“Voodoo” di Masque Teatro al Ciclo dei Classici. La recensione.

Il coro, che Ermanna Montanari e Marco Martinelli hanno scelto come concept per i loro due anni di direzione artistica del Ciclo dei Classici, ha declinazioni sinuose e tortuose, qualora inafferrabili, altre volte è compreso nell’eco di qualcos’altro, di significati suggeriti. La parola “Voodoo”, slegata dal contesto di questo stupendo piccolo/grande spettacolo, ci aveva suggerito di muoverci verso la sua origine: il termine africano vodu, che significa “spirito”, “divinità”, o letteralmente “segno del profondo”. E la direzione era quella giusta. Dopo aver vissuto i 30 minuti di rappresentazione di questo “senso del profondo”, la sensazione è di aver ricevuto così tanti impulsi da ricavarne un pannello di emozioni di difficile senso univoco.

Innanzitutto la scena. Scarna, mistica, con un albero dai rami secchi alla nostra sinistra e la presenza assoluta di Eleonora Sedioli a destra. Il suo è un corpo-marionetta, mosso meccanicamente a seguito di una musica ritmata in due quarti da rimandi industriali e angosciosi. Il corpo è coro ed è attratto e respinto, è calamita ed è calamitato. Burattino e sforzo zombie in pensiero e azione. A tratti viene da pensare al senso della coreografia della “Sagra della primavera”, in cui corpi ammassati, scossi, proiettati in balia dei ritmi, costruivano uno spettacolo completo di per se stessi, libero da ogni appoggio letterario, con la musica da una parte e la realizzazione coreografica dall’altra, divenendo due sistemi ritmici seguenti ciascuno, secondo i propri mezzi, un oggetto finito e distinto. Dietro all’ideazione di Lorenzo Bazzocchi c’è di certo questa concezione che lascia un senso di gran libertà d’azione, ed in questo c’è il parallelo con l’esempio sublime di Nižinskij. Sedioli è semplicemente perfetta, ipnotica, animale ritmico dionisiaco. L’albero pare guardarla e farle da monito al contempo. Un albero che lei pare non raggiungere. Ricorda l’albero della vita del capolavoro di Terence Malick ed il parallelo si fonda sul pensiero agonico della rappresentazione, su un balletto che pensa la morte e la indaga. Ma attenzione, “Voodoo” è un balletto ma non è affatto uno spettacolo di danza, guai a concepirlo in tal modo. Le sue radici sono più politiche, la sua estetica è più vicina ad una video installazione. L’ennesima deviazione iconoclasta, in un Ciclo dei Classici che ha lasciato un forte segno autoriale.

Aprile 2026

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