Recensione: “L’importanza di chiamarsi Ernesto” al Teatro Comunale di Thiene

Lo scorso 25, 26 e 27 novembre 2025, il Teatro Comunale di Thiene ha ospitato una delle commedie più celebri di Oscar Wilde, L’importanza di chiamarsi Ernesto, nella messa in scena diretta da Geppy Gleijeses. Protagonisti sul palco Lucia Poli nei panni dell’imponente Lady Bracknell, Giorgio Lupano come Jack Worthing, Maria Alberta Navello come Gwendolen Fairfax e Luigi Tabita come Algernon Moncrieff, in una produzione che ha girato vari teatri italiani, portando con sé l’irriverente spirito wildeano. Eppure, pur apprezzando l’impegno nel rendere omaggio al testo originale, questa versione lascia l’impressione di un’opportunità mancata per un adattamento più contemporaneo, rimanendo ancorata a una visione un po’ datata. La regia di Gleijeses opta per un approccio fedele all’epoca vittoriana in cui Wilde scrisse la commedia (1895), enfatizzando gli stilemi teatrali di fine Ottocento con un’estetica caricaturale che, a tratti, risulta eccessiva. Le scenografie, eleganti salotti londinesi e giardini curati, evocano un mondo di porcellane e tè pomeridiani, ma il ritmo controllato e i toni calibrati finiscono per amplificare un formalismo che sa di museo. I gesti sono enfatici, le pause drammatiche allungate come in un vaudeville d’epoca, e l’ironia wildeana – quel nonsense brillante che smaschera l’ipocrisia borghese – viene resa attraverso una caricatura che ricorda più le parodie vittoriane che una satira tagliente. Ad esempio, le entrate in scena sono marcate da pose esagerate, con cappelli piumati e inchini rigidi, che divertono ma non pungono, rimanendo intrappolati in un’estetica rétro che non dialoga con il pubblico di oggi. Anche l’interpretazione degli attori segue questa linea, con un’interpretazione caricaturale che amplifica i tratti comici fino al limite della macchietta. Lucia Poli, magistrale nel ruolo di Lady Bracknell, domina la scena con una presenza autoritaria e un timbro vocale che incute rispetto, ma la sua performance vira spesso verso l’overacting: le sue interrogazioni sul “nome Ernesto” diventano urla esagerate, perdendo la sottigliezza dell’ironia wildeana. Giorgio Lupano e Luigi Tabita, nei ruoli dei due amici che inventano vite doppie per sfuggire alle convenzioni, incarnano bene il dandismo dell’epoca, ma i loro dialoghi rapidi e i battibecchi sul “Bunburying” (l’arte di inventare scuse per evadere la routine) risultano troppo legati a mannerismi ottocenteschi, con accenti posh e gestualità ampollose che richiamano stereotipi da commedia dell’arte vittoriana. Maria Alberta Navello offre una Gwendolen fresca e determinata, ma anche qui prevale una caricatura femminile che esagera la frivolezza borghese, rendendo il personaggio più una marionetta che una figura multidimensionale. Nel complesso, gli attori sono in parte e il pubblico applaude, ma l’insieme appare come un omaggio nostalgico piuttosto che una rilettura viva. Eppure, proprio qui sta il potenziale inesplorato: L’importanza di chiamarsi Ernesto meriterebbe un adattamento più audace per i giorni nostri, per far emergere la sua attualità senza forzature. Immaginate una regia che sposti l’azione in un contesto contemporaneo, magari tra influencer e social media, dove il “doppio nome” di Ernesto diventa un profilo fake su Instagram o TikTok. Jack e Algernon potrebbero inventare alter ego digitali per sfuggire alle pressioni della società iper-connessa, con Lady Bracknell come una matriarca che scruta i like e i follower invece che i registri parrocchiali. Le scenografie potrebbero incorporare schermi LED con notifiche pop-up, e i dialoghi – mantenendo la traduzione brillante di Masolino D’Amico – potrebbero intrecciarsi con slang moderni o riferimenti a meme, senza tradire lo spirito originale. Questo renderebbe la commedia non solo divertente, ma anche uno specchio acuto del nostro tempo, dove l’identità è fluida e performativa. Infatti, l’attualità di Wilde è lampante e rende questa opera timeless: al centro c’è la satira sull’ipocrisia sociale, sull’importanza superficiale del “nome” e dell’apparenza, che oggi riecheggia nelle discussioni su identità di genere, orientamento sessuale e status online. In un’era di catfishing, cancel culture e dibattiti su autenticità vs finzione, il “Bunburying” wildeano assomiglia alle vite parallele che molti vivono sui social, fingendo perfezione per conformarsi a norme invisibili. Wilde, processato per la sua omosessualità, critica un mondo bigotto che privilegia l’etichetta sulla sostanza – un tema che risuona forte nel 2025, con lotte per i diritti LGBTQ+ e la critica al classismo digitale. La commedia non è solo un divertissement: è un invito a smascherare le maschere che indossiamo, rendendola perfetta per un pubblico contemporaneo se solo la si liberasse dagli orpelli vittoriani.

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