I “maranza” – quel termine milanese che mescola “marocchino” e “zanza”, furfante da strada – sono sbarcati anche qui, trasformando piazze storiche in arene da rissa. Non è più solo roba da periferie metropolitane: a Vicenza, questi ragazzini tra i 14 e i 17 anni, spesso italiani o di seconda generazione, si radunano per pestare corrieri, rubare cellulari e seminare il panico. E mentre i cittadini invocano zone rosse e Daspo urbani, uno si chiede: come siamo arrivati a questo? È il fallimento di una società che ha perso il filo con i suoi figli, o solo l’ennesima bolla mediatica gonfiata da TikTok e Instagram? A Vicenza, nei primi cinque mesi del 2025, la questura ha contato 251 denunce per reati di strada: 18 minori coinvolti, 17 lesioni dolose, 13 furti e 6 rapine. Non è un’epidemia, ma è un campanello d’allarme: episodi come l’aggressione a un corriere 52enne in piazzale De Gasperi a maggio, o i fratelli derubati e picchiati in centro ad aprile, hanno portato a sei Daspo per i baby maranza. Il prefetto ha intensificato i controlli al Giardino Salvi con militari dell’esercito nei weekend, e l’opposizione tuona: “Vicenza in mano alle baby gang”, chiedendo zone rosse immediate. Nella provincia, il fenomeno si allarga: a Bassano o Schio, risse e vandalismi sono all’ordine del giorno, con un aumento del 5% nei reati giovanili nel 2024, in linea con il Veneto. Nel 2023, 73 province italiane su 107 hanno registrato attività violente da gang giovanili, con una prevalenza nel Centro-Nord: in Veneto, da Treviso a Verona, episodi come l’accoltellamento a Montebelluna o le rapine a Sant’Antonino. Il report del Ministero dell’Interno per il 2023 mostra un calo del 4,15% nelle denunce minorili a livello nazionale, ma le baby gang sono in aumento: gruppi da 10 ragazzi, 15-17 anni, senza struttura gerarchica, che colpiscono coetanei per bullismo o noia. Nel Nord-Est, trend in crescita dal 2021-2022, con furti in rialzo del 17% (da 23mila a 27mila nel Bolognese, simile al Veneto). Zaia parla di “allarme sociale”, con rischi di infiltrazioni nello spaccio. E in Italia? La mappatura Transcrime identifica quattro tipi di gang: il più comune al Nord è quello “disorganizzato”, con reati impulsivi; al Sud, legami con la criminalità organizzata. Nel 2025, maxi-blitz nazionali: 60 arresti (13 minori), 142 denunce, armi e droga sequestrate. L’Eurispes nel Rapporto Italia 2025 dice che per un italiano su due, le baby gang sono in aumento, alimentando la percezione di insicurezza.

Ora, il problema vero: perché questi ragazzi finiscono a fare i teppisti? Non è solo “noia da pandemia”, come dicono i prefetti. I sociologi lo spiegano con il disagio sociale: “originato prevalentemente da situazioni di disagio familiare e da mancata integrazione”, scrive il Ministero dell’Interno citando Transcrime. Famiglie assenti, periferie degradate, scuola che non cattura: i maranza cercano appartenenza nel branco, dove la violenza è status symbol. Franco Prina, sociologo del diritto, lo dice chiaro: “Affrontare il problema della devianza giovanile significa agire sull’inclusione”, non con allarmi mediatici che creano ‘moral panic’. È la teoria della frustrazione: “quando la fonte di una frustrazione non può essere controllata, l’aggressività si rivolge verso un obiettivo debole”, come nei test di Dollard degli anni ’30, applicati oggi ai social che amplificano l’emulazione. Aggiungete povertà educativa – Istat parla di disparità nelle periferie – e il cocktail è esplosivo: ragazzi “senza problemi” dal ceto medio che si uniscono per autoaffermazione, o immigrati di seconda generazione che sfogano marginalità. In Veneto, considerando il suo benessere, la situazione è paradossale: ma la solitudine post-Covid e i social hanno creato tribù urbane, dove un “sguardo sbagliato” diventa casus belli. Sotto tutti i punti di vista, il problema è multifocale.
Legale: il sistema minorile è permissivo, con “messa alla prova” come sanzione principale, ma manca l’associazione per delinquere per gang.
Sociale: welfare carente, come denuncia Openpolis, con servizi periferici al collasso.
Economico: la disoccupazione giovanile al 22% nel Veneto spinge verso lo spaccio facile.
Psicologico: salute mentale ignorata, con bullismo che sfocia in traumi.
Politico: la destra invoca Daspo e revoca benefici alle famiglie, la sinistra punta su educazione – ma chi investe davvero? Non bastano i blitz: servono approcci integrati.
Prevenzione: la legge regionale veneta del 2025 stanzia 450mila euro per interventi socio-educativi, giustizia riparativa e affidi come “Liberi di Scegliere”, progetto nato in Calabria, ora esteso al Nord. Zaia propone risarcimenti a carico delle famiglie e “coraggio della denuncia”, ma di sicuro servono più percorsi rieducativi obbligatori.
Scolastico: controlli su chat e social, doposcuola, sport, coinvolgimento in attività extra-scolastiche per rompere il ciclo.
Famigliare: responsabilizzazione, con decadenza di alloggi pubblici per genitori negligenti, come nella mozione veneta.
E i social? Regolamentarli, monitorare emulazione. Ascoltare il disagio e non reprimerlo. Il Piano nazionale 2022-2025 contro lo sfruttamento include prevenzione per minori a rischio.

A Vicenza si parla di ronde anti-maranza ma è senz’altro meglio un patto sociale: forze dell’ordine, scuole, associazioni. Altrimenti, questi ragazzi diventeranno la manovalanza della criminalità organizzata, non i futuri imprenditori veneti. Se non agiamo ora, il Palladio piangerà basamenti di marmo macchiati di sangue innocente.










