolitica è volatile. L’ONU è un relitto, le alleanze si sfaldano – NATO sotto stress, BRICS in ascesa. Il 2026 vede un mondo polarizzato, con rischi di escalation nucleare (USA-Russia potrebbero raddoppiare arsenali) e trade wars che colpiscono consumatori. È la fine dell’ordine post-1945, un ritorno al realismo hobbesiano: nazioni come lupi, e l’umanità a pagarne il prezzo.
In fondo, tanti auguri a noi tutti. Ne abbiamo bisogno, perché il 2026 non sarà una passeggiata nel parco. Che il cielo ci protegga, o almeno ci dia un buon spettacolo.










