Il referendum ha quindi partorito il suo verdetto: ha vinto il NO. Una vittoria netta. Gli elettori italiani, ancora una volta, non hanno votato una riforma: hanno votato l’appartenenza, il campanile, il “noi contro di loro”. Pavlov avrebbe riconosciuto immediatamente il meccanismo: campanello suona, saliva scorre, cane abbaia. Qui il campanello è il solito refrain – “difendiamo la Costituzione”, “salviamo la democrazia”, “le toghe sono intoccabili” – e la saliva è l’antica paura del cambiamento, quella che trasforma ogni proposta di modernizzazione in un complotto oligarchico. Questa è l’incapacità atavica del Paese. L’Italia è il solo grande Stato europeo che, da centocinquant’anni, considera ogni riforma una minaccia esistenziale. Dal trasformismo post-risorgimentale al consociativismo della Prima Repubblica, dal bipolarismo fallito al populismo di ieri, il nostro DNA collettivo è allergico al nuovo. Cambiare significa assumersi la responsabilità di decidere, significa accettare che le istituzioni non siano un reliquiario intoccabile ma un cantiere sempre aperto. E noi, atavicamente, preferiamo la paralisi. Preferiamo conservare il marcio familiare piuttosto che rischiare il nuovo, anche quando il nuovo è semplicemente normale: separazione delle carriere, responsabilità civile dei magistrati, limiti al potere inquirente, fine del Csm come soviet togato. Tutto questo, è stato considerato un “attacco alla magistratura”. Come se la magistratura fosse la patria, e non un potere dello Stato da equilibrare. Eppure l’Italia ha un bisogno disperato di riforme. Lo sappiamo tutti, lo dicono i numeri, lo urla l’economia, lo certificano i ritardi infrastrutturali, la giustizia lenta, la burocrazia asfissiante, la fuga dei cervelli. Siamo il Paese che ha più bisogno di liberalizzazioni, di semplificazioni, di separazione dei poteri reali. Senza riforme istituzionali serie restiamo il malato cronico d’Europa: un gigante con le mani legate, un paziente che rifiuta la terapia perché “tanto ci siamo sempre arrangiati così”. Il NO di oggi certifica che l’Italia sceglie ancora una volta di restare immobile. Questo mentre lo stato della nostra magistratura è (e a questo punto rimane) in crisi. Basta leggere le cronache, le inchieste, le sentenze politiche, i processi a orologeria, i Csm lottizzati, le procure che fanno politica con l’avviso di garanzia. La magistratura italiana è diventata, negli anni, un contropotere non più controllabile. Ha sostituito il Parlamento nelle scelte strategiche, ha usato il codice penale come clava ideologica, ha trasformato l’indipendenza in impunità. La riforma bocciata oggi – qualunque fosse la sua formulazione tecnica – mirava proprio a questo: rimettere i giudici nel loro ruolo, non di salvatori della patria ma di applicatori della legge. Il NO sancisce che quel ruolo non deve cambiare. È la conferma che in Italia la toga è più forte del voto. Ma ora che succederà? Nulla. Il governo si leccherà le ferite, l’opposizione esulterà con la retorica del “popolo sovrano” (quello stesso popolo che domani sarà accusato di essere ignorante se voterà male) e la magistratura si sentirà legittimata. La riforma della giustizia è morta. La legislatura rischia di impantanarsi in una sterile guerra di posizione. Il Paese, già stanco, riceverà un altro messaggio: cambiare è inutile, resistere è sempre vincente. E così via, verso il prossimo declino annunciato.

L’esecutivo, però, ha i suoi grandi errori da scontare, politici e tecnici. Primo: ha sottovalutato la potenza del riflesso condizionato. Non ha capito che in Italia la razionalità conta meno del sentimento di appartenenza. Secondo: ha condotto una campagna timida, quasi apologetica, invece di martellare sul punto essenziale – che questa riforma non era contro le toghe ma per la democrazia liberale e in più occasioni ha raccontato enormi menzogne come quando la premier ha detto che la vittoria del NO avrebbe portato in libertà gli stupratori, un’affermazione inaccettabile da un primo ministro serio. Terzo: ha accettato di giocare sul terreno scelto dagli avversari, quello della “Costituzione intoccabile”, invece di ribaltarlo e dire chiaro e tondo che la Costituzione del ’48 è un capolavoro storico ma non un totem sacro, e che aggiornarla è dovere patriottico, non tradimento. Quarto: ha peccato di arroganza comunicativa (tipica di questa destra), pensando che il merito bastasse. In Italia il merito non basta mai: serve la narrazione, serve la passione, serve il racconto epico del cambiamento contro l’immobilismo. Il governo ha un enorme problema di classe dirigente e di posizione (vedi alla voce Trump). Surreale poi che in campagna elettorale il ministro della giustizia abbia detto che il csm usa metodi para mafiosi e che il sottosegretario alla giustizia Delmastro sia stato scoperto socio di un mafioso. E in tutto questo Meloni non ha fatto nulla se non difendere i suoi con un atteggiamento tribale mentre quando era all’opposizione chiedeva dimissioni per molto meno a chi allora governava. Insomma, il governo di Giorgia ha fatto molto per perdere questo referendum. In ogni caso sommando i voti politici della maggioranza più quelli della parte riformista del PD, di Italia Viva, Più Europa e Azione, i conti non tornano. Evidente che a destra si è rotto qualcosa. Meloni rischia di fare la fine di Renzi 10 anni fa e deve dare la colpa solo a se stessa. Politicizzare il voto ha evidentemente portato gli italiani a fare i conti con la realtà di un paese che di certo non sta meglio di 4 anni fa. Bocciatura per il governo quindi? Si, assolutamente, senza mezzi termini. Che questo sia avvenuto contro Elly Schlein, probabilmente il leader più inconsistente della storia della sinistra, è ancora più beffardo e significativo. La luna di miele di Meloni col paese è finita. E la sconfitta è tutta politica. La sinistra che ora giustamente festeggia, mi auguro non debba ricredersi quando un pm arresterà un loro sindaco senza motivo. Il NO di oggi comunque è una lezione lucidissima. E ci dice che chi governa non può permettersi di sottovalutare la profondità del riflesso pavloviano degli italiani. O lo combatte con le idee, con la cultura, con la tenacia, oppure si rassegna a gestire il declino. Tertium non datur.









