T.S. Eliot è stato uno dei più grandi poeti del novecento. Ed è stato un intellettuale fuori dai tempi, un artista che è riuscito a rinnovare rimanendo ancorato alla classicità. Non a caso il suo saggio più importante (la saggistica ha un ruolo fondamentale nella sua opera) si chiama “Tradizione e talento individuale” in cui Eliot sostiene che i progressi letterari sono riconosciuti solo quando si conformano alla tradizione. Eliot, un classicista, sentiva che la vera incorporazione della tradizione nella letteratura non era riconosciuta, ma quella tradizione era in realtà un elemento finora non realizzato della critica letteraria. Per Eliot, il termine “tradizione” è intriso di un carattere speciale e complesso. Rappresenta un “ordine simultaneo”, con il quale Eliot indica una atemporalità storica – una fusione di passato e presente – e, allo stesso tempo, un senso di temporalità presente. Un poeta deve incarnare “l’intera letteratura europea proveniente da Omero”, esprimendo contemporaneamente il loro ambiente contemporaneo.
Non appaia fuorviante questa lunga premessa, che invece è necessaria per addentrarci in “Assassinio nella cattedrale” che è teatro classico, è teatro di poesia ed è potente accusa ai tempi in cui il poeta viveva quando ha scritto questo capolavoro. Il dramma, infatti, ha forti connotazioni di opposizione ai sistemi di regime autoritario, e fu scritto nell’epoca in cui il fascismo cominciava a prendere campo nell’Europa centrale. Partendo da un fatto realmente accaduto (l’assassinio dell’Arcivescovo Thomas Becket avvenuto nel 1170 nella Cattedrale di Canterbury) si trasforma in metafora poetica che diventa critica al regime nazifascista, specie in chiave di sovversione rispetto agli ideali della chiesa cattolica. Becket viene ucciso da quattro cavalieri fedeli al re Enrico II d’Inghilterra ma non è dimostrata la responsabilità personale del re, in quanto pare che i quattro avessero agito d’iniziativa propria. Il dramma è diviso in due parti separate da un interludio, si svolge in modo rituale con ampio uso di un coro sul modello del teatro greco e con il discorso centrale avente la forma di un’omelia pronunciata dall’arcivescovo appena prima del suo assassinio.
Al Teatro Olimpico, Thomas Becket è stato Moni Ovadia, o sarebbe meglio dire il contrario: Moni Ovadia è stato, è diventato Thomas Becket. Se l’idea di un attore ebreo che si calasse nelle vesti di un cristiano assassinato era già affascinante, è stata l’interpretazione magistrale di Ovadia a divenire trionfo. Quello che l’attore ha mostrato nelle tre sere vicentine, è il lamento assoluto di un uomo indeciso tra abnegazione e incarnazione del Cristo, tra smania di potere e fede assoluta in Dio. Un crescendo di eroismo incarnato dall’uomo umano e dall’uomo di chiesa, che si confondono e si uniscono alla perfezione soprattutto nello splendido intermezzo in cui un sermone di sconvolgente attualità, descrive la pace di Dio e la pace degli uomini, in eterna e drammatica ricerca simbiotica che, ad oggi, non trova corrispondenza.