PER LE DONNE IRANIANE

Le donne iraniane, diciamolo subito, ci hanno fatto fare una figura di merda. Non metaforica, non esagerata per fare l’articolo d’effetto: proprio una figura di merda, di quelle che ti restano attaccate alle scarpe e le porti in casa senza accorgertene, e poi ti chiedi perché puzzi di ipocrisia. Da noi si discute ancora se sia oppressivo chiedere a una influencer di non posare col culo in primo piano perché “oggettifica il corpo femminile”, e intanto a Teheran una ragazza si toglie il velo in piazza, lo brucia, e lo fa sapendo che potrebbe essere l’ultima cosa che fa da viva. Noi lì ci offendiamo se qualcuno ci dà del “voi donne” in un tweet, loro rischiano la galera, lo stupro di stato o un pestaggio letale per un ciuffo di capelli che scappa fuori. La sproporzione è talmente oscena che bisognerebbe tacere per vergogna, invece no, si parla, si twitta, si mette la stories con la bandiera iraniana colorata male e la scritta “Donna vita libertà” in un font che sembra rubato a un volantino del 2017 per il pride aziendale. Mahsa Amini è morta nel 2022 per un colpo alla testa dato dalla polizia morale perché il velo le stava “male”. Nel 2026, la polizia morale esiste ancora, le ragazze continuano a tagliarsi i capelli in video virali, e noi? Noi abbiamo smesso di parlarne perché è diventato noioso. La noia è il nostro vero velo: ce lo mettiamo da soli per non vedere. Perché se vedi davvero, devi ammettere che la libertà per cui loro muoiono è la stessa che noi diamo per scontata mentre litighiamo su chi ha più diritto a offendersi per una battuta. C’è una frase che mi torna in mente ogni volta che penso a loro: “Non è che non possiamo, è che non vogliamo”. Da noi la usano le quarantenni che non vanno in palestra perché “il corpo delle donne non deve essere giudicato”, da loro la pronunciano le ventenni che escono di casa senza hijab sapendo che potrebbero non rientrare. La differenza non è ideologica, è di pelle. Loro la mettono in gioco, noi la mettiamo su Instagram con un filtro Valencia e un hashtag #freeiran che dura lo spazio di un caffè. E poi c’è l’altra cosa, la più schifosa: la solidarietà selettiva. Quando le iraniane protestavano nel 2022-23, mezza sinistra europea le difendeva a spada tratta, ma guai a dire che il problema era l’islam politico, guai a nominare la teocrazia, guai a far notare che il velo obbligatorio non è una “scelta culturale” ma una legge imposta con i manganelli. Perché altrimenti bisognava ammettere che certi oppressioni vengono da una destra religiosa, e la destra religiosa va sempre difesa quando è mussulmana, altrimenti sei islamofobo. Così le ragazze iraniane sono rimaste lì, con i capelli tagliati e i lividi, a fare da sfondo morale a discussioni in cui nessuno aveva voglia di sporcarsi davvero le mani. Intanto loro continuano. Bruciano poster di Khamenei, cantano nei vicoli, si fanno arrestare a migliaia, escono e ricominciano. Non per noi, non per avere like da femministe occidentali che poi dimenticano tutto per il prossimo caso trendy. Lo fanno perché vogliono vivere. Semplicemente vivere. Senza permesso, senza autorizzazione, senza un uomo o uno stato che dica loro come coprirsi la testa per non disturbare il pudore altrui. E noi, che dovremmo essere in debito con loro per il privilegio di poter scrivere stronzate come questa senza rischiare nulla, cosa facciamo? Mettiamo un like, un cuoricino, un “forza ragazze”. Come se bastasse. Come se il nostro like valesse quanto il loro sangue. Forse l’unico modo decente di scriverne è ammettere che non siamo all’altezza. Che la loro rabbia è più pulita della nostra indignazione da divano. Che quando diciamo “solidarietà alle donne iraniane” stiamo in realtà chiedendo a loro di perdonarci per essere nate dall’altra parte del mondo, quella in cui la libertà non costa la vita, ma solo qualche polemica su X. Per le donne iraniane, quindi, non auguro like, non auguro hashtag, non auguro che le occidentali si ricordino di loro ogni tanto. Auguro che vincano. Che il regime cada. Che un giorno possano scrivere anche loro un articolo ironico, tagliente, inutile, su quanto siamo patetici noi che ci offendiamo per le sciocchezze mentre loro si sono giocate tutto per non dover più chinare la testa. E se quel giorno arriverà, spero che ridano di noi. Ce lo meritiamo.

HO VINTO IO! NO, TU NO!

Questa pantomima elettorale veneta si è finalmente conclusa oggi, 24 novembre, con le urne sigillate come bare di un’antica passione

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