Uno straordinario Stefano Accorsi in “Azul. Gioia, furia, fede y eterno amor” di Daniele Finzi Pasca. Recensione della serata al TCVI.

Il grande Paolo Pietrangeli aveva, nel suo canzoniere, un pezzo stupendo il cui ritornello ripeteva “Ma per fortuna che c’è la Roma”. Era il sollievo da un mondo che andava a rotoli, in cui le utopie politiche non avevano più spazio (“eravamo marxisti, ci sentiamo marziani”) e ci si percepiva come dei “sopravvissuti senza fede né grazia”. Rimaneva la fede calcistica, rimaneva la Roma. Solo che ad ogni ritornello quel “ma per fortuna…” era sempre più recitato con strazio, fino a che sul finale diventava un vero e proprio pianto.

Il bellissimo spettacolo di Daniele Finzi Pasca non è una pièce sul calcio, ma piuttosto sul nostro bisogno di consolazione. Quattro amici disperati ed eccitati, che si trovano in un luogo non bene identificato ma che ha tutta l’aria di un rifugio ideale, uno spazio per una terapia di gruppo a cui solo loro possono partecipare. Non sono persone, sono personaggi. Ognuno di origine fiabesca. C’è Pinocchio, c’è il Golem, e poi Adamo e Frankestein. Tutti bambini, tutti a giocare con il destino. Il loro è segnato dal pallone. Si capisce che qualcosa di grave è successo. Una rissa, un accoltellamento, forse la galera. Forse. Nulla è raccontato in maniera chiara, tutto rimane suggerito, una suggestione che via via si fa più intensa e ti porta dentro alla loro febbre. Perché il calcio è una passione irrazionale, è una malattia che ti prende cuore e corpo. Cantano l’inno del National di Montevideo, lo cantano per darsi forza, per sfidare l’avversario, per ribadire la loro identità. “Azul, Azul…” e saltano e si stringono l’un l’altro come un solo uomo. Il tifo è barbaro e rituale, è pagano e sacro. Ma una cosa è chiara fin da subito: è salvifico. Il calcio diventa davvero metafora dell’esistenza. Non si sa come ma la serenità dei quattro è andata in frantumi. Le loro vite, i loro amori, il loro stesso avvenire, tutto è precario. Unica gioia è quel sentirsi parte di un qualcosa che sotto il piano pratico è completamente inutile ma che riempie ogni vuoto. Inutile perché il pallone non ti porta né denaro né successo ma allo stesso tempo utile ed indispensabile perché ti da qualcosa che nessuna cifra e nessuna realizzazione può darti: l’estasi, il sorriso e un’amicizia inossidabile.

Un’ora e venti di uno spettacolo dal ritmo irrefrenabile, sostenuto da un Accorsi in stato di grazia. Luciano Scarpa, Sasà Piedepalumbo e Luigi Sigillo sono gli altri tre “fanáticos del futebol” e sono tutti perfetti. Più che perfetti , considerando che si esibiscono pure come deliziosi jazzisti suonando con perizia un piano verticale ed un contrabbasso che sono tutt’altro che scenici e di corredo ma, anzi, diventano parte integrante della narrazione. Stefano Accorsi comunque è indubbiamente il centro della rappresentazione. Ed è il trionfatore. Sembra trovare una carica ed un’energia sul palco che al cinema si nota solo marginalmente. Il suo essere talvolta sopra le righe o eccessivo dietro la macchina da presa, diventa qui misura, coerente stile recitativo, e l’attore bolognese diventa vero mattatore. Anche quando si prende una decina di minuti fuori dalla quarta parete a dialogare con un pubblico divertito su un concetto a cui pensiamo poco: in che giorno, dove e come siamo stati concepiti? Nulla di boccaccesco, anzi, una parentesi tutta popolana e leggera che riprende uno dei chiodi fissi dei quattro tifosi uruguaiani: l’importanza dei numeri e delle date. Ossessioni da ultras.

La regia di Finzi Pasca è il tassello che si aggiunge al successo complessivo. Trovate sceniche mai fine a loro stesse, eleganza nelle luci, in quel telo che permette suggestivi giochi d’ombra, in quel finale con i fari da stadio e i coriandoli calati sulla platea. Coinvolgente e ricercato, che risente chiaramente della sua enorme esperienza come coreografo e regista di eventi monumentali, uno tra tutti il Cirque du Soleil.

Alla fine il pubblico è in piedi, molti cantano “Azul, Azul” e molti vanno a casa con quel coro in testa.

Semplicemente il più bello spettacolo della stagione. 

I QUATTRO ELEMENTI

Mangiano il fuoco o le spade, raccontano storie, incantano con  musica e disegni e perfino con lamagia. Sono gli Artisti di

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