Tra il sole e la luna. L’alto medioevo a Vicenza.

A partire dalla seconda metà del V secolo d. C. la pars occidentalis dell’impero romano, logorata da
una crisi antica, le cui ragioni vanno ricercate nella malgestione dell’economia fiscale, nella scarsa
efficienza degli apparati burocratici e militari e nella generale incapacità di governare un territorio
troppo vasto per non essere soggetto a frequenti trasmigrazioni di popoli ed eserciti barbari, crollò.
Nel 476 il generale Odoacre, capo degli Eruli, depose il giovane imperatore Romolo Augustolo e
inviò le insegne imperiali a Costantinopoli, centro politico dell’impero d’Oriente: altre volte era
accaduto che un imperatore fosse deposto, o addirittura ucciso, da congiure o trame di politici e
comandanti militari, ma i colpi di mano si erano sempre risolti con la nomina di un nuovo princeps,
mentre stavolta, con il rifiuto di Odoacre di proclamarsi imperatore, la non accettazione delle
insegne imperiali e la proclamazione del nuovo regno romano-barbarico era chiaro che si era di
fronte a un collasso del regime imperiale. Nel frattempo, Vicetia era cresciuta molto sotto il profilo
economico e sociale: aveva trovato nella struttura imperiale una protezione, un ordinatore e
coefficiente di ricchezza che l’aveva trasformata da anonimo villaggio della Pianura veneta in un
municipium di una certa importanza. Si era sviluppata una modesta vita culturale, il cui centro era
l’anfiteatro di Bergada, nell’area dell’odierna Cattedrale era stato fondato il primo nucleo votivo del
Cristianesimo, mentre la città si popolava e acquisiva una centralità strategica in quanto meta
obbligata dei commerci sulla strada consolare Postumia. Si può, non a torto, asserire che grazie al
rapporto privilegiato con Roma, che l’aveva lasciata libera di conservare statuti e magistrature in
quanto non vinta con la forza ma alleata sin da tempi insospettabili, la città berica aveva tratto
enormi benefici: fu l’impero a spezzare il suo isolamento, a inquadrarla nei suoi traffici e nei suoi
apparati istituzionali, a dargli un ruolo, seppur minore rispetto ad altre realtà, da recitare nella più
vasta compagine politica romana. Con il 476 tale importanza venne meno e Vicetia affrontò secoli
di instabilità, passando di mano da un nuovo possidente ad un altro, nel costante terrore di invasioni
e saccheggi da parte dei barbari che dalla frontiera orientale minacciavano la Valle Padana.
A onor del vero, già tempo prima, nel II secolo d. C., la città aveva trattenuto il fiato in seguito allo
spezzarsi delle difese romane sul limes danubiano, sovraccarico di pressione da parte dei germanici:
tra il 167 e il 170 d. C. le truppe imperiali comandate da Marco Aurelio in persona avevano resistito
con tenacia agli assalti di Quadi e Marcomanni che erano riusciti a penetrare in Italia e avrebbero
certamente dilagato in pianura facendo razzie dei suoi centri, tra cui Vicetia, se l’imperatore non li
avesse arrestati a Opitergium, l’attuale Oderzo. Lo scampato pericolo infuse però negli abitanti un
timore che trovò forma nella costruzione di una prima cinta muraria. La città fu risparmiata anche
dal saccheggio degli Unni, che nel 451 d. C. erano discesi nel Nord Italia, assediarono Aquileia,
conquistarono Mediolanum e si ritirarono solo dopo aver raggiunto il Po, dove trattarono con una
delegazione romana con alla testa Papa Leone I Magno. Al potere di Odoacre si sostituì presto il
regno degli Ostrogoti, che comprendeva tutta l’Italia settentrionale e il cui centro politico era l’antica
sede imperiale di Ravenna, dove si stabilirono re Teoderico e la sua corte. Vicetia ne faceva parte e
tra il 535 e il 556 subì, al pari degli altri territori sottomessi alla nuova entità statuale, spopolamento
e interruzione dei commerci in seguito alla Guerra greco-gotica combattuta tra bizantini e Ostrogoti:
l’imperatore d’Oriente, Giustiniano, desideroso di riconquistare l’Italia invasa e ricostituire la pars
occidentalis dell’impero, scatenò una offensiva contro i popoli germanici stanziatisi, da cui nacque
un ventennale conflitto che portò a devastazioni di ogni tipo: i campi, attraversati dalle truppe e
sottoposti a continui saccheggi, smisero di fruttare provocando carestie, mentre i soldati inviati da
Costantinopoli diffondevano nuove malattie e i traffici che avevano animato la compagine romana,
facendo la fortuna di Vicetia, s’interruppero. Henri Pirenne, tra i più grandi storici del Medioevo,
scrisse nel suo fondamentale Maometto e Carlomagno che l’inizio della cosiddetta età di mezzo era
da ricercarsi proprio in corrispondenza con la Guerra greco-gotica e la coeva espansione islamica:
se la prima devastò l’Italia, spopolò le sue città, spezzò l’economia fondiaria e commerciale, rese
inagibili le vie di comunicazione, la seconda pose fine agli scambi nel Mediterraneo con l’Africa e
l’Asia minore, portando a un ristagno della produzione manifatturiera nei territori ex imperiali, alla scomparsa dei mercati globali e di conseguenza al declino della moneta, già fortemente
svalutata, come mezzo di pagamento. Tra il VI e il VII secolo d. C., per Pirenne, ebbe termine la
civiltà romana, che si era caratterizzata per il dominio sul mare e ne aveva fatto una piattaforma per
i suoi traffici commerciali nel mondo allora conosciuto, integrando le economie dei territori appena
annessi e fondando nella schiavitù un sistema economico universale: quando le vie marittime
furono chiuse per le incursioni turcomanne, le antiche province del Nord Africa passarono sotto il
controllo dei Vandali prima e dei mori poi e nello stesso periodo l’ex Occidente romano era piegato
dalla nuova guerra che ne distrusse l’economia, si attuò quel ripiegamento a una dimensione locale e
una forma di sussistenza basata sul sistema curtense che ne costituisce la cifra identificativa.
Il conflitto segnò la sconfitta degli Ostrogoti, ma il dominio bizantino sull’Italia durò l’espace de
matin, poiché nel 568 i Longobardi, in migrazione dalla Pannonia, nelle pianure a Est del Danubio
dov’erano stanziati, varcarono la frontiera orientale della Penisola discendendo la Valle Padana:
Paolo Diacono, memorialista contemporaneo degli eventi, nella sua Historia Langobardorum narrò
l’entrata in Vicetia dello stesso re Alboino, giunto nel Nord Italia alla testa non tanto di un esercito,
ma del suo intero popolo, che infine si stabilì in un territorio compreso tra Mediolanum e il Po,
costituendo vari ducati nelle città lungo la via Postumia, conquistate senza incontrare resistenza.
Vicetia fu eretta a sede ducale e vescovile per contrastare Padova, ancora in mano ai Bizantini: così,
dal 589 al 591 Vicetia ebbe il suo primo vescovo, Oronzio.

La Basilica dei Santi Felice e Fortunato

La concessione era in realtà una mossa politica piuttosto astuta, fatta per indebolire il controllo bizantino sul territorio in quanto la religione di Costantinopoli era incentrata sul credo ortodosso, oltre a tollerare una serie di eresie, mentre la maggioranza dei Vicentini era cristiana cattolica. La città acquistò quindi una certa importanza dal punto di vista religioso, che si accrebbe dopo il 603, quando Padova cadde in mano ai Longobardi, che seguivano il culto ariano, quindi non avrebbero avuto alcun interesse di promuovere un credo che non fosse il loro se non per ragioni politiche. Peraltro, neppure gli abitanti della città berica
potevano dirsi ligi alla confessione stabilita nel Concilio di Calcedonia: avevano infatti aderito,
come altri centri del Nord Italia, allo Scisma dei Tre Capitoli condannato da Giustiniano e da papa
Vigilio, che fu scomunicato dai vescovi ribelli. Vicetia si pose alle dipendenze di Aquileia,
patriarcato alla cui testa stava il vescovo Macedonio, nella disputa sulla vera natura del Cristo: dopo
aver condannato monofisismo e nestorianesimo, Giustiniano aveva fatto lo stesso con gli scritti di
tre teologi, considerati troppo indulgenti sulla natura umana di Gesù, sminuendone la sfera divina.
A testimonianza della magmatica temperie religiosa del tempo, molti si erano ribellati e Vicetia fu
tra questi, in aperta sfida a Roma e Costantinopoli: papa Pelagio ordinò persino al generale
bizantino Narsete di stroncare gli eretici con la forza, ma egli si rifiutò e la città fu risparmiata.
Nel 688-689 il ducato fu anche coinvolto nella sollevazione militare del duca di Trento, Alachis,
spalleggiato dai duchi della Longobardia Maior, l’attuale Austria, mossi da intenti separatisti. Come
riportato da Paolo Diacono, Alachis riuscì a portare dalla sua parte numerose città, tra cui Vicenza:
nonostante i suoi abitanti avessero preso le armi contro di lui, il duca ne ebbe facilmente ragione
costringendoli ad accettare l’alleanza. Nel 689, comunque, re Cuniperto sconfisse Alachis, morto
combattendo in uno scontro a Coronate. Vicetia mantenne un ruolo piuttosto rilevante anche
nell’VIII secolo, come attestato dalla presenza di un gastaldo reale, cioè di un funzionario che si
occupava di amministrare il patrimonio territoriale del sovrano e gestiva le opere pubbliche: al
Museo Diocesano è infatti conservata una vasca in pietra d’età romana, riutilizzata come fontana
pubblica per ordine del gastaldo Radoaldo, recante la seguente iscrizione: RADOALD V. M.
GASTALDIUSHUNC LAVELLUM ET POTIALE FIEBI ORDINAVET. Sotto il regno di Desiderio è nota anche l’istituzione di una zecca per il conio di tremisse d’oro, una moneta usata anche dai romani nel tardo impero, con la scritta Flavia Vincencia. L’ultimo duca di Vicetia, Gaido, combattè i Franchi sulle rive del fiume Livenza in quel 776 che vide la calata in Italia degli eserciti di re Carlo a difesa del Papato: Gaido, assieme al duca del Friuli Rotgaudo, oppose una strenua resistenza attirando il nemico sulla costa veneta, ma fu sconfitto e ciònonostante reintegrato nelle sue funzioni dal sovrano franco, che intendeva governare i territori italiani innestando la propria struttura amministrativa sulla precedente. La città divenne quindi sede di un comitato, partizione territoriale che doveva assicurare un punto di raccordo tra centro e periferie nell’ormai consolidato Sacro Romano Impero di Carlo Magno. Nell’825 un capitolare olonense emanato da Lotario creò a Vicetia una pubblica scuola che frequentarono alunni non solo vicentini, ma provenienti anche da Treviso, Padova, Ceneda e Asolo. Si trattò comunque di un periodo di generale penuria, a causa della contrazione degli scambi commerciali e dello spopolamento che spinse molti abitanti a cercare riparo e sostentamento nelle campagne. La città fu investita in pieno dall’invasione degli Ungari, che nell’899, complice la debolezza del nuovo potere imperiale in seguito alla contesa tra gli eredi di Carlo e alla conseguente suddivisione dei territori, la saccheggiarono dando alle fiamme anche l’abbazia benedettina dei santi Felice e Fortunato. Tra i più antichi luoghi di culto di Vicetia, la chiesa era stata costruita nel IV secolo, subito dopo l’emanazione dell’Editto di Milano e divenne
presto centrale per la comunità, come testimoniano i lavori di ampliamento che dopo il 380, con la
traslazione delle spoglie di San Felice da Aquileia, la resero un luogo degno di ospitare un portatore
di passione del Cristianesimo. Lo stesso Carlo Magno, di passaggio a Vicetia, l’aveva onorata di una
donazione imperiale. Con la distruzione portata dagli Ungari, i benedettini, insediatisi in età
longobarda, si dispersero e solo tra X e XI secolo si potè ricostruirla: il cronista Siegebert di
Gembloux ricordò che quando divenne titolare della cattedra vescovile Rodolfo, nel 967, abbazia e
monastero erano ancora in rovina. Il vescovo, sostenitore della regola cluniacense, perorò la causa
della ricostruzione all’imperatore Ottone I, da cui ricevette infine una cospicua elargizione, non
prima di aver dovuto cedere alla diocesi di Metz le reliquie dei santi Leonzio e Carpoforo.
Vicetia, che fino a quel momento si era sempre salvata, fu sconvolta dall’incursione e prese a erigere
una nuova cinta muraria sul tracciato della precedente romana: le fortificazioni, oggi ancora visibili
nell’area di Porton del Luzzo, racchiusero quello che in seguito è diventato il nucleo più antico della
città e furono edificate reperendo materiali dal teatro Berga, che fu smontato e riutilizzato con la
funzione di proteggere la città: immagine plastica delle mutate priorità. A metà del X secolo il
comitatus fu posto alle dipendenze della Marca Veronese, il cui superiore era il duca di Carinzia,
che rispondeva direttamente all’imperatore secondo un rigido ordine gerarchico. Il centro del potere
per gli Ottoni era però la Germania, poiché dai principi tedeschi essi traevano legittimazione
anzitutto come re, mentre la corona imperiale dei romani, che derivava loro unicamente per l’averla
strappata ai suoi precedenti detentori ereditando il ruolo di defensor fidei, cioè di protettori del
Papato, da cui il titolo, creato per Carlo Magno, derivava, era per loro un fardello. In concreto,
essere sacro romano imperatore significava governare l’Italia, territorio esteso e sconosciuto, dalla
Germania, dove il sovrano risiedeva e da cui non poteva allontanarsi. Ciò rese impossibile agli
imperatori tedeschi che si susseguirono dal X secolo in poi la creazione di un sistema di controllo
capillare sull’Italia: per reggerla, si appoggiarono a potentati locali, che ricevettero il titolo di vicari
imperiali per la loro capacità di mantenere l’ordine e quindi il diritto a governare in nome
dell’imperatore, anche se nei fatti con una crescente autonomia. In quegli anni, vero detentore del
potere a Vicetia era il suo vescovo: il titolare della diocesi possedeva estesi territori e privilegi,
aveva facoltà di amministrare la giustizia e di riscuotere tributi. In breve, si creò di fatto una
signoria vescovile per conto dell’autorità imperiale: nel 1000, Ottone III concesse l’esenzione dal
fodro, un’imposta che prevedeva la riscossione di generi alimentari ricavati dall’agricoltura per il
mantenimento del sovrano, a ben 19 castelli vicentini posseduti dal vescovo Girolamo.
Il vescovo non solo era beneficiario di privilegi, ma ne era egli stesso l’estensore, agendo come un
vero signore feudale: per esempio, nel 1033 al monastero benedettino femminile di San Pietro erano
stati confermati i beni territoriali ricevuti dalla diocesi. Già nel 983 Rodolfo aveva concesso
all’abbazia dei Santi Felice e Fortunato, in via di ricostruzione, una notevole quantità di terre, in
località Maddalene, a Brendola e Marostica. Alle soglie del nuovo millennio, si ha quindi
l’immagine di una città certamente più isolata, spoglia e meno importante dal punto di vista
strategico, dove la stratificazione sociale romana ha ceduto il passo a una generale indigenza.
Tuttavia, Vicencia, come fu chiamata da allora, stava dimostrando di comprendere le dinamiche del
contesto storico e di giostrarcisi assai bene: il rapporto privilegiato con la corte imperiale avvicinò
la città a un centro di potere altrimenti lontano. Durante la lotta per le investiture, i Vicentini si
schierarono con l’imperatore contro il papa, prendendo a loro modo posto nella lotta per il potere
assoluto tra il Sole e la Luna, tra i due centri di potere della nuova età.

Maggio 2022

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