Cosa ci aspetta nella vecchiaia?

La pandemia ha picchiato duramente, soprattutto alcune realtà della nostra società. Le strutture per anziani sono state sicuramente i contesti più difficile e più provati dal Covid-19. Ma forse il problema non è nato con la pandemia, forse il problema c’è, e da diverso tempo, ma non è di facile soluzione. Ne parliamo con Roberto Volpe, Presidente Regionale dell’Unione delle Case di Riposo. Chi lo conosce da lungo tempo, come il sottoscritto, ne conosce l’intelligenza e l’entusiasmo non comuni, ma oggi non si può negare che gli ultimi due anni abbiano sicuramente segnato l’ottimismo che gli era proprio.

Le case di riposo in veneto sono 346, per un totale di 32488 posti letto, Volpe probabilmente non conosce tutti gli ospiti per nome, ma verrebbe da pensarlo!

Come è cambiata la situazione delle case di riposo negli ultimi 30 anni?

Trent’anni fa le case di riposo erano luoghi dove le persone vivevano il meritato riposo nel periodo che si accompagnava alla quiescenza dal lavoro. Oggi la situazione è completamente diversa, nelle strutture ospitiamo prevalentemente anziani in condizione di non autosufficienza con un costante numero in ascesa di ospiti con disturbi comportamentali che vengono genericamente definiti persone affette dal mordo di Alzheimer. Trent’anni fa arrivavano in struttura anziani che spesso vivevano in abitazioni con i servizi igienici nelle corti, piuttosto che prive di quei confort che trovavano nelle allora case di riposo e per questo godevano di un vero miglioramento della qualità della loro vita. Oggi le strutture per anziani sono quelle che erano le geriatrie e lungodegenze del recente passato che sono andate via via dismesse dai plessi ospedalieri. Ormai, da noi, gli utenti sono persone non autosufficienti con pluri-patologie e che risulterebbero non assistibili a domicilio.

Eri più contento 30 anni fa o oggi della situazione?

Ero più contento 15 anni fa perché 15 anni fa l’interlocutore che avevi era una classe politica intelligenza e con esperienza. Erano stati amministratori nelle città, poi nelle province, poi nella regione e quindi sapevano parlare e ragionare di problemi reali. Era una classe dirigenziale di un livello che oggi è inarrivabile. Molti dei dirigenti di oggi potevano al massimo attaccare i francobolli 15 anni fa. È una fase storica e non riguarda solo il sociale. Avevamo una classe politica che sapeva ascoltare e sapeva decidere, non dico che fossero tutti De Gasperi, ma erano effettivamente gente con uno sguardo che andava in là nel tempo, sapevano programmare. Oggi la classe politica sa improvvisare ed è una grande differenza. Tornando al tema anziani, siamo in un ritardo drammatico, nei prossimi quindici vent’anni le strutture vedranno arrivare i boomer, quelli nati dal ‘45 al ’60. Sarà una popolazione numerosissima in termini quantitativi, con esigenze diverse e risorse familiari diverse.

Sono quasi trent’anni che ogni dieci anni sento parlare di emergenza anziani, una sorta di apocalisse che dovrebbe accadere nei 10 anni successivi, ma finora non è successo, è cambiato qualcosa?

Negli ultimi 10 anni sono cambiati dei fattori che erano impensabili. Per prima cosa pensiamo alla tecnologia: oggi siamo tutti dipendenti dalla tecnologia, oggi i tempi di lavoro del personale sono ridotti del 10% perché tutti usano i telefonini, la nuova generazione che arriverà nelle strutture saranno persone che non pensavamo fossero tecnologicamente così avanzate. Seconda cosa, ben più importante, il crollo del contesto familiare che si ha avuto negli ultimi quindici anni. I babyboomer di cui si parlava prima saranno una popolazione che arriva in condizione di non autosufficienza, con un percorso di vita da persone sole, quindi non saranno assistibili a domicilio. Tra 15 anni nelle Case di Riposo non avremo neanche il comitato degli ospiti, perché i familiari di questi non ci saranno. Due su tre sono probabilmente coniugi separati, avranno sì e no un figlio che vivrà sicuramente lontano dal loro luogo di residenza.

E poi c’è il problema politico: noi abbiamo un paese che nel PNRR decide di non rivestire un centesimo nelle strutture e decide di investire 4 miliardi nell’assistenza domiciliare per anziani che non potranno essere accuditi a domicilio. Quello che dice Speranza, ossia che con €60 al giorno risparmiamo €600 di ricovero ospedaliero, in realtà vuol dire che bruciamo 4 miliardi per assistere 190.000 anziani per due anni e poi? E nessuna risorsa messa a disposizione delle strutture. Anzi diciamolo, c’è stata un’aggressione terribile capitanata da Monsignor Paglia, che non si è fatto mancare niente e intendo proprio veri insulti. Ci ha definito luoghi di morte dimenticando che una parte dell’assistenza residenziale è gestita da enti religiosi. La mia speranza era che i “draghi” bruciassero la “paglia”, ma non è andata così.

Chi di questa generazione accetterà di passare mesi o anni della vita condividendo la camera con un estraneo dopo una vita da soli? Ma sono domande che non ci si pone perché la risposta è sempre la stessa: nessuno. Chi accetta di avere un bagno condiviso dopo aver fatto una vita da single? Sono cose molto banali a cui chi dovrebbe dare risposte sfugge al problema preferendo rifugiarsi nel populismo. Vogliamo assistere gli anziani tutti a casa? Benissimo, peccato che negli ultimi dieci anni i caregiver sono diminuiti in termini quantitativi del 50%, come si fa ad assistere domiciliarmente qualcuno che non ha familiari a cui rivolgersi? I servizi andranno a casa per un’ora al giorno… e le altre 23 ore per 365 giorni all’anno chi si occuperà del problema? Il problema è reale: la nostra è una società profondamente egoista, che ha perso valori importanti. Se prendiamo 50 genitori chi di loro vorrebbe che il figlio fosse un operatore socio-sanitario? Nessuno!

Se chiedessimo “Chi di voi ambirebbe che vostro figlio o figlia fosse un infermiere?” le risposte sarebbero praticamente le stesse. Abbiamo sbagliato tutto! Io, ancora nel 1998 scrissi la prima lettera “emergenza infermieri nelle case di riposo”, siamo nel 2022 e l’Italia attualmente forma 5,8 infermieri per 1000 abitanti contro il 13 della Germania. A suo tempo chiesi, al ministro dell’istruzione, l’istituzione di un liceo socio-sanitario che per me sarebbe stato un percorso scolastico intelligente. Soprattutto oggi, con i ragazzi che finiscono le scuole medie disorientati e con un percorso scolastico lungo.

Però forse è anche un problema di stipendi

Le retribuzioni di oggi sono sicuramente cambiate, nella mia struttura abbiamo fatto una scelta di andare mediamente oltre i €1550 netti al mese per 14 mensilità per gli operatori. Certo nelle fabbriche non si lavora il sabato e la domenica, ma non è quello il problema. Non è un problema di soldi, è un problema di rispetto della figura professionale. Alcune mie giovani operatrici hanno deciso di cambiare lavoro perché si vergognavano di dire che lavoro facevano perché regolarmente la controbattuta era: “siete dei puli culi”. Non siamo riusciti a valorizzare la professione perché non le abbiamo dato dignità fin dal mondo dell’Istruzione. Quando vai a relegare questa professione a corsi di formazione al pari dei corsi che fanno gli accalappiacani. Con un liceo socio-sanitario si aumentava e di molto la qualità della professione e trovandoti di fronte a delle persone anche culturalmente più preparate, avrebbero culturalmente avuto modo per rispondere ai nuovi bisogni, alle nuove tipologie. Un percorso scolastico più coerente e adeguato avrebbe potuto permettere la creazione della figura dell’infermiere generico di cui al momento si sente un grandissimo bisogno.

Pensi che una nuova legge sul fine vita potrebbe cambiare lo scenario?

Se dovesse esserci, probabilmente si, ma noi siamo un paese, un popolo, che ha il coraggio di cento che scappano. È certamente ora di dare dignità al fine vita. Nelle nostre strutture di certo non consumiamo l’eutanasia, però il concetto della buona morte e dell’accompagnamento è ormai nella nostra cultura. Dipende molto anche dal familiare e dal medico che sta curando. Su questo tema a noi nessuno chiede niente, magari un po’ di esperienza ce l’abbiamo.

Si fa la legge di riforma dell’assistenza, non ci hanno mai dato diritto di parola, Paglia scrive la legge riforma delle RSA e in commissione Speranza mette 15 componenti, poetesse, musicisti e registi, nessuno delle RSA.

Non credi che ci sia uno squilibrio nel rapporto fra sanità e sociale?

Il 50-60% dei nostri ospiti arriva da un ricovero ospedaliero. A noi è stato dato un ruolo di supplenza a quello che è ormai la carenza del servizio sanitario. Quando si è deciso di chiudere geriatrie e lungo degenze era evidente che i pazienti sarebbero venuti da noi. Quello è stato sbagliato. C’è stato un problema di programmazione rispetto ai professionisti che servono e poi c’è il problema economico: il tema dell’autosufficienza andava affrontato all’interno di un discorso anche di previdenza. Come si finanzia il sistema sanitario andava finanziato anche questo settore. Non è un caso che crescano a dismisura le rette o il peso a carico dei familiari, rispetto al fatto che non cresce adeguatamente la contribuzione pubblica, ma non cresce perché è aumentata la domanda. Vent’anni fa in Veneto c’erano 15/16 mila quote per le case di riposo, oggi le impegnative sono oltre 23000. Quindi aumenta la quantità, ma non il valore.

Perché le case di riposo non fanno pesare politicamente?

Tu fai pesare il tuo ruolo se hai una bilancia dove posarlo, le case di riposo sono figlie di nessuno. L’Italia si gioca il primato con la Germania e il Giappone su chi sia più vecchio, ma non abbiamo un ministro delegato. Chi è il ministro degli anziani? Chi si occupa delle politiche per anziani? L’ultimo è stato il ministero degli affari sociali, al tempo della Turco, poi il nulla. Una volta parliamo col Ministro della Sanità, una volta col Ministro dell’Interno, una volta col Ministro del Lavoro, una volta col Ministro del Welfare… che sto mostro di nome non si capisce cosa sia.

Poi c’è un altro aspetto: il mondo delle case di riposo è frazionato e diviso tra il solito tema dei soggetti pubblici e dei soggetti privati. Il rapporto con la politica è complesso, diciamo che a costruirlo in modo compiuto non si è riusciti, si è riusciti a fare qualcosa di più nei rapporti personali. Non si è riusciti a fare lobby, per non parlare poi dei problemi coi sindacati.

Io credo che non tra 10 anni, ma tra qualche anno gli ospedali dovranno mettere i letti a castello. Quando noi non riceveremo più (sono tantissime le strutture che oggi hanno reparti chiusi perché non hanno infermieri e operatori) con le liste d’attesa (che stanno già aumentando) cosa faranno? A un certo punto ho il vago presentimento si dovrà affrontare il peso economico. Sicuramente i drammi familiari aumenteranno. Immaginiamo quanto un anziano non autosufficiente non assistibile a domicilio, ma costretto a domicilio, può diventare un peso per le famiglie insostenibile.

Non posso negare che qualcuno di noi, io per primo, ho visto in questa migrazione causata dalla guerra, una possibilità. La speranza di recuperare la forza lavoro che ci serve. Certo che siamo messi male se ci ancoriamo ad una speranza assurda: al fatto che una guerra abbia causato la migrazione di centinaia di persone, soprattutto donne, e sperare che queste possono essere i nostri futuri operatori e infermieri. È assurdo essere arrivati a pensare una cosa di questo tipo, ma questo pensiero rappresenta la disperazione. Ogni mattina entro in ufficio e le coordinatrici mi vengono a dire non sanno come fare i turni.

Non è stato il tentativo di equiparare gli standard con la legge sulle autorizzazioni e gli accreditamenti a complicare le cose?

No, non ha reso il lavoro molto più complicato. Gli standard di oggi sono quelli della DGR 84 e siamo tutti sopra quegli standard. Forse ci si sarebbe dovuti porre piuttosto l’obiettivo degli esiti assistenziali. Oggi ci sono strutture che magari riescono, per capacità organizzativa e per qualità del personale, ad avere esiti assistenziali importanti. È il tema della squadra organizzata bene che può vincere un campionato rispetto alla squadra che ha tantissimi giocatori ma che è organizzata male. Bisognava fare un mix: ci poteva stare uno standard minimo necessario per salvaguardare da abusivismo e speculazioni con altri meccanismi che potevano essere legati agli esiti assistenziali. Alcune qualità del servizio potranno essere introdotte, ma adesso il problema reale è che questo: un mondo fortemente in crisi minato e offeso dagli atteggiamenti e nell’immagine che si è voluta dare in questi due anni. Tutto ciò ha contribuito ad allontanare ancora di più personale: io ho ragazzi che sono venuti a dirmi “i nostri figli ci hanno detto, ma tu mamma non sapevo che lavoravi in quel posto così brutto”… d’altra parte se sentiamo le affermazioni del Paglia di turno non ci si può stupire. Perché poi questo messaggio che è passato.

A una famiglia che sta pensando di inserire l’anziano in una struttura, cosa diresti?

Gli dico di andare a vedere a che ora si mangia in quella casa di riposo. Se ti dicono che si mangia a mezzogiorno e alle 7 di sera che la prendano subito!

E quando è il momento giusto?

Allora premesso che secondo me non è mai il momento giusto perché bisogna accettare che per una famiglia sia un trauma, il momento giusto secondo me e quando ti rendi conto che il peso assistenziale è superiore al bene che provi per la persona. Quando cominci a usurare il bene che provi per la persona, quando senti che la persona è un peso, ma non perché gli vuoi meno bene, ma per reazione al carico di lavoro. Bisogna avere fiducia della struttura e bisogna impegnarsi, si deve avere un minimo di capacità per andare a vedere cosa può offrirti questo mondo. In veneto ci sono praticamente solo strutture di qualità. L’unica cosa che direi a un familiare è quella di non scegliere mai la struttura perché è la più vicina a casa. Pure io, quando ho avuto bisogno per mio padre, avevo una struttura a 3 km da casa, ma ho preferito portarlo a 70 km. Invece di vederlo ogni giorno lo vedevo una volta alla settimana però sapevo che per lui quella era la soluzione migliore. Dipende dalla situazione dell’anziano e dai carismi della struttura.

E per quando sarà Roberto Volpe ad essere anziano?

Io ho pagato il debito con la casa di riposo dormendoci dentro per 30 anni ed è logico che, avendo visto cosa vuol dire essere anziano all’interno di una struttura, è una domanda molto difficile a cui rispondere. Soprattutto perché ho la percezione che più passa il tempo e più sarà difficile: non credo che sarei disposto ad arrivare a esalare l’ultimo respiro in una condizione di non autosufficienza di un certo tipo. Sicuramente farò testamento biologico e questa è una cosa a cui tutti dovremmo cominciare a pensare. Anche sotto il profilo della fede ogni tanto vivo dei conflitti rispetto al fatto di essere un credente: non riesco a capire alcune posizioni dogmatiche della chiesa. Se di là c’è veramente una bella vita perché mi impedisci di raggiungerla? Se uno ha voglia di volare in quella vita che tu mi stai dicendo essere l’orizzonte celeste, lasciami volare in quell’orizzonte che la mia scelta è questa.

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