Il web è un meraviglioso paese dei balocchi dove puoi essere tutto, fare tutto, e soprattutto distruggere tutto. È un posto che ci ha promesso libertà, connessione, democrazia digitale, ma ci ha anche regalato “Mia Moglie” e “Phica.eu”, due perle luccicanti nella cloaca di internet, dove le foto di donne – famose, sconosciute, politiche, influencer, vicine di casa – finiscono catalogate come in un mercatino delle pulci, con commenti che sembrano scritti da un branco di scimmie con una tastiera e troppa birra. Benvenuti nello scandalo del momento, che poi non è uno scandalo, è solo il web che fa il web: prende la tua vita, la smonta, e la trasforma in un trofeo per voyeur digitali. E noi, come al solito, stiamo qui a scandalizzarci, come se non lo sapessimo che la rete è una fogna con il Wi-Fi. Partiamo dai fatti, che tanto qui non contano più niente, ma facciamo finta di crederci ancora. “Mia Moglie”, un gruppo Facebook da trentamila iscritti – trentamila, capite? Un piccolo esercito di tizi che, tra un caffè e una pausa pranzo, postavano foto di mogli, fidanzate, ex, sconosciute, con commenti che oscillavano tra il lubrico e il patologico. E poi c’è “Phica.eu”, un sito che si autoproclamava “piattaforma di discussione personale” ma che in realtà era un bazar del porno non consensuale, con sezioni dedicate a ogni città, ogni categoria, ogni perversione. Foto rubate dai social, dai profili Instagram delle vacanze, dai video di un comizio, persino dai deep fake di politici come Giorgia Meloni o Elly Schlein. Sì, perché non basta essere la premier o la segretaria del PD per sfuggire alla gogna: se sei donna e sei online, sei carne da macello.

E non è che serva postare foto in bikini o video ammiccanti. Basta esistere. Basta avere un profilo pubblico, o anche solo un profilo privato che qualcuno ha deciso di tradire. La ragazza che sorride con lo spritz in mano, la mamma che posta il figlio al parco, la politica che parla di bilancio: tutte finiscono nello stesso tritacarne, con accanto commenti che sembrano usciti da un film horror di serie B. “Ho avuto il dispiacere di vedere le mie foto pubbliche commentate su quel sito. Commenti che fanno assolutamente schifo, scritti da uomini volgari e frustrati”, ha detto Lucia Azzolina, ex ministra, con una dignità che stride con lo squallore del contesto. E come lei, Mara Carfagna, Alessandra Moretti, Maria Elena Boschi, persino Alessandra Mussolini. Un catalogo bipartisan, perché l’oscenità non ha colore politico.

Ma sapete qual è il vero capolavoro? Che non è una novità. Questi siti, questi gruppi, esistono da anni. “Phica.eu” era attivo dal 2005, con 800.000 iscritti, il 90% uomini – sorpresa! – e sezioni che sembravano il menu di un ristorante a luci rosse. “Mia Moglie” ha prosperato fino a quando Meta non l’ha chiuso, dopo tremila denunce e un’ondata di indignazione che ha travolto anche il Parlamento. E ora che “Phica” ha chiuso i battenti, con un comunicato che sembra scritto da un avvocato ubriaco – “siamo nati come spazio sicuro, ma alcuni utenti hanno rovinato tutto, poveri noi” – ci illudiamo che il problema sia risolto. Come se la cloaca del web si prosciugasse con un clic.

Il punto è che il web è questo. Non è un incidente, non è un’aberrazione. È il suo DNA. È un posto dove l’anonimato diventa un’arma, dove la tua foto in spiaggia diventa un’ossessione per uno sconosciuto, dove la tua voce di donna – che sia in un’aula parlamentare o in una stories di Instagram – viene ridotta a un corpo da giudicare, da consumare, da insultare. E non venitemi a dire “basta non postare”. Perché non funziona così. Non è che se ti copri dalla testa ai piedi, se parli solo di tasse o di punto croce, sei al sicuro. Il web non chiede il tuo consenso, prende e basta. E se provi a cancellarti, come alcuni utenti di “Phica” hanno scoperto, ti chiedono pure dei soldi. Un’estorsione digitale, tanto per gradire.

Dal punto di vista sociologico, siamo davanti a un capolavoro di regressione. Il web ha preso il peggio dell’umanità – il voyeurismo, la misoginia, il bisogno di dominare – e l’ha amplificato con un megafono. Non è solo una questione di “uomini volgari e frustrati”, come li ha definiti Azzolina. È una cultura che normalizza lo stupro digitale, che rende accettabile trattare le donne come oggetti in un mercatino dell’usato. E il guaio è che ci siamo abituati. Scrolliamo, segnaliamo, denunciamo, ma poi andiamo avanti. Perché è normale, no? È il prezzo da pagare per essere online. È la tassa sulla visibilità, e le donne la pagano sempre più cara. E poi c’è la ciliegina sulla torta: la politica che si sveglia, tardi come al solito, e si mette a pontificare. Raffaella Paita propone di discutere in Parlamento, Alessandra Moretti invoca una “battaglia di genere comune a donne e uomini”, il PD parla di denunce collettive. Tutte cose sacrosante, per carità, ma che arrivano dopo che la fogna è già traboccata. E mentre la Polizia Postale indaga e le petizioni raccolgono firme – 140.000 per chiudere “Phica”, mica bruscolini – il web ride, perché sa che un sito chiuso è solo un URL che cambia. Domani ce ne sarà un altro, e poi un altro ancora.

La verità è che siamo in trappola. Non perché siamo donne, ma perché siamo online. E il web, questo grande democratizzatore, è anche il grande livellatore: ti mette tutte sullo stesso piano, dalla premier alla studentessa, e ti trasforma in un oggetto da consumare. Puoi denunciare, puoi indignarti, puoi spegnere il computer, ma la cloaca resta lì, pronta a inghiottire la prossima foto, il prossimo commento, la prossima vittima. E noi, che lo sappiamo, che lo viviamo ogni giorno, continuiamo a navigare, a postare, a esistere. Perché l’alternativa – sparire, tacere, nascondersi – sarebbe come darla vinta a quei trentamila tizi di “Mia Moglie” e agli 800.000 di “Phica”. E scusate, ma non ci sto. Non ancora.










