Tra vescovi e tiranni: ecco il Comune vicentino Storia di un tentativo fallito

Attorno al 1000 abbiamo lasciato una Vicenza assai ridimensionata nella sua importanza rispetto al periodo imperiale romano: priva della possibilità di comunicare con l’esterno, a causa del declino delle vie di comunicazione, poco propensa a scambi commerciali di portata estesa, debole sul piano economico e sociale, spopolata di un gran numero dei suoi abitanti che avevano lasciato le botteghe cittadine per divenire coloni nel sistema economico curtense che dei primi secoli del Medioevo. Il piccolo centro berico era stato gìà vittima delle scorrerie di eserciti stranieri, gli Ungari, tanto che aveva iniziato l’edificazione di una cinta muraria per salvare in extremis l’abitato da nuovi assalti, mentre dal punto di vista politico cresceva l’influenza della diocesi, resa pasciuta da frequenti donazioni degli imperatori tedeschi, che vedevano di buon occhio la funzione stabilizzatrice del clero vicentino, cui era affidato il controllo del territorio in una compagine statuale limitata. Ironia della sorte, proprio i legami tra vescovo e casa imperiale schierarono Vicenza a scegliere la causa ghibellina nella contesa per le investiture cardinalizie, portandola ad accettare il disegno di fondo di funzionari e intellettuali germanici: la Chiesa imperiale. Il progetto recepiva la tradizione romana secondo cui era riservato all’imperatore, a lui solo, il diritto dirimente dei problemi religiosi, la prerogativa di convocare i concilii e di presiederli, nonché la facoltà di ordinare i vescovi, tra cui lo stesso papa. Del resto, nella pars orientalis dell’impero romano, tale pratica seguitava a svolgersi, a maggior ragione il Grande Scisma del 1054 che contrappose a un papato ormai in procinto di acquisire la propria autonomia dottrinale e politica un patriarcato di Costantinopoli interamente sottoposto alla volontà del sovrano d’Oriente. La Chiesa imperiale concepita in Germania, assicurando all’imperatore la primazia sulle gerarchie episcopali, lo poneva quale centro assoluto sul quale reggere l’intera comunità cristiana: ambizione che la curia romana prese ad avversare con graduale determinazione, a partire dalla nomina a pontefice di Ildefonso da Soana nel 1058, che scelse il nome di Gregorio VII e iniziò una guerra frontale agli imperatori tedeschi per affrancare la Chiesa dal loro controllo. Vicenza, retta da un vescovo di nomina imperiale, il cui potere era una diretta emanazione dell’autorità imperiale, si schierò contro il papa. Tuttavia, non bisogna credere che a guidare la decisione episcopale in tal senso contribuisse una mera valutazione di opportunità, giacché lo stesso potere del vescovo iniziava in questa fase a essere insidiato da altri soggetti che si affacciavano sulla scena politica: le famiglie della nobiltà fondiaria. Questa aristocrazia della terra aveva fatto fortuna grazie alla curtis di cui già in epoca tardo-antica era stata l’inventrice ed era composta dai vassalli del vescovo, al quale avevano promesso fedeltà in cambio di prebende, titoli e proprietà terriere su cui poter esercitare un personale diritto fiscale. Proprio su tale versante, tra X e XI secolo si giocò una differenza notevole tra Vicenza e altre realtà feudali coeve: mentre altrove la dimensione cittadina vide la comparsa di un ceto dapprima nobile inurbato e poi in certi casi anche artigiano e commerciante che gettò le basi per il Comune, nel pressoché completo disinteresse della nobiltà terriera che si limitava ad amministrare il contado, nel contesto vicentino i signori feudali presero a trasferire il centro direttivo del loro potere in città, erigendo residenze fortificate da dove governavano le loro proprietà fondiarie: diedero avvio, cioè, a un processo di comitatinanza perfettamente riuscito. Se in altre città le istituzioni laiche furono create proprio per segnare una marcata alterità rispetto ai poteri feudali del contado, utilizzando come legittimazione il beneplacito vescovile, a Vicenza si realizzò una piena comunione tra città e campagne circostanti, concretatasi nel governo cittadino dei nobili, contro il loro vescovo. Una peculiarità che avrebbe potuto portare lontano, anche se vedremo che non sarà così. Alcune tra le residenze delle famiglie più in vista del momento insistono ancora ben salde nel panorama architettonico vicentino: furono ricavate nelle torri di avvistamento che fungevano da difesa in caso di attacco ordito dalla fazione rivale. Esempio ne sono le Torri dei Loschi, appartenuta alla famiglia omonima e costruite agli inizi del XIII secolo, la torre campanaria della Cattedrale, il cui basamento è parte del complesso di fortificazioni erette dopo il sacco degli Ungari, la stessa Torre Bissara in piazza dei Signori, proprietà della famiglia Bissari dal XII secolo.

La Torre dei Loschi

I vescovi tentarono, senza grandi successi, di amministrare i beni della diocesi cercando un compromesso con i vassalli, che si risolse sempre in un’accettazione della subalternità episcopale: nel 1184, mentre si stava recando a inaugurare una pubblica scuola, il vescovo Giovanni de Surdis Cacciafronte fu ucciso da un sicario, Pietro da Pietramala, dietro il quasi certo ordine dei suoi vassalli guidati dal conte Uguccione Maltraversi. Un sospetto, quest’ultimo, che spinse il papa a privare d’autorità i supposti mandanti dei loro beni territoriali. Incaricato di mettere in pratica tale decisione fu il nuovo vescovo, Pistore, che confiscò le proprietà di Uguccione assegnandole alla famiglia da Vivaro, gli avvocati della diocesi, suscitando l’ira del conte che in un’assalto notturno riconquistò le terre perdute uccidendo lo stesso Pistore, accorso da per combatterlo. Tali episodi spiegano molto bene il progressivo indebolimento della diocesi vicentina come istituzione in grado di regolare gli equilibri politici della città. A Vicenza la prima comparsa dei tradizionali organi del governo comunale, i consoli, è datata dalla storiografia nel 1147, quando fu siglata la pace di Fontaniva tra i delegati dei maggiori centri del Veneto sul controllo dei fiumi Bacchiglione e Brenta, spartito tra Vicenza e Padova. Nel testo del documento emerge che i consoli furono i rappresentanti della città al consesso delle trattative. Per paradosso, se la guida del vescovo aveva assicurato a Vicenza relazioni privilegiate con la corte tedesca, il sopravvento delle istituzioni comunali spostò gradualmente la città in rotta di collisione con l’imperatore nella contesa sulle regalie, cioè sulle attribuzioni politiche imperiali: definite per la prima volta nella costituzione Qua sunt regalie emanata da Federico I di Hohenstaufen alla dieta di Roncaglia, si trattava del diritto di esigere le tasse (soprattutto il foedro, che serviva al mantenimento della corte), di amministrare la giustizia, di imporre dazi, di battere moneta, di darsi propri statuti e magistrature. Era intenzione di Federico accentrare l’autorità statale nella sua persona, riaffermando l’inalienabilità di tali diritti quale prerogativa assoluta del sovrano, rispetto alla crescente autonomia dei liberi comuni italiani e delle leghe anseatiche tedesche. Le città del Nord Italia, tra cui Vicenza, si riunirono allora nella Lega Lombarda, dando battaglia a Legnano nel 1167 e sconfiggendo Federico, che dovette mettere da parte le sue ambizioni: nel 1183 la pace di Costanza affermò che l’esercizio delle regalie spettava ai comuni, pur dovendolo formalmente svolgere in nome e per conto dell’imperatore. Non fu l’unico episodio che contrappose direttamente Vicenza all’impero, poiché nel 1236 la città subì la distruzione da parte delle truppe di Federico II di Svevia, re di Germania, di Sicilia e imperatore romano, il cui proposito accentratore era lo stesso che aveva animato il nonno. Stavolta, non servì a niente la creazione di una seconda Lega Lombarda, dal momento che l’assalto fu repentino e risolutore: lo stupor mundi, dopo aver sottomesso le altre città settentrionali, s’insediò a Verona e da lì fece marciare i soldati sul centro berico ordinandone il saccheggio e di risparmiare solo gli edifici di culto. Piegata, Vicenza ricevette il perdono imperiale e fu affidata al governo di un protetto di Federico, Ezzelino III da Romano, esponente di una famiglia di origine germanica che aveva sfruttato i suoi legami con la corte per costruire una vasta rete di clientele feudali, usata per inaugurare una signoria su Bassano, Treviso, Belluno e Trento: nominato da Federico vicario in Lombardia, Ezzelino aveva provveduto a riportare i comuni ribelli sotto il controllo imperiale, inoltre era diventato da poco podestà e capitano generale a Verona. Quando ottenne Vicenza, la inserì dunque in una compagine di dominio personale assai vasta e la governò nel formale rispetto delle istituzioni comunali, che seppur ridimensionate, seguitavano ad esistere: almeno fino al 1250 l’egida ezzeliniana fu generalmente ben vista sia dalle famiglie nobili, che in cambio del potere ceduto avevano guadagnato titoli e prebende, conservando prestigio, sia dai ceti subalterni, che ricevettero in cambio della fedeltà un piccolo appezzamento di terra.

Ezzelino III da Romano

La situazione cambiò con la morte di Federico, che causò un vuoto nella cornice imperiale su cui si fondava la legittimazione della signoria: gradualmente, Ezzelino perse i consensi del ceto professionista urbano e degli aristocratici fondiari, indisponendosi e inasprendo la politica fiscale per piegare l’insofferenza crescente. Infine, nel 1254, papa Alessandro IV, che aveva avversato con forza il disegno imperiale di Federico II in quanto minaccia per lo stato pontificio, pensò bene di intavolare con i comuni un’alleanza strategica per liberarsi di Ezzelino, ultimo residuo di una forte autorità temporale in Italia: il pontefice ordì quindi una spedizione militare, cui venne dato il nome simbolico di crociata, contro il signore veneto, nel frattempo accusato di eresia e scomunicato. Vi parteciparono i soldati della Repubblica veneziana, di Bologna, del conte di Sambonifacio, storico rivale di Ezzelino dai tempi del governo veronese di quest’ultimo, e del podestà a vita di Ferrara, Azzo VII d’Este, i quali ingaggiarono contro Ezzelino una guerra piuttosto lunga per l’epoca, dal momento che durò fino al 1259 quando egli riportò ferite mortali combattendo i guelfi a Cassano d’Adda. Tutta la famiglia da Romano fu trucidata dai vincitori, iniziando da Alberico, fratello di Ezzelino e signore feudale di vasti territori nel Vicentino, rifugiatosi al castello di San Zenone. Con il massacro dei signori, si chiuse per la città berica la prima esperienza di dominio personale sovracittadino e se ne avvantaggiarono le istituzioni comunali, ritornate in auge con il declino del potere imperiale seguito alla morte di Federico, anche se stavolta ad animarle non furono i nobili, già estromessi dal regime ezzeliniano e compromessi con quest’ultimo, bensì i ceti borghesi urbani: i professionisti, notai, avvocati e giureconsulti, ma anche banchieri, artigiani e mercanti, costituivano infatti la maggioranza nel Consiglio dei Dodici, che presiedeva alle deliberazioni cittadine. Tra i loro primi atti, vi fu la compilazione del Regestum Possessionum Communis Vinceciae, un inventario recante tutti i beni pubblici e privati confiscati dai da Romano. Tuttavia, questi nuovi soggetti erano di recente formazione e non possedevano quel radicamento nella società vicentina necessario a reggere le istituzioni in forma autonoma da un altro potere cittadino, sempre presente negli scenari politici vicentini, la diocesi. In questa fase, incarnata da Bartolomeo da Breganze, oppositore di Ezzelino e proprio in tale funzione consacrato alla guida della cattedra episcopale da papa Alessandro IV: si trattava di un presule di straordinaria levatura morale e raffinata intelligenza politica, che nel decennio in cui amministrò gli affari ecclesiali di Vicenza non si limitò alla cura delle sue anime, bensì trasformò l’opera pastorale del suo ministero in strumento di governo. Egli si rivelò un formidabile oppositore delle eresie, in particolare quella catara, che nel periodo ezzeliniano erano proliferate. Con l’ausilio dei domenicani, Bartolomeo represse duramente le comunità ereticali vicentine, ma era conscio che per stroncarle del tutto ci sarebbe voluta una nuova evangelizzazione che con opera di convincimento delle coscienze ristabilisse i valori canonici: rispose a ciò l’edificazione della Chiesa di Santa Corona nel 1260, magnifico esempio di gotico lombardo che divenne subito un luogo centrale della Cristianità vicentina, sotto il profilo simbolico e artistico: suo principale scopo era ospitare una delle spine della corona di Gesù, reliquia preziosa donata al vescovo dal re di Francia Luigi IX, che l’aveva reperita guidando la Settima Crociata. L’autorità indiscussa di Bartolomeo durò fino al 1270, quando si concluse non solo il suo mandato episcopale, ma anche la sua esistenza terrena. Fu il suo governo l’ultimo esempio di una signoria autonoma e autoctona su Vicenza, a fronte di un periodo successivo segnato da dominii esogeni alla città messi in atto da potenze regionali straniere, quali Padova carrarese, Verona scaligera, una breve parentesi di Milano viscontea e culminati nella datazione alla Repubblica Serenissima del 1404. La peculiarità del caso vicentino, dicevamo all’inizio, risiede nella gestazione delle istituzioni comunali e quindi nel processo trasformativo degli spazi laici di azione politica medievale: se altri contesti italiani coevi videro l’assemblea comunale sorgere sulla spinta di una nobiltà inurbata e di un ceto mercantile, notarile, artigiano in opposizione alla signoria feudale del contado, traendo la propria legittimità iniziale dalla diocesi, a Vicenza i nobili inurbati che crearono il Comune furono gli stessi che governavano le campagne e che entrarono in contrasto col vescovo per il possesso della terra: fu quindi un processo che ebbe inizio nel XII secolo quando i nobili nemici dell’autorità episcopale si trasferiscono in città per curare i loro interessi direttamente attraverso nuovi strumenti della politica, sostituendosi al vescovo quale soggetto autonomo in grado di interlocuire direttamente con l’Impero. Se però altrove le istituzioni assembleari cittadine finirono gradualmente attratte nel monopolio di una sola famiglia o fazione che s’impose sulle altre e stabilizzò la scena politica, ottenendo dal papa o dall’imperatore il titolo di vicaria, cioè di rappresentante del potere universale dell’Impero o della Chiesa (a seconda se la città fosse nell’orbita ghibellina o guelfa), il Comune vicentino era governato con metodi consociativi e nessuno riuscì a conquistare la primazia sugli altri, esponendo il nuovo regime all’instabilità. Privi del sostegno di un vescovo che era anche l’uomo dell’imperatore e che nei secoli precedenti aveva assicurato pace sociale, i nobili municipali si scontrarono più volte con i tedeschi e il processo di comitatinanza così ben realizzato all’inizio di questa nostra storia non gli servì a evitare perdita della propria autonomia a partire dal 1236, a nemmeno un secolo dalla fondazione del Comune. Vicenza finì quindi nell’orbita ezzeliniana e poi delle altre realtà politiche succitate, che la considerarono come un territorio aggiuntivo, magari anche importante, ma sempre secondario nei loro dominii che erano incentrati su altri contesti urbani. Di fatto, gli unici veri signori di Vicenza furono i vescovi alto-medievali, la cui autorità fu ripresa dalla meteora fuori tempo massimo di Bartolomeo da Breganze, ultimo epigono di tale consuetudine. Ezzelino può essere visto come un ponte tra queste due modalità di gestione del potere: proveniva sì da un’importante famiglia del contado berico, ma ottenne la città in regalo da Federico II per i suoi servigi e solo dopo si costruì una rete clientelare di appoggio, compiendo il percorso inverso a quello della signoria classica; inoltre, unì il territorio berico a una realtà territoriale più vasta, negandogli centralità, proprio perché il suo potere derivava prima dal rapporto privilegiato con il sovrano e solo in secondo ordine dalla legittimazione delle realtà sottomesse. Tutti i signori laici successivi, poi, furono estranei a Vicenza. Il Comune medievale vicentino era nato fragile e non avrebbe mai conosciuto quella evoluzione in signoria territoriale che fece la fortuna di realtà quali Verona, Mantova, Firenze: schiacciato tra il potere incontrastato dei vescovi imperiali fino al XII secolo e di signorie importate dalla seconda metà del XIII, non ebbe più modo di esprimere piena libertà d’azione almeno fino alla evanescente, ma significativa, parentesi della municipalità provvisoria del 1848, in un contesto politico, sociale e culturale assai mutato.

Maggio 2022

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