Lo spettacolo “Age” del CollettivO CineticO, ideato e diretto da Francesca Pennini, andato in scena al Teatro Astra il 21 novembre, è un’esplorazione performativa dell’adolescenza, riproposta nel 2024 dopo dodici anni dalla sua prima incarnazione. Su un palco concepito come un’arena minimalista, nove adolescenti si prestano a un atlante vivente di identità e comportamenti, rispondendo in tempo reale a quesiti imprevedibili su opinioni e esperienze. Ispirata all’indeterminazione cageana, la struttura si articola in capitoli scanditi da un gong, con azioni straniate, interazioni surreali e una piramide corporea che si erge e dissolve, fondendo rigore formale, ironia pop e reattività emotiva in un quadro che riflette le metamorfosi dell’età liminale in un’era di crisi e fluidità.

Ma è nelle sue suggestioni più profonde che “Age” dispiega il suo fascino intellettuale, invitandoci a un’interrogazione poetica sull’essenza dell’essere giovani, sospesi in quel crepuscolo alchemico tra i 16 e i 18 anni. Chi siamo davvero in quell’interstizio temporale, quando l’identità non è ancora un monolite scolpito dal tempo, ma un flusso mercuriale di possibilità, un caleidoscopio di frammenti che si compongono e scompongono sotto lo sguardo dell’altro? Lo spettacolo all’inizio evoca, con una malinconia sottile, il ricordo di “Intervallo”, quella parentesi televisiva della RAI anni Settanta, dove cartoline statiche dell’Italia – borghi remoti, paesaggi idilliaci – scorrevano accompagnate dalla Toccata per arpa di Pietro Domenico Paradisi (qui c’è l’aria sulla quarta corda di Bach): un suono etereo, quasi un sospiro celeste, che incarnava il tempo sospeso, un limbo tra un programma e l’altro, metafora perfetta dell’adolescenza come pausa cosmica, un respiro trattenuto prima del tuffo nell’abisso adulto. In quel suono paradisiaco, c’è l’eco di un’Italia perduta, un’armonia fragile che contrasta con il caos interiore dei performer, i cui gesti – a volte teneri, a volte feroci – rivelano la poliedricità dell’io nascente. Qui emerge, con forza filosofica, la libertà ontologica dell’adolescente: ogni ragazzo è ancora un polimorfo, un essere proteiforme capace di indossare molteplici personalità senza il peso della coerenza imposta. Non è costretto a cristallizzarsi in un “qualcuno” definitivo, ma può danzare tra maschere – dal ribelle al contemplativo, dal vulnerabile al provocatorio – esplorando i confini del sé con una grazia anarchica, una vitalità che sfida le categorie rigide del mondo. Eppure, in questo eden di potenzialità, già si insinua l’ombra della società, con le sue insidiose richieste di ripetizioni coordinate e moduli di interazione: schemi sociali preconfezionati, norme invisibili che iniziano a forgiare l’individuo come un automa, sabotando quella fluidità primordiale con rituali di conformità, interrogazioni performative che prefigurano il teatro crudele dell’età adulta. È un conflitto dialettico, hegeliano quasi, tra tesi della libertà e antitesi della norma, che lascia lo spettatore sospeso in una sintesi incerta, interrogandosi sulla precarietà dell’esistenza. Tutto ciò amplifica l’enigma del futuro, ritratto non come una traiettoria lineare ma come un orizzonte nebbioso, un labirinto di alea e incognite dove ogni scelta è un azzardo cosmico, intrecciato a catastrofi globali, conquiste effimere e la perenne danza tra eros e thanatos. In questo specchio scenico, “Age” ci costringe a confrontarci con l’idea che l’età dei 18 anni non sia un mero passaggio, ma un’impronta eterna, un’essenza che permea l’intera vita: quel fuoco interiore, quella fragilità adamantina, quel sogno non ancora infranto che ci accompagna per sempre, come un’eco paradisiaca che si dissolve nella notte dell’essere. E ricordiamoci, citando “Breakfast Club” (che quest’anno compie 50 anni) che : “Quando cresci il tuo cuore muore”.










