Il Robin Hood dei tempi moderni, gira le spalle a quel frappuccino da quattro soldi o a quell’azienda che magari guadagna sulla miseria altrui o fa a pezzi l’ecosistema e così è convinto di scatenare una rivoluzione. Intanto, il mondo trema davanti al suo sdegno da salotto. Più o meno il boicottaggio nel ventunesimo secolo è questa cosa qui. Ma ci sono molti tipi di boicottaggio. Innanzitutto c’è quello geopolitico e attualmente nulla batte il boicottaggio dei prodotti israeliani! Una nobile crociata da tastiera. Ciò di cui i paladini del bene assoluto non si rendono conto è che il loro boicottaggio è un tic ideologico che non sposta di un millimetro la tragedia mediorientale, ma soddisfa solo il loro ego da consumatori etici. Perché il boicottaggio non è una politica, è un’estetica. È il cappuccino di soia del progressismo, servito con un pizzico di autocompiacimento. Primo, l’economia. Israele, quella striscia di terra grande quanto la Pianura Padana, non trema per il rifiuto di comprare un avocado o un software di cybersecurity. La sua economia è un miracolo di resilienza, intrecciata con il mondo globale: tecnologia, startup, ricerca medica, intelligenza artificiale. Non si può pensare davvero che il vostro cestino della spesa possa far crollare un sistema che esporta microchip e vaccini. Nel 2024, le esportazioni israeliane hanno raggiunto i 160 miliardi di dollari, e il boicottaggio, per quanto rumoroso, è una puntura di spillo. Secondo, la coerenza. Perché solo Israele? Dove sono gli striscioni contro i pomodori cinesi, coltivati con il sudore degli uiguri? Dove sono le marce contro il petrolio saudita, che finanzia guerre e oppressione? E i telefoni che vengono usati per twittare #BDS, non sono forse assemblati in fabbriche dove i diritti umani sono un optional? Il boicottaggio selettivo puzza di ipocrisia: scegliete il nemico che fa più audience, quello che vi garantisce un applauso facile nei circoli giusti. È una crociata a senso unico, che ignora la complessità del mondo per puntare il dito su un solo attore, come se il Medio Oriente fosse un film di Hollywood con un cattivo ben definito. Terzo, la politica. Il boicottaggio, nelle mani dei suoi promotori più zelanti, non è un grido di pace, ma un’arma di delegittimazione. “Dal fiume al mare”, cantano alcuni, e il sottotesto è chiaro: non si tratta di chiedere due stati, ma di negare l’esistenza di uno. Israele, piaccia o no, è una realtà, uno Stato con 9 milioni di abitanti, ebrei, arabi, drusi, cristiani, che non svanirà perché si smette di comprare hummus. Il boicottaggio non costruisce ponti, non avvicina le parti, non spinge al negoziato. Al contrario, alimenta la polarizzazione, rafforza gli estremisti da entrambe le parti e allontana la possibilità di una soluzione. La pace si fa con il dialogo, non con il rifiuto. E poi, c’è l’ironia della storia. Boicottare Israele significa, in parte, boicottare il progresso. I farmaci salvavita sviluppati a Tel Aviv, le tecnologie che vengono usate ogni giorno, le innovazioni agricole che nutrono il mondo: tutto questo nasce da una nazione che, pur sotto pressione, non ha mai smesso di creare. Pensateci: mentre boicottate, state forse usando un chip progettato in Israele per scrivere la vostra indignazione. È la contraddizione del nostro tempo: odiate il giocatore, ma non potete fare a meno del suo gioco. La tragedia di Gaza, la sofferenza palestinese, il conflitto eterno: tutto questo merita enorme attenzione ma non gesti simbolici che si esauriscono in un hashtag. Servono politica vera, compromessi dolorosi, leader coraggiosi. Il boicottaggio è un alibi, un modo per sentirsi a posto senza sporcarsi le mani con la realtà. Se si vuole davvero cambiare le cose, si smetta di giocare ai puri e si inizi a pensare come statisti, non come influencer.

Ma di boicottaggi ce ne sono molti altri. Uno, ad esempio, è quello contro Spotify perché il boss, Daniel Ek, ha investito in Helsing, una startup che sviluppa IA per droni militari. Il fatto è che se il problema è l’IA usata in ambito militare, o i soldi che finiscono in tecnologie belliche, allora il boicottaggio dovrebbe essere un po’ più ambizioso. Tipo, buttare via il telefono, disdire Amazon Prime, smettere di guardare Netflix, e già che ci siamo, evitare di comprare qualsiasi cosa prodotta in Cina. Perché, sorpresa, il mondo della tecnologia è un groviglio di interessi che non si fermano ad una playlist di indie rock. Facciamo un elenco, così ci rendiamo conto di quanto sia lunga la lista delle aziende da boicottare se si segue una logica ferrea:
– **Amazon**: Jeff Bezos non si limita a venderti il detersivo con un click. Amazon Web Services (AWS) fornisce servizi cloud al Dipartimento della Difesa americano, inclusi progetti di sorveglianza e analisi dati per l’intelligence. E non dimentichiamo Project Kuiper, che mette satelliti in orbita per connettività globale – chissà chi li userà, eh?
– **Apple**: Tim Cook ti vende l’iPhone come un simbolo di libertà creativa, ma le fabbriche dei suoi fornitori in Cina (Foxconn, Pegatron) sono state accusate di sfruttare lavoratori, usare manodopera minorile e imporre turni disumani. E sai chi compra i loro chip? Anche il settore militare. Ops.
– **Google**: Motore di ricerca, Android, Gmail, tutto bellissimo. Peccato che Google abbia lavorato al Project Maven, un programma di IA per droni militari del Pentagono, prima di ritirarsi sotto pressione dei dipendenti. Ma i loro algoritmi? Usati ovunque, anche da chi non ti piace.
– **Microsoft**: Windows, Xbox, e un bel contratto da 10 miliardi di dollari con il Pentagono per il progetto JEDI (cloud per operazioni militari). Inoltre, la loro IA è integrata in sistemi che finiscono in mani non proprio pacifiste.
– **Meta**: Facebook, Instagram, WhatsApp. Mark Zuckerberg non solo rastrella i tuoi dati per venderti pubblicità, ma ha accordi con enti governativi per condividere informazioni. E l’IA di Meta? Potenzialmente usata per sorveglianza.
– **Tesla**: Elon Musk, il paladino della rivoluzione verde, produce batterie e sensori che finiscono in applicazioni militari. E SpaceX, con i suoi razzi e satelliti Starlink, non serve solo a twittare dallo spazio, ma anche a supportare operazioni militari (vedi l’Ucraina).
– **Samsung**: Il tuo TV 4K e il tuo Galaxy sono belli, ma Samsung produce anche componenti per armamenti, inclusi sistemi di guida per missili.
– **Intel e NVIDIA**: I loro chip sono il cuore di qualsiasi dispositivo tech, inclusi quelli usati per sviluppare IA militare. Ogni drone con un po’ di cervello ha dentro un pezzetto di NVIDIA.
– **Boeing**: Non solo aerei di linea, ma anche droni e missili per l’esercito americano. Comprare un biglietto aereo? Potresti finanziare un contractor della difesa.
– **Nike**: Le sneakers più cool del mondo? Prodotte in fabbriche asiatiche con accuse di lavoro minorile e salari da fame.
– **Nestlé**: Acqua in bottiglia, cioccolatini, ma anche critiche per lo sfruttamento delle risorse idriche in paesi poveri e pratiche lavorative discutibili.
– **Coca-Cola**: Disidratano comunità locali per imbottigliare la tua bibita preferita.
– **H&M e Zara**: Fast fashion a prezzi stracciati, ma con fabbriche in Bangladesh dove i lavoratori rischiano la vita per 2 dollari al giorno.
Si potrebbe andare avanti, ma il punto è chiaro: se boicotti Spotify per i suoi investimenti in droni, devi boicottare mezzo mondo. Ogni azienda tecnologica, ogni colosso globale, ha le mani in pasta in qualcosa che non ti piace: che sia lo sfruttamento di lavoratori, l’evasione fiscale, l’impatto ambientale o il supporto indiretto a industrie militari. La tua logica ti porta a un vicolo cieco: o vivi senza tecnologia, vestiti di iuta e mangi solo quello che coltivi nel tuo orto, oppure sei incoerente. E sai qual è il bello? Sei incoerente. Perché mentre scrivi il tuo post al vetriolo contro Spotify, lo fai dal tuo iPhone, usando la connessione di Google Fiber, magari con un caffè Starbucks in mano. Compri su Amazon perché “è comodo”, guardi Netflix perché “che faccio sennò la sera?”, e posti su Instagram per far sapere al mondo quanto sei etico. La modernità ti piace, ti serve, ti coccola. Ma la modernità è fatta di aziende che non sono sante, che vivono di compromessi, che navigano in un sistema capitalista dove i soldi girano in cerchi che non sempre ti piacciono. L’incoerenza non è solo tua, è di tutti noi. Il problema è che tu, con il tuo boicottaggio selettivo, pensi di essere puro, di avere la coscienza pulita. Ma la verità è che il tuo boicottaggio è un gesto cosmetico, un modo per sentirti meglio senza cambiare nulla. Se vuoi davvero fare la differenza, smetti di puntare il dito contro e inizia a chiederti: come posso ridurre il mio impatto? Come posso vivere con meno? Ma attenzione: la risposta non è un hashtag. È un cambiamento vero, che fa fatica. E, ammettilo, non sei pronto a rinunciare al tuo iPhone. Nessuno lo è. Quindi continua pure a boicottare. Ma quando accendi il tuo MacBook, ordini su Deliveroo o compri un paio di Nike, ricordati: il mondo è sporco, e tu ci stai dentro fino al collo. Proprio come me.










