C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui la magistratura italiana, con le sue inchieste, si sta insinuando nei gangli della politica amministrativa, non per correggere il malaffare, ma per ostacolare il fare. Le indagini che scuotono Milano e Pesaro, con Beppe Sala e Matteo Ricci nel mirino, non sono solo un problema locale: potrebbero diventare un monito anche per città come Vicenza, dove Giacomo Possamai sta provando a ridisegnare il futuro urbano. Qui si gioca una partita più grande: quella tra una politica che vuole costruire e una magistratura che, troppo spesso, sembra voler demolire. E il pericolo è che questo schema si replichi ovunque. Partiamo da Milano, la capitale morale ed economica d’Italia, l’unica città che può guardare in faccia le grandi metropoli europee senza arrossire. Beppe Sala, indagato per false dichiarazioni e induzione indebita nell’ambito delle inchieste sull’urbanistica, non è un politico nel senso classico del termine. È un manager prestato alla cosa pubblica, un uomo che ha gestito l’Expo con piglio aziendale e che ha fatto di Milano un laboratorio di rigenerazione urbana: da Porta Nuova al Villaggio Olimpico, fino al tormentato progetto del Pirellino. Sala non arringa le folle, non brandisce ideologie: pianifica, decide, esegue. Eppure, la Procura di Milano, con 74 indagati e richieste di arresto per figure chiave come l’assessore Giancarlo Tancredi e l’imprenditore Manfredi Catella, sembra voler dipingere un quadro di corruzione sistemica, dove ogni cantiere nasconde un intrigo.

A Pesaro, Matteo Ricci, oggi eurodeputato ma per anni sindaco pragmatico, è accusato di aver agito per “consenso politico”. Parole sbalorditive: un amministratore che lavora bene, apre cantieri, rigenera la città e, orrore, guadagna consensi elettorali, viene trattato come un delinquente. Come se fare il proprio mestiere con competenza fosse un reato. Ricci, come Sala, è un city manager. Il suo operato, come quello di Sala, è fatto di delibere, progetti, numeri, non di comizi. Eppure, la magistratura sembra vedere in questo pragmatismo una minaccia, un “sistema” da smantellare.

E qui entra in gioco Vicenza. Giacomo Possamai è un altro esempio di questa nuova razza di amministratori: non un politico di apparato, ma un gestore della cosa pubblica con un approccio quasi imprenditoriale. A Vicenza, i cantieri spuntano come funghi: dalla rigenerazione delle periferie alla valorizzazione del patrimonio storico. L’opposizione, in un goffo tentativo di ironia, gli ha regalato un caschetto da cantiere, pensando di ridicolizzarlo. Ma quel caschetto è diventato il simbolo del suo dinamismo, della sua capacità di tradurre idee in futuro. Ma se la magistratura, come a Milano e Pesaro, decidesse di mettere sotto la lente ogni delibera, ogni progetto, ogni consenso guadagnato sul campo, cosa resterebbe di questa visione? C’è un filo rosso che lega queste vicende: la magistratura, storicamente, sembra avere un debole per la sinistra riformista, quella che governa con i fatti e non con le parole. La sinistra massimalista, quella delle barricate e delle utopie, raramente finisce nel mirino. È come se il pragmatismo, l’efficienza, il compromesso necessario per far funzionare una città fossero percepiti come un tradimento, un peccato da punire. Mani Pulite, negli anni Novanta, decimò il Psi di Craxi, non il Pci. Oggi, Sala e Ricci, riformisti che hanno trasformato le loro città, sono sotto attacco, mentre la sinistra più ideologica, quella delle piazze, resta intoccata.

E poi c’è il Partito Democratico di Elly Schlein, che in questa vicenda si è mostrato tiepido, quasi imbarazzato. A Milano, il Pd ha difeso Sala, ma con una freddezza che sa di calcolo politico: sostegno sì, ma senza entusiasmo, come se temesse di essere trascinato nel fango. Sorprendentemente, è stata la destra, da Meloni a Fontana, a mostrarsi più garantista, insistendo che un avviso di garanzia non equivale a una condanna e che la politica non può essere ostaggio delle procure. Un paradosso: la destra, spesso accusata di populismo, difende il principio della presunzione d’innocenza, mentre il Pd, che dovrebbe incarnare il garantismo progressista, balbetta.

Se le indagini di Milano e Pesaro ci insegnano qualcosa, è che nessun amministratore è al sicuro. Immaginate un’inchiesta che metta in discussione una delibera urbanistica, un progetto di rigenerazione. Immaginate il freno che questo porrebbe a una città che sta finalmente correndo verso il futuro. La magistratura, con la sua ossessione per il “sistema”, rischia di paralizzare non solo Milano, ma ogni città che osa trasformarsi. Non fraintendete: la giustizia deve fare il suo corso. Ma quando le accuse si basano su ipotesi fumose, come “induzione indebita” o “consenso politico”, senza uno straccio di prove concrete, allora il sospetto è che si voglia colpire non il crimine, ma la politica stessa. Milano, con i suoi cantieri bloccati e la sua immagine di città europea sotto attacco, è un monito. Pesaro, con Ricci accusato di aver fatto il suo lavoro troppo bene, è un altro. Vicenza, con Possamai che ogni giorno indossa idealmente quel caschetto da cantiere, potrebbe essere la prossima. E se accadrà, non sarà solo una città a perdere, ma l’idea stessa che la politica possa costruire, e non solo distruggere.










