UN MESE DI GUERRA

È passato un mese dall’inizio della guerra in Iran. Molti si chiedono quanto durerà, altri chi vincerà, io mi chiedo: può diventare uno shock strutturale? Ovviamente non abbiamo una risposta, ma una cosa è chiara: i mercati finanziari non stanno reagendo alla guerra. Stanno reagendo a ciò che la guerra può diventare. Tutto parte dal petrolio e l’energia in generale. Non parte dai mercati, nemmeno dalle banche centrali e già questo dovrebbe farci invocare l’esogeneità dell’evento. Ma esistono presupposti perché diventi endogeno? E se sì, quali? Quando si blocca lo stretto di Hormuz, non si blocca una rotta commerciale, si blocca un sistema globale. Petrolio a 120$ al barile, gas europeo che sale vertiginosamente. Ma il problema anche qui non è il prezzo, il punto è che per la prima volta dopo anni, il mercato deve considerare l’ipotesi che l’offerta garantita di energia non sia più tale. E questo cambia tutto. Improvvisamente è come se il distributore di benzina sotto casa erogasse benzina a giorni alterni. Scenari già visti nella storia, ma mai in un contesto energivioro come quello attuale. 

Gli indici azionari: non tutti uguali davanti al fuoco

Qui entra un elemento interessante: non tutti i paesi soffrono allo stesso modo.
Da una parte gli USA hanno risentito relativamente meno la pressione, sono produttori di petrolio e soffrono meno. Dall’altra parte il Giappone e i paesi asiatici hanno risentito tantissimo dell’assenza di una materia prima che importano completamente. In mezzo l’Europa, un po’ perché ha diversificato le fonti, un po’ perché si è saputa arrangiare, non sta bene, ma non sta nemmeno male come dovrebbe.

Il dilemma delle banche centrali e lo spettro della stagflazione

Il vero nodo è qui ed è qui che potremmo trovare il seme di una crisi endogena al mercato.
Le banche centrali sanno cosa fare con l’inflazione, il problema è che questa volta non funziona allo stesso modo.
L’inflazione con cui le Banche Centrali hanno avuto a che fare nel 2022 era da domanda: frutto della grande quantità di denaro iniettato nel sistema durante la pandemia del 2020. Ora l’inflazione potrebbe arrivare dall’offerta. La storia qui ci insegna che il rischio diventa la stagflazione, crasi di stagnazione e inflazione. Le banche centrali rischiano di entrare in un loop: se alzano i tassi per far fronte all’inflazione, indeboliscono l’economia, se li abbassano per aiutare l’economia, alimentano l’inflazione. Un po’ come cercare di ripartire in salita con le auto di una volta: devi giocare di freno, frizione e acceleratore. Con la differenza che gli effetti sulle politiche monetarie si vedono dopo mesi.

Il mercato sta prezzando la stagflazione?

Nei titoli di giornale no, nemmeno nei commenti, ma la sta prezzando nei comportamenti.
Aspettative di tassi che cambiano (da tre tagli previsti nel 2026 a due possibili rialzi), crescita economica che viene vista al ribasso e inflazione che non scende più.

Le prospettive: tre variabili da monitorare

Dopo un mese di guerra, se togliamo il rumore, restano tre cose. La prima è la durata e l’intensità del blocco di Hormuz: ogni settimana di chiusura prolunga la pressione sull’offerta e riduce il margine di manovra diplomatico. La seconda è la capacità del regime iraniano di sopravvivere politicamente: l’Iran si trovava già in una fase di debolezza interna, con proteste significative e un’economia logorata. La scomparsa di Khamenei ha accelerato un processo di riassestamento interno ancora largamente imprevedibile. La terza è quella che mi preoccupa di più: le banche centrali stanno guardando un’inflazione temporanea o stanno guardando una nuova architettura dei prezzi energetici, e sanno già la differenza? Ciò che i mercati prezzano in questo momento non è la guerra in sé. È la durata dell’incertezza.

Cosa dobbiamo aspettarci?
Il mercato non sta cercando di capire chi vincerà, ma sta cercando di capire quanto durerà l’incertezza. E questa è una differenza enorme. Perché un evento può anche essere grave, ma se è breve viene riassorbito. Per inciso la discesa dei mercati è ancora meno della metà di quella che c’è stata durante l’introduzione dei Dazi nel 2025. L’unica certezza che abbiamo è che dobbiamo, nuovamente, dire addio al mondo che abbiamo conosciuto e la sintesi più onesta che posso fare è che non siamo ancora dentro una nuova normalità, ma siamo già fuori dalla vecchia. E questo per i mercati è il momento più instabile. 

PER LE DONNE IRANIANE

Le donne iraniane, diciamolo subito, ci hanno fatto fare una figura di merda. Non metaforica, non esagerata per fare l’articolo

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