Vicenza e l’Impero. Caratteri della seconda dominazione austriaca.

Nel novembre 1813, gli truppe asburgiche occuparono il Veneto inseguendo le forze francesi in
ritirata dopo la rotta di Lipsia, e posero le premesse di quella che sarebbe diventata la Seconda
dominazione austriaca del territorio vicentino, formalizzata dal congresso di Vienna e divenuta
ufficiale con la Sovrana risoluzione che istituiva il Regno Lombardo-Veneto. I vicentini erano
prostrati da guerre decennali e stanchi dei disordini interni, perciò si guardarono bene
dall’accogliere i vincitori con entusiasmi troppo evidenti: come ci fu ancora chi si permise di far
intonare un Te Deum alla notizia della fuga di Napoleone dall’Elba, così spuntarono subito i
sostenitori del nuovo regime che doveva peraltro ancora formalizzarsi, rassicurati dall’aspetto
legittimista e cattolico della monarchia asburgica, e attirati dalla sua volontà restauratrice. Tuttavia,
a Vicenza, la maggioranza degli abitanti preferì adottare un approccio più cauto e attendista nei
confronti dei nuovi venuti. Per quanto concerneva l’ambito istituzionale, la realtà vicentina vide
permanere tutti gli istituti creati sotto l’amministrazione francese per una fase di transizione
piuttosto lunga, dal 1813 fino a tutto il 1815.In città, la guida del governo provvisorio fu assunta dal
conte Andrea Tornieri, e solo nel 1816 esso fu sciolto per far posto all’ordinamento regio previsto
dai provvedimenti imperiali. Ciò induce a credere che tra il testo astratto della sovrana patente e la
messa in pratica delle sue prescrizioni, le autorità imperiali avessero dovuto affrontare una
complessa opera di ricostruzione sociale. Con ogni probabilità, essa era consistita nello stabilire i
primi contatti interlocutori con i notabili vicentini, similmente a quanto stava avvenendo in tutti i
territori napoleonizzati, per preparare i tradizionali interlocutori della monarchia al ruolo di guida
delle comunità che essi avrebbero assunto, e per ascoltare le loro richieste. Quando il nuovo sistema
istituzionale prese a funzionare a pieno regime, Vicenza diventò uno dei diciassette capoluoghi di
provincia in cui si articolava l’ordinamento amministrativo del Regno, e come tale ebbe facoltà di
eleggere suoi rappresentanti in seno alla congregazione centrale di Venezia. Inoltre, dal febbraio
1816, la città fu compresa tra i comuni di I classe, e pertanto dotata di un organo di rappresentanza e
autogoverno cittadino, la congregazione municipale, con il diritto di poter eleggervi fino a quaranta
membri: essi vi accedevano su base censuale e dovevano appartenere alla grande proprietà
fondiaria, anche se era ammesso che un terzo di loro potesse «essere scelto tra individui che
[avessero] nel Comune un rilevante Stabilimento d’industria o di commercio». Era consentito,
quindi, anche a chi apparteneva ad ambiti imprenditoriali o mercantili di poter rappresentare una quota non irrilevante di interessi: novità, quest’ultima, che gli austriaci avevano con ogni probabilità
appreso dal recente sistema di governo introdotto, anche a Vicenza, dall’amministrazione
napoleonica. L’assemblea municipale era retta da una deputazione, con a capo un podestà, la cui
nomina spettava di diritto all’imperatore per tutti i centri maggiori, quindi anche per Vicenza. Alcuni
tra i podestà più rilevanti per la storia vicentina furono i nobili Giulio Barbaran, Antonio Porto
Barbaran, Lodovico Carcano-Volpe, Antonio Valmarana, Luigi Revese e Lelio Bonin-Longare.
L’ultimo podestà della Seconda dominazione austriaca di Vicenza, Gaetano Costantini, che ricoprì
l’ufficio dal 1845 al 1848, fu anche l’unico a non far parte dell’aristocrazia, e la figura di maggior
rilievo in città a governare la fase politica più tesa del periodo asburgico, l’insurrezione cittadina del
maggio e giugno 1848. Inoltre, Costantini divenne il primo sindaco di Vicenza dopo che, insieme al
Veneto, fu annessa al Regno d’Italia nel 1866. Nel 1816 fu completata l’articolazione degli istituti
periferici del Lombardo-Veneto, quando anche il capoluogo berico fu dotato di una delegazione
provinciale, retta inizialmente dal conte Tornieri e in seguito dal nobile Marco Antonio Pasqualigo,
discendente degli ultimi rettori veneziani della città. Spettava al delegato provinciale di Vicenza la
presidenza della congregazione provinciale, l’organo di rappresentanza dell’aristocrazia, per cui i
notabili lombardi e veneti tanto si erano battuti a Vienna: i primi vicentini a esserne membri, tra gli
altri, furono i conti Girolamo Giuseppe di Velo, Pietro Bissari, Giulio Cesare Barbaran, nonché il
nobile Andrea Balzi e i signori Caldonazzo, Savj e Bonomo. Per quanto concerneva gli apparati di
sicurezza pubblica e di controllo sociale, a Vicenza fu avviata la stessa tipologia di controlli che
interessarono tutte le province del Regno. La loro mansione primaria, cioè, era indagare sulla
presenza di circoli massonici e società più o meno segrete, per poterne stroncare ogni attività,
considerata dannosa per la conservazione delle dinamiche sociali e politiche del territorio. A tale
scopo, fu imbastita una rete di fiduciari che operarono dovunque a Vicenza, vigilando soprattutto
sull’operato dei funzionari pubblici, in particolare coloro che avevano prestato servizio nel sistema
istituzionale italico. La città conobbe poi l’estensione delle norme giudiziarie presenti nel Codice
penale franceschino del 1803, che sostituì quello francese, e la cui novità fu accolta con favore tra i
commentatori vicentini più reazionari, tra cui ci fu persino chi scrisse un saggio celebrativo in cui il
nuovo il Codice asburgico veniva esaltato per i suoi fini restauratori del costume religioso, rispetto
al carattere “dissolutorio” della codicistica napoleonica. L’ambito giudiziario vide la sostituzione dei
giudici di pace dell’amministrazione francese con i pretori asburgici, e l’installazione in città del
tribunale di prima istanza operante in tutta la provincia berica. Quest’ultimo trovò sede nel Palazzo
delle Magistrature, antistante alla Piazza grande, lo spazio civico più importante di Vicenza, per
secoli fastosa cornice della vita pubblica urbana. Le carceri, invece, furono collocate sul retro del
tribunale, nell’area che si affacciava su Piazza delle Erbe, nella quale era pure situata una torre
carceraria, chiamata Torre del Tormento, che era usata per le detenzioni più dure. La galera criminale, appena descritta, ospitava coloro che avevano perpetrato delitti, mentre per quanti
avessero commesso gravi trasgressioni di polizia il carcere era situato nel vecchio convento di San
Biagio. L’amministrazione giudiziaria asburgica, nonostante puntasse a contenere gli eccessi
napoleonici, non trascurò di infliggere numerose condanne capitali a danno di vicentini che avevano
commesso i crimini più efferati. In città, il luogo scelto dagli austriaci per le esecuzioni era la
piazzola retrostante il Teatro delle Basse, nell’area libera del Campo Marzio, attraversata dal
rettilineo Viale del Tram, che la divideva in senso perpendicolare.

Ponte di Santa Libera costruito per la venuta dell’imperatore Francesco.

Una tradizione, quella instaurata dalle istituzioni imperiali circa la scelta di questo particolare luogo, fuori della cinta muraria trecentesca, quindi, a quel tempo, fuori della stessa città, che si potrebbe definire prosecutrice del
solco lasciato a Vicenza dal recente passato francese. In quel periodo, infatti, ad essere scelto come
luogo stabile per le esecuzioni era stata Piazza dell’Isola, situata in un’area più marginale rispetto ai
caseggiati e ai palazzi del centro urbano, nel punto in cui terminava il Corso e la strada conduceva
al fiume Bacchiglione, che separava quella parte di città dal vicino borgo popolare di San Pietro. Si
ravvisa una rottura, invece, con la consuetudine del regime serenissimo, il quale da sempre eseguiva
le sentenze di morte emesse dai propri organi giudiziari nel piccolo spazio tra la colonna veneziana
e quella del Redentore, i due custodi in pietra bianca che dominavano la Piazza, nel cuore di
Vicenza. In proposito, Giuseppe Dian ricordava nella sua cronaca: «Sotto la Repubblica il luogo
ordinario del Supplicio era in mezzo alle Colonne di Piazza grande, nel tempo del Regno Italico la
Piazza dell’Isola, ora sembra che si adotti il Campo Marzo, luogo in vero più conveniente per simili
casi». Dian riteneva che l’ubicazione del patibolo nella spianata del Campo Marzio fosse una scelta
molto più adeguata da parte dei funzionari imperiali, sia rispetto alla eccessiva teatralità
scenografica delle esecuzioni in Piazza di retaggio veneziano, sia nei riguardi delle più sobrie, ma
non abbastanza periferiche, esecuzioni francesi. Un’altra differenza si riscontrava anche nelle
modalità con cui veniva messa in pratica la sentenza capitale, dal momento che i vicentini ne
conobbero a stretto giro ben tre, ciascuna corrispondente alla diversa fase politica che la città stava
attraversando. Il regime veneziano utilizzava una pratica per molti versi ancora medievale, che
consisteva nella decapitazione del condannato per mezzo di una potente scure, mentre
l’amministrazione italica introdusse, anche a Vicenza, la pratica della ghigliottina: rivoluzionaria in
tutti i sensi, non solo perché tale congegno era divenuto il simbolo del Terrore giacobino, ma anche
perché era stato concepito per far soffrire meno il condannato, rendendo più rapide le esecuzioni.
Dian aveva assistito di persona alla prima esecuzione capitale, nella Vicenza del periodo
napoleonico, effettuata per mezzo della ghigliottina, e questo episodio gli ispirò amare
considerazioni: «La Macchina Decollatoria si chiama col nome di Guillottina dal nome del suo
Inventore […] Robespierre stesso dovette porgere il collo a quel ferro da cui fece grondare tanto
sangue innocente; e ciò all’ombra di un governo, che vantava di dare ai popoli d’Europa una Costituzione fondata sulle basi della Libertà ed Eguaglianza e di Umanità […]». L’amministrazione
austriaca rimpiazzò subito la ghigliottina con un nuovo ferale strumento, la forca, ove la morte
arrivava per impiccagione ad opera del boia, che a Vicenza non c’era, ma poteva esservi chiamato,
da una delle tre città del Regno che potevano dotarsi di questa figura: Milano, Mantova e Venezia.
Nel periodo asburgico, le condanne capitali a Vicenza seguivano una modalità d’esecuzione molto
calcolata e precisa fin nel minimo dettaglio, giungendo ad acquisire toni vagamente cerimonialistici,
e assumendo i connotati di ciò che Francesca Brunet, nel suo saggio Il patibolo a Vicenza, chiama
«liturgia del patibolo». Giunta al tribunale provinciale la notificazione della terza istanza relativa
alla sentenza di morte, questa veniva comunicata al condannato tre giorni prima dell’esecuzione e
letta in Piazza dai funzionari dell’organo giudiziario, affinché tutta la cittadinanza fosse ben
informata di quello che stava per accadere. Tuttavia, questa forma di pubblicità doveva essere
considerata insufficiente dalle autorità imperiali, dal momento che era loro cura redigere un estratto
del processo che aveva condannato l’imputato, farlo stampare e affiggerlo in tutti i luoghi della città.
Questo manifesto si concentrava in genere sul carattere dell’accusato, evidenziandone i tratti
amorali e privi di scrupoli, giustificando la gravità di una decisione tanto definitiva come la
sentenza capitale con l’efferatezza del delitto compiuto, di cui solo un soggetto dalla risaputa fama
di empio si sarebbe potuto macchiare. Si nota, insomma, che per i rappresentanti delle istituzioni
asburgiche era importante compensare una decisione unilaterale, che avrebbe prodotto potenziali
effetti eversivi, di lacerazione sociale quando non proprio di spaccatura tra la comunità e lo Stato,
con il coinvolgimento attivo della popolazione. Essa era chiamata a partecipare con grande
emotività alla deliberazione presa dagli organi giudiziari, poiché convinta che essi agivano per il
bene dell’intera comunità, per preservarne i valori fondanti, le tradizioni, le antiche convenzioni
sociali, scegliendo di eliminare la fonte della loro perturbazione. Il giorno dell’esecuzione, le
guardie di polizia e pubblica sicurezza prelevavano il condannato dal carcere e lo conducevano
lungo le vie principali del centro urbano fino al Corso, dove tutti i vicentini avrebbero potuto
vederlo bene, fin quando non si oltrepassava la Porta del Castello giungendo sul patibolo, già
approntato giorni prima da appositi funzionari. Egli, salendo la scalinata che portava alla pedana
ove si sarebbe svolta l’esecuzione, era obbligato a recitare l’Ave Maria, ripetendola con il sacerdote
che lo accompagnava alla sua postazione: un elemento paradigmatico del clericalismo di cui erano
intrise le istituzioni austriache, e che mancava del tutto nella modalità d’esecuzione napoleonica.
A sentenza eseguita, il corpo del giustiziato era lasciato sul patibolo per essere ben esposto al
passaggio della gente, come monito futuro contro altre eventuali trasgressioni della stessa
fattispecie: una prassi che continuava quella introdotta dalle istituzioni veneziane e proseguita
durante il regime napoleonico. Dopo le rivoluzioni europee del 1848, s’instaurò una lunga fase
d’emergenza che consegnò il potere all’autorità militare e di conseguenza anche il modo con cui le istituzioni imperiali concepivano gli atti criminosi cambiò, insieme alla modalità d’esecuzione delle
condanne a morte. Nelle province di Padova, Mantova e Rovigo, tra il 1850 e il 1854 entrò in
attività la Commissione militare in Este, incaricata di ricondurre all’ordine i territori usando misure
straordinarie, mentre in tutto il resto del Veneto asburgico ai consueti organi giudiziari si
affiancarono i giudizi militari di città, dipendenti dai comandi militari. Come effetto della mutata
situazione politica, il numero di fattispecie criminose per cui era prevista la condanna capitale si
accrebbe, arrivando a comprendere reati che pur non essendo politici, bastavano però a turbare la
precarietà dell’ordine sociale: la partecipazione a sommosse, l’arruolamento illecito, la diserzione e
l’induzione a diserzione, lo spionaggio, la diffusione di scritti rivoluzionari, la rapina, il furto
pericoloso, la detenzione e l’occultamento di armi, la resistenza e l’aggressione contro militari, la
diffusione di cattive notizie sulla situazione bellica. In questo frangente, a Vicenza le condanne a
morte non furono più eseguite nel Campo Marzio tramite impiccagione, ma nei pressi del Monte
Berico da militari mediante la fucilazione, dopo aver fatto sostare i condannati presso la Chiesa di
San Giorgio al Lazzaretto, nella località che oggi, forse per ricordare le sofferenze di allora, si
chiama Gogna. L’amministrazione asburgica di Vicenza nel periodo della Seconda dominazione,
però, non si deve ridurre alla struttura politica e giudiziaria, con i chiari risvolti repressivi che se ne
possono trarre. Nel campo dell’istruzione scolastica, gli austriaci mostrarono un atteggiamento
ondivago: da un lato seguirono il solco tracciato dai francesi, potenziando la scuola pubblica in
città, con l’istituzione della scuola elementare, posta sotto la sovrintendenza del governo veneto, e la
conferma dell’ordinamento scolastico superiore incardinato nel liceo, dall’altro nominarono spesso
alla direzione degli istituti scolastici rappresentanti del mondo ecclesiastico, mentre il liceo
vicentino vide aboliti gli insegnamenti d’Istruzione Civica e Lingua Francese, rimpiazzati con
l’Istruzione Religiosa e la Lingua Tedesca. L’istruzione statale vicentina si vide presto surclassata
dal nuovo Seminario, che diventò il centro di produzione e d’irradiazione di una cultura
premoderna, sicuro punto di riferimento per quella parte di opinione pubblica aristocratica che non
aveva affatto amato le innovazioni laiciste dei napoleonici. Si trattò soltanto del primo passo che le
autorità imperiali compivano verso la restaurazione dei valori fondanti del Cattolicesimo, anche a
Vicenza. Una serie di provvedimenti mirarono a costruire un clima moraleggiante e fideistico che la
città aveva a stento conosciuto nel suo passato, e che rientravano nel proposito di riconquistare al
clero il ruolo di tradizionale controllore di territori e comunità, uno degli obbiettivi massimi della
Restaurazione operata dalla corte di Vienna, che stava conoscendo una quanto mai rapida messa in
pratica dovunque, nella sterminata compagine statuale asburgica. Così, rammentava Dian: «Sono
chiusi i pubblici Lupanari di Donne come luoghi contrari al buon costume. Sotto il governo cessato,
lo scandalo era al sommo, mentre tali donne non solo erano tollerate, ma ancora protette mentre
pagavano anch’esse la tassa commercio. Si voleva danaro e non guardavasi che una tal risorsa si traesse con danno del costume». L’abate-cronista teneva qui a sottolineare, con una punta d’ironia,
che non solo durante l’amministrazione francese a Vicenza brulicavano i postriboli, ma pure che le
meretrici solevano pagare la tassa prevista per tutte le attività “ordinarie”, alludendo che esse erano
per questo ben volute dalle istituzioni napoleoniche, le quali non facevano riguardo che a
contribuire alle entrate statali fosse un semplice cittadino, o una donna avvezza a pratiche libidinose
a scopo di lucro, purché quest’ultima recasse la medesima generosità nel mettere le proprie sostanze
a beneficio della comunità. Quella che Franzina definisce «clericalizzazione» della società vicentina
proseguì riassegnando ai prelati il compito di registrare i dati anagrafici della popolazione,
restaurando gli ordini religiosi sciolti dal governo napoleonico e imponendo a tutti i pubblici
funzionari di prender parte alle cerimonie religiose, se si voleva evitare il licenziamento o peggio.
I dipendenti pubblici non potevano che mostrarsi zelanti, se non altro perché sapevano che a
vigilare su di loro stava un ben oliato sistema di spionaggio. Il 7 dicembre 1845 fu inaugurata la
tratta di binari che collegava Vicenza a Padova, uno dei segmenti di quella che sarebbe diventata la
ferrovia Milano-Venezia: esso dotò il capoluogo berico di una sua “strada ferrata” e di una stazione
dei treni, nuovo luogo per la vita pubblica, simbolo del progresso che la retorica positivista voleva a
guida dell’esistenza umana, quale forza in grado di innescare un benessere generale, che
coinvolgesse umili e signori, i quali si riversarono tutti nel Campo Marzio per ammirare quella
meraviglia dell’ingegneria.

La stazione di Vicenza inaugurata nel 1845

La ferrovia, così si sperava, avrebbe rotto il secolare isolamento della
piccola città, consentendo che vi giungessero rapidamente merci e prodotti agricoli da Milano,
centro politico ed economico del Lombardo-Veneto, per poi scambiarli con i frutti della manifattura
vicentina, per troppo tempo illanguidita dal favoritismo degli austriaci, che privilegiava i prodotti
lombardi. In realtà, la ferrovia vicentina non servì molto allo scopo, poiché i lavori per la sua
costruzione s’interruppero prima con lo scoppio delle rivoluzioni del Quarantotto, e in seguito per
l’inizio della Prima Guerra d’Indipendenza, quando ancora non era stato completato il vitale
collegamento con Verona. Nonostante ciò, l’apertura della nuova tratta, con il viaggio inaugurale del
primo convoglio su rotaia alla presenza di notabili e popolo, rappresentanze civiche e autorità
imperiali schierate nell’osservare il futuro davanti a loro, fu forse l’ultimo grande momento di
Vicenza nella Seconda dominazione austriaca.

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