Questa pantomima elettorale veneta si è finalmente conclusa oggi, 24 novembre, con le urne sigillate come bare di un’antica passione civica. Ha vinto, come era scontato, Alberto Stefani, che raccoglie l’eredità di Zaia come un erede un po’ goffo di un patrimonio troppo vasto. Ha perso, e tutto sommato poteva andargli anche peggio, Giovanni Manildo. A noi cronisti non rimane che contemplare il campo di battaglia: sezioni scrutinate, percentuali che danzano come fantasmi, e un’astensione che non è un dato statistico, ma un urlo silenzioso contro il tempio stesso della democrazia. Perché il vero trionfatore è l’indifferenza, bestia nera che divora il cuore della res publica. Alle 15, con le urne chiuse dopo due giorni di un voto che sembrava più un esercizio di penitenza, gli exit poll dipingono un quadro netto: Stefani tra il 59 e il 63 per cento, Manildo intorno al 30. Una vittoria anemica, quasi scusata, come se il popolo veneto si fosse limitato a un sussulto pigro prima di tornare al suo tran tran. Ma il convitato di pietra, il vero protagonista di questa tragicommedia, è l’affluenza. Sotto il 50 per cento, per la precisione un misero 44,2 per cento. Nel 2020, in piena pandemia, con i lockdown che strangolavano l’Italia, andò a votare più del 61% degli aventi diritto. Quasi il 20 per cento in più di oggi. È un’astensione altissima, record negativo che grida l’assenza: oltre la metà degli elettori – più di due milioni di veneti – ha preferito il divano alla scheda, il caffè al crocifisso elettorale. Non si tratta di un semplice calo numerico, ma di una sconfitta democratica in piena regola, un tradimento che mina le fondamenta stesse della sovranità popolare. La democrazia non è un club esclusivo per i fedeli delle macchine organizzate, non è un’arena dove solo i militanti, i portaborse e i clientelari si contendono il trofeo. La democrazia è (o dovrebbe essere) il voto di opinione del cittadino che si alza dal letto non per dovere di partito, ma per convinzione, per rabbia, per speranza. Ebbene, quel voto è morto, o almeno agonizza sotto il peso di un’astensione che non discrimina: colpisce il giovane precario di Treviso come l’operaio pensionato di Vicenza, il laureato cosmopolita di Padova come il contadino veneto di Verona. Quello che resta è il voto organizzato, quel brodo di tessere, pullman affittati e telefonate insistenti che mobilitano le truppe fedeli, ma lasciano fuori il mondo reale. È il trionfo della logistica sul logos, della conta dei crani su quella delle coscienze. In Veneto, terra di zaia-dipendenti e leghisti per vocazione, questo significa che Stefani ha vinto non perché il popolo lo acclami, ma perché le sue macchine – Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia – hanno funzionato alla perfezione, trascinando al seggio chi obbedisce, mentre il dissenso, il dubbio, l’ironico distacco si dissolve nell’aria umida della pianura padana. Se l’astensione diventa norma, non anomalia, il Veneto – e con esso l’Italia – scivola verso un’oligarchia mascherata da repubblica. Il voto organizzato premia i perpetui al potere, punisce i newcomer e soffoca l’innovazione: immaginate consigli regionali eletti da una minoranza rumorosa, leggi partorite da alleanze di comodo, e un elettorato che, disilluso, si rifugia nei populismi digitali o, peggio, nell’apatia totale. È l’ennesima prova che la politica italiana, avvelenata da scandali, burocrazia e un bipolarismo sterile, ha perso il contatto con la carne viva del paese. Per il futuro, urge una rivoluzione: non delle urne, ma delle urne vuote. Serve un patto generazionale, un’educazione civica che non sia predica scolastica, e un po’ di proporzionale puro per restituire voce ai silenziati. Altrimenti, il Veneto di domani sarà un feudo, non una regione; e l’Italia, un’eco chamber di astensionisti.

Ma torniamo ai duellanti. Stefani vince ma perde molto rispetto all’ultima cavalcata di Zaia che, nel 2020, sfiorava il 76,8 per cento dei consensi, un plebiscito che echeggiava i fasti di un’autonomia veneta in piena euforia pandemica e vaccinale. Stefani, con il suo 60, è un erede dimezzato: ha ereditato il trono, ma non la corona. Quanto a Manildo, la sconfitta è netta, ma il centrosinistra raddoppia rispetto al 2020, quando Alberto Lorenzoni si fermava al 19,4 per cento. Forse, in questo inverno veneto, c’è una lezione: la politica non vince con le percentuali, ma con le presenze. E se il popolo tace, è ora che i vincitori – tutti – inizino a temere non il rivale, ma il silenzio. Altrimenti, il prossimo round sarà solo un’eco.










