Un paese all’asilo. Tutte le ridicole bugie sul referendum

Cari concittadini dell’asilo nido Italia, benvenuti al nuovo capitolo della nostra eterna ricreazione. Il Paese è chiamato alle urne nei prossimi giorni per il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia ma si è deciso di non discutere seriamente di indipendenza della magistratura, equilibrio dei poteri e articolo 104 della Costituzione, e di ridursi a un festival di bugie, piagnistei, demagogia e spot con influencer. Un Paese all’asilo, appunto. Dove la maestra Costituzione viene tirata per i capelli da destra e sinistra come un pupazzo di pezza, e il tema vero – cioè se questa riforma migliori o peggiori la giustizia degli italiani – viene sepolto sotto montagne di letame ideologico. Il ridicolo arriva da ogni parte, dalla destra che governa e dalla sinistra che si oppone. Sono due bande di bambini dell’asilo che si rubano i giocattoli e poi piangono perché “la maestra ce l’ha con me”. La destra – Meloni, Nordio, Salvini, Tajani e compagnia bella – ha imbastito una campagna con slogan tipo “Sì per la giustizia vera”, “Basta toghe rosse”, “Finalmente la riforma che Berlusconi sognava”. Come se separare le carriere fosse la bacchetta magica che fa sparire Tangentopoli, i processi eterni, le assoluzioni errate o il problema immigrazione clandestina. La riforma viene venduta come “contro le correnti rosse della magistratura”, ma il problema della giustizia italiana non è il colore politico delle toghe (che esiste, eccome), ma la lentezza, l’inefficienza, la burocrazia e il corporativismo che affligge tutti i magistrati, rossi, verdi o blu. Per la destra comunque questa rimane “la riforma delle riforme”, dimenticando che la vera posta in gioco è l’equilibrio costituzionale, non la vendetta. Il colmo è stato raggiunto quando la premier ha addirittura detto che se vince il no ci troviamo sommersi da stupratori a piede libero. A sinistra va in scena un capolavoro di ipocrisia simmetrica, con PD, AVS, Conte, Landini e compagnia che dicono di “difendere la Costituzione”. Una campagna fondata su temi come “No al golpe giudiziario”, “Meloni vuole processare solo gli oppositori”, “Attacco alla democrazia del ’48”. Come se l’attuale sistema fosse un tempio intoccabile di indipendenza, invece che un caravanserraglio dove il CSM è politicizzato da decenni, dove le correnti (anche quelle rosse) decidono carriere e promozioni a colpi di tessere, e dove i magistrati fanno politica dai talk-show senza che nessuno dica nulla. Si finge che la riforma sia un attentato alla separazione dei poteri quando il vero attentato è stato per decenni il fatto che giudici e pm condividono la stessa carriera, la stessa formazione, la stessa mentalità da casta. Però è meglio urlare “regime!”, meglio scendere in piazza a dire “No al referendum, no alla guerra, no al governo liberticida” (perché il referendum sulla giustizia va sempre accoppiato con la pace nel mondo, ovvio). E intanto si evita accuratamente di discutere i dettagli: il nuovo CSM separato funzionerà meglio o peggio? La Corte disciplinare indipendente ridurrà le impunità o creerà nuovi arbitrii? Silenzio. Meglio il piagnisteo corporativo: “Difendiamo l’autonomia della magistratura” (traduzione: difendiamo i nostri privilegi). E poi la narrazione vittimista: ogni critica al mondo togato diventa “attacco alla democrazia”. Classico. Il capolavoro comune? Evitare come la peste il tema vero del quesito. Il referendum è confermativo su modifiche precise agli articoli 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione: separazione delle funzioni, doppio CSM, sorteggio, Corte disciplinare. Roba tecnica, da giuristi seri. Invece che parlarne, destra e sinistra hanno trasformato tutto in una guerra di religione: da una parte “finalmente giustizia per i cittadini”, dall’altra “salviamo la Repubblica e mandiamo a casa il governo”. Spot, talk-show urlanti, newsletter con database rubati, influencer. Zero dibattito sul merito. Perché ammettere che la giustizia italiana è un grosso problema da decenni – per tutti, non solo per i politici – rovinerebbe la narrazione. Meglio trattare gli elettori da bambini dell’asilo: tu sì perché odi le toghe rosse, tu no perché odi Meloni. Fine. Ecco il risultato: un Paese all’asilo. Dove la propaganda è più importante della sostanza, dove le bugie di destra (la riforma come panacea anti-comunista) specchiano perfettamente le bugie di sinistra (la riforma come golpe anti-democratico), e dove il cittadino medio, poveretto, si chiede se votare Sì o No serva davvero a qualcosa o sia solo l’ennesimo circo. Votate pure, italiani. Ma almeno sappiatelo: il vero quesito è stato evitato da entrambi i poli con una viltà da manuale. E noi, come sempre, restiamo all’asilo. Con la maestra Costituzione che piange in un angolo.

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