Francesco Piccolo si presenta come uno che ha appena scoperto che la felicità è una cosa minuscola tipo il rumore della plastica quando apri un pacco di caffè. Accanto a lui c’è Pif, che invece ha l’aria del marziano a Roma che ora la felicità la cerca nei posti più sbagliati possibili. Insieme creano uno spettacolo che non è monologo, non è stand-up, non è nemmeno dialogo vero e proprio: è una specie di partita a ping-pong in cui la pallina è la vita di tutti noi. La “trama”, se vogliamo chiamarla così, è un elenco ragionato – ma mai serioso – di attimi. Quelli felici che durano tre secondi e mezzo e quelli infelici che invece ti si appiccicano addosso come la colla vinilica sui pantaloni buoni. Sul palco ci sono solo loro due, non serve altro. Piccolo ha quel modo di parlare pacato, da professore di lettere che ha capito tutto della mediocrità umana e non ce l’ha con nessuno, tranne forse con se stesso. Pif invece è il caos controllato: accento siciliano sempre presente, battute che sembrano buttate lì ma sono costruite come un puzzle, e soprattutto quel sorriso storto da “lo so che è una cazzata, ma è la nostra cazzata”. A un certo punto aprono il microfono al pubblico. E lì succede il bello e il brutto insieme: la gente racconta i propri momenti. Da un cocktail sbagliato alle raccomandazioni della mamma sul portare la biancheria pulita perché non si sa mai che finisci al pronto soccorso. Sono gli aneddoti da cena, da serata leggera, ma sono pur sempre tragicomici e vagamente malinconici. Piccolo e Pif ascoltano, commentano, rilanciano, trasformano le confessioni in materiale comico. Perché tanto siamo tutti nella stessa barca di carta che affonda lentissimamente. Quando esci ti accorgi che hai riso di cose per cui normalmente alzi gli occhi al cielo. E questo è il trucco sporco di Piccolo e Pif: ti fanno credere che stai ridendo della vita degli altri, invece stai ridendo della tua. A Schio, il 27 febbraio, in un Teatro Astra esaurito di gente che ha preferito questo al carrozzone sanremese, si è solo capito alla fine che l’infelicità è uguale per tutti, e quindi, in fondo, trascurabile.

Paolo Calabresi a Thiene con “Tutti gli uomini che non sono”. La recensione.
Calabresi è uno che in tv lo riconosci da tre pixel, ma sul palco si mette a fare l’attore-attore, quello









