“456” di Mattia Torre al Teatro Civico di Schio

È tornato 456. O meglio: non se n’era mai andato davvero. Si entra e c’è già quel tavolo che sembra uscito da una cucina degli anni ’50 in cui nessuno ha mai buttato via niente, nemmeno il sugo rappreso sul fondo della pentola. Il sugo perpetuo, lo chiamano loro. Noi lo chiamiamo Italia. Padre (De Ruggieri), madre (Pellegrino), figlio (De Lorenzo) e l’ospite che arriva a fare casino (Agrusta). Quattro persone che si odiano con costanza e vivono in una valle che potrebbe essere l’Aspromonte come la Valle del Piave, poco cambia: fuori c’è il mondo, dentro c’è solo il rumore di posate sbattute e frasi non finite. Mattia non c’è più da un pezzo, eppure la regia (sua, ancora sua, sempre sua) è lì, precisa: uno guarda l’altro, aspetta il momento esatto in cui dire la cosa più sbagliata possibile, e la dice. Poi silenzio. Poi un altro insulto. Poi riso. Ridiamo anche noi, perché ridere è l’unico modo per non piangere quando ti rendi conto che quella famiglia lì siamo noi che litighiamo per il telecomando mentre il paese va a rotoli da quarant’anni. La violenza è comica finché non diventa vera. E diventa vera quando smettono di urlare e iniziano a parlarsi piano. Quello è il momento in cui capisci che Torre non stava scherzando: la famiglia è il posto dove si impara a fare del male con precisione chirurgica, senza sporcarsi troppo le mani. Gli attori ti fanno dimenticare che stanno recitando e sembrano solo quattro disgraziati che hanno scordato come si esce di casa. Cristina Pellegrino fa la madre con una stanchezza che pesa sulle palpebre, Carlo De Ruggieri il padre con la pancia piena di rabbia e cibo, Massimo De Lorenzo il figlio che ormai ha capito tutto ma non sa ancora come dirlo, Giordano Agrusta è l’ospite che arriva e peggiora ogni cosa (o aiuta ogni cosa, dipende). Alla fine si spegne la luce e resti lì, con la sensazione che avresti voluto applaudire più forte ma non te la sentivi, perché applaudire a uno specchio fa sempre un po’ impressione. 456 non è uno spettacolo nuovo. È uno spettacolo vecchio come le discussioni natalizie in cui tutti dicono “non ne possiamo più” e poi l’anno dopo rifanno lo stesso cenone. Eppure ogni volta che torna in scena è come se dicesse: “Ve l’avevo detto”. E noi ridiamo di nuovo. Perché tanto cambiare non ci interessa davvero.

Aprile 2026

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