C’è immigrazione e immigrazione

Il tema immigrazione si contorce nelle vene dell’Europa, ora qui a sussurrare promesse di manodopera a basso costo, ora là a sibilare minacce di caos sociale. Non è un tema tiepido, si tratta di civiltà. Ma c’è immigrazione e immigrazione. C’è quella che costruisce, e quella che distrugge; quella che riempie vuoti necessari, e quella che inonda fino a soffocare. Ma partiamo dalle ipocrisie, perché senza ipocrisie non si capisce nulla della politica italiana, un teatro dell’assurdo dove la destra urla “chiudete tutto” e la sinistra intona “aprite le braccia”, salvo poi fare l’esatto contrario. La destra meloniana, prometteva di fermare l’invasione, di rimandarli tutti a casa con un decreto-navetta e un bel filo spinato sul mare. “Basta sbarchi, basta clandestini!”, tuonava Giorgia, e il popolo, quel popolo stanco di vedere i suoi quartieri trasformarsi in bazar multietnici, applaudiva. Chiudere tutto: blocco navale, accordi con i libici, hotspot in Albania. Ma ecco il paradosso: sotto Meloni, gli immigrati sono arrivati di più, o almeno non di meno. I numeri dicono che nel 2023 c’è stato un record storico con 157 mila sbarchi; nel 2024, calo a 66 mila, un 57% in meno, grazie ai memorandum con Tunisia ed Egitto. Nel primo semestre del 2025 i numeri sono tornati in linea con il 2024, anzi, a luglio gli arrivi balzano a oltre 31 mila, con un raddoppio a gennaio: 3.312 contro i 1.420 dell’anno prima. I decreti flussi nel frattempo sono aperti a man bassa: mezzo milione di ingressi regolari in tre anni, 500 mila permessi per badanti, colf, stagionali. Più immigrati, insomma, di quel che si dice. La destra vuole chiudere, ma governa aprendo. La sinistra, a parole, con il suo buonismo cattolico-proletario, vorrebbe accogliere tutti, rifugiati, disperati, in nome di un’umanità senza confini, di quel “prossimo” evangelico che è diventato un mantra laicizzato. Ma quando c’era Mannino la musica cambiava. Politiche quasi salviniane: accordi con Gheddafi per blindare le coste libiche, rimpatri forzati, il reato di clandestinità nel pacchetto sicurezza del 2009, ereditato ma non smantellato. La sinistra al governo faceva il volto feroce: buonismo a parole, muri a fatti. E anche oggi continuano a negare la devianza, a chiamare “razzismo” ogni mugugno popolare, come se i reati non esistessero.

Queste sono le nostre commedie. Ma l’approccio giusto, quello razionale, laico, conservatore nel senso nobile del termine (preservare l’ordine per innovare) è uno solo: gestire l’immigrazione come una risorsa calcolata sul bisogno reale di lavoro. Qui in Italia posti vuoti ce ne sono a bizzeffe. Gli imprenditori li chiedono a gran voce: 258 mila carenze nel commercio e turismo nel 2025, 27 mila nell’edilizia solo ad agosto, 90 mila nel tech e informatica. Confartigianato, Unioncamere: mismatch ovunque, il 47,8% dei posti qualificati introvabili, con il Nordest che soffre il 53,7%. Giovani che non vogliono sporcarsi le mani, demografia in picchiata (4,8 milioni in meno tra i 15 e i 39 anni dal ’82) e un calo della popolazione attiva che ci costa 3 milioni di posti persi rispetto all’UE. L’immigrazione va dosata: entrano quelli che servono per i campi, le officine, le RSA, con permessi legati al lavoro, corsi obbligatori, rimpatri rapidi per i nullafacenti. Il problema è che le imprese sono in ginocchio. Piccole e medie arrancano, burocrazia asfissiante, energia alle stelle. L’industria sta molto peggio, in un crollo biblico: 22 mesi consecutivi di calo produzione, -2,4% ad agosto 2025, -2,7% annuo. L’automotive collassa, il tessile perde il 2%, chimica e siderurgia in agonia. Ed in tutto questo, il ministro Urso pare non capirci nulla: parla di neutralità tecnologica a Bruxelles, spinge per 2,5 miliardi all’auto, ma l’industria affoga, e lui con i suoi non-paper sembra un generale senza truppe. Serve una politica industriale vera, non chiacchiere: incentivi, formazione, e immigrazione mirata per riempire i vuoti, non per ingorgarli. E qui tocca alla sinistra smetterla con il buonismo ipocrita, quel velo pietoso che nasconde la realtà. Se arrivano immigrati senza lavoro, senza indirizzi, senza un sistema che li butti dritti nelle fabbriche vuote (corsi lingua, matching con imprese, controlli ferrei) è normale che finiscano a bighellonare, a rubare, a spacciare. E se delinquono, se i reati salgono (stranieri al 31% delle denunce pur essendo l’8% della popolazione) non è razzismo e volere ordine. Si chiama buonsenso: sentirsi liberi a casa propria, padroni delle proprie strade, senza dover chinare la testa per un “multiculturalismo” che è solo caos. La sinistra deve svegliarsi: l’integrazione non è carità, è contratto. Altrimenti, alimenta mostri, e il popolo (quel popolo che non è fascista ma è solo stanco) si rivolta.

Infine, un punto su Vicenza. Qui, nel 2025, la Questura ha stretto i bulloni: 13 fogli di via, 18 avvisi orali, 5 revoche permessi, 14 ordini di espulsione in un’operazione interforze contro degrado e clandestini. Zone calde come Campo Marzo, Quadrilatero, Giardini Salvi: controlli su stranieri irregolari, pregiudicati marocchini e albanesi espulsi, uno con passaporto falso beccato sul fatto. Droga sintetica ed eroina in aumento, domanda alta ma non piazze di spaccio come al Sud, per ora. Violenza di genere su, arresti e denunce in crescita, ma la sicurezza regge: 28 mila da pattuglie carabinieri, 113 da controlli straordinari. Vicenza è un laboratorio: l’immigrazione per il lavoro c’è, nelle officine e nei campi, ma senza governance diventa una bomba. Qui si vede: chiudere ai nullafacenti, aprire ai lavoratori, o si esplode. C’è immigrazione e immigrazione, si diceva. Quella gestita con senno è salvezza; l’altra, follia. Scegliamo, Italia, o affondiamo tutti.

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