C’è un’aria irrespirabile, un tanfo di semplificazione che soffoca ogni discorso. La polarizzazione, mostro bifronte che mastica ogni idea e la sputa in due campi opposti, ha ridotto il dibattito pubblico a un’arena di tifoserie urlanti. Non si ragiona più, ci si schiera. Non si pensa, si tifa. E per una persona intellettualmente seria, per chiunque abbia ancora un briciolo di rispetto per la complessità del reale, questo gioco è diventato non solo insopportabile, ma misero, meschino, indegno. Decidere di chiamarsi fuori da tutto questo allora non è codardia, è un atto di dignità. È il rifiuto di giocare a un tavolo truccato, dove le carte sono segnate e il mazziere è un propagandista.
Prendiamo i diritti civili, per esempio. Se uno difende il diritto degli omosessuali a vivere, amare, sposarsi, adottare, deve per forza essere di sinistra? Deve per forza sposare il pacchetto completo del progressismo, con il suo corollario di dogmi, dalla cancel culture al moralismo d’accatto? Non è così. Si può sostenere la libertà individuale, la dignità di ogni persona, e non per questo genuflettersi davanti all’altare del politicamente corretto. Allo stesso modo, se uno invoca sicurezza, se chiede che lo Stato garantisca ordine e protezione, è forse un fascista in pectore? Deve per forza allinearsi con la destra più retriva, quella che sogna muri e manganelli? La sicurezza è un bisogno umano, non un brevetto di partito.
E ancora: se uno vuole meno Stato, meno burocrazia, meno tasse, è davvero un neoliberista senza cuore, un servo delle multinazionali che sogna di affamare i poveri? Si può desiderare uno Stato snello, efficiente, che non soffochi l’iniziativa individuale, senza per questo essere un fanatico del mercato selvaggio. Oppure, prendiamo il tema dei temi: Israele. Dire che ha diritto di esistere, che un popolo perseguitato per secoli meriti un luogo dove vivere in pace, significa forse approvare ogni azione di Netanyahu? Significa essere complici di ogni errore, di ogni eccesso? È un’assurdità. Si può sostenere il diritto di Israele a difendersi e al contempo criticare aspramente le sue politiche, senza finire incasellati come criminali o come apologeti. E si può e si deve cercare di non perdere la bussola, e non cadere in trappole ideologiche come l’incomprensibile richiesta da parte di un gruppo numeroso di attori e registi uniti sotto il nome di Venice for Palestine, di negare la presenza degli artisti israeliani Gerard Butler e Gal Gadot alla mostra del cinema di Venezia, colpevoli di essere israeliani. Si può essere per la libertà del popolo palestinese e per la fine del massacro e al contempo aprirsi al dialogo e non censurare qualcuno solo perché è dell’altro paese? L’arte è libertà, qualcuno lo sta scordando.
E che dire dell’ambiente? Se uno si preoccupa per il pianeta, per il cambiamento climatico, deve per forza abbracciare l’ecologismo apocalittico, quello che demonizza il progresso e sogna un ritorno alla clava? O, al contrario, se uno difende il diritto di un Paese a svilupparsi, a sfruttare le sue risorse, è un negazionista climatico, un vandalo della natura? E ancora: si può essere contro l’immigrazione incontrollata, per il rispetto delle frontiere, senza essere un razzista? Si può essere a favore di un welfare generoso senza diventare, per le destre populiste, direttamente un comunista? Ma il dibattito pubblico non tollera sfumature. O sei con noi, o sei contro di noi. Tertium non datur.
La politica è diventata tutto un “noi e loro” e in questo schema si racconta la qualunque, si sta assieme su basi irreali, si promette, si dileggia, si confuta la realtà senza vergogna. È la politica da osteria, dove vale tutto, e dove lo scemo del villaggio si sente rappresentato dal “parla come mangi’ al potere.
Questo manicheismo, questa dittatura delle etichette, è il trionfo della stupidità. È l’anti-cultura per eccellenza. Perché la cultura, quella vera, vive di complessità, di distinzioni, di domande. Vive del coraggio di non accettare risposte preconfezionate, di non piegarsi al ricatto delle appartenenze. Eppure, mai come oggi, la conoscenza è trattata con disprezzo. Abbiamo a disposizione strumenti che Socrate avrebbe sognato: biblioteche digitali infinite, archivi accessibili in un clic, la possibilità di confrontare idee e dati in tempo reale. Dovremmo vivere nel sogno socratico, in un’età dell’oro della ragione, dove ogni uomo può attingere alla più vasta fonte di conoscenza possibile. E invece? Invece siamo sempre più stupidi. Ci lasciamo intrappolare in bolle, in echo chambers, in recinti ideologici dove il pensiero si atrofizza e la propaganda regna sovrana.
I contenuti, le idee, valgono sempre meno. Conta la bandiera, non il ragionamento. Conta il like, non la verità. Conta lo slogan, non l’argomentazione. Siamo passati dal “cogito, ergo sum” al “tifo, ergo sum”. E questo non è solo un problema di politica, è un problema di civiltà. È la rinuncia alla fatica del pensare, alla bellezza del dubbio, alla ricchezza del contraddittorio. È la resa a un mondo che ci vuole soldatini, non pensatori.
Chiamarsi fuori, allora, non è un atto di resa. È un atto di ribellione. È dire: no, non gioco al vostro gioco. Non accetto di essere ridotto a una casella, a un’etichetta, a un hashtag. Non accetto che la mia intelligenza venga mortificata da un dibattito che non è più dibattito, ma rissa. Non accetto che la conoscenza, il bene più prezioso, venga sacrificata sull’altare della propaganda. Chiamarsi fuori è un invito a tornare a pensare, a tornare a studiare, a tornare a rispettare la complessità del mondo. È un grido di libertà, per chi ha ancora il coraggio di essere libero.










