VICENZA CAPITALE DELLA CULTURA 2024. OCCASIONE SPRECATA CHE LASCIA L’AMARO IN BOCCA.

C’è stato un momento in cui Vicenza ha perso definitivamente la possibilità di diventare capitale della Cultura; uno scambio di battute, rapidissimo, durante la presentazione fatta dal comitato promotore davanti alla giuria e che è andato grosso modo come segue.

Membro della commissione valutatrice: “Quello che ancora a me non è chiaro è cosa a Vicenza nel 2024 sarà diverso rispetto ad oggi?” Promotore della candidatura: “In realtà c’è già qualcosa di presente, ma c’è scarsa collaborazione tra operatori

Dopo qualche settimana, l’annuncio della vittoria di Pesaro e l’amaro in bocca per un’occasione mancata. In fin dei conti però, un po’ ce l’aspettavamo tutti. Per tutta la durata della candidatura ho personalmente coltivato alcune perplessità sulla proposta sostenuta da Vicenza per la candidatura a Capitale della cultura 2024, ma, a differenza di quanto normalmente faccia, ho deciso per spirito di solidarietà di non palesare mai pubblicamente le mie posizioni. Tutti noi operatori culturali abbiamo infatti cercato, attraverso la partecipazione ad eventi e presentazioni, di sostenere incondizionatamente lo sforzo dell’amministrazione. Adesso che però è stata annunciata la vittoria di Pesaro, sento di potermi esprimere in piena libertà.

Partiamo dalle iniziative che hanno portato a delineare Vicenza Capitale della Cultura, tra le quali rientra a pieno titolo la mostra che attualmente è ospitata in Basilica Palladiana. Mostra importante, con autori veneti di rilievo internazionale. Uno spaccato della Vicenza rinascimentale attraverso i suoi processi creativi. Quadri, disegni, bozzetti e statue presentate al visitatore come i risultati di complesse trame in uno sfaccettato tentativo di parallelismo con il mondo produttivo contemporaneo. Dalla mostra scaturisce, o forse ne è stata solo un antipasto, l’idea di fondo di questa candidatura, ovvero il rapporto tra cultura e invenzione. Secondo i promotori della candidatura “La cultura è una bella invenzione” come i quadri esposti alla mostra, infatti, ogni prodotto culturale umano è “figlio” di un processo creativo sul quale affonda le proprie radici ontologiche la stessa candidatura. Lo slogan ha però generato notevoli discussioni in città, liquidate da parte di molti come eccessi di protagonismo o snobismo intellettuale, a volte addirittura spiacevolmente derise. Peccato però che, in sede di presentazione della candidatura, la stessa commissione abbia chiesto delucidazioni in merito al rapporto tra cultura e invenzione. Perché, in effetti, non è la cultura ad essere una bella invenzione, ma la singola invenzione o l’insieme ordinato delle invenzioni a costituire un ramo di quel ampio e vasto concetto che definiamo come culturale. La cultura si compone, infatti, d’invenzioni dell’uomo, ma anche di altri fatti o cose, non necessariamente antropiche, rispetto alle quali il contributo umano è di mera scoperta. Giusto per fare un esempio: l’utilizzo della proporzione aurea in architettura è certo un’invenzione attribuita ai greci e già conosciuta dagli antichi mesopotamici, ma il numero irrazionale 1,618, ovvero il rapporto aureo, ottenuto effettuando il rapporto fra due lunghezze disuguali delle quali la maggiore è medio proporzionale tra la minore e la somma delle due, è una scoperta. In questo senso, dunque, cultura è sia invenzione che scoperta. La frase “La cultura è una bella invenzione”, dunque, costituisce una contraddizione in termini che certo non ha agevolato la commissione. Al netto di tali considerazioni, s’intuisce facilmente che lo slogan di Pesaro “La natura della cultura”, più piano ma anche meno fraintendibile, si pone contrasto con l’idea di cultura come relegata al concetto d’invenzione, delimitando un profondo solco ideale che demarca l’essenza stessa dei dossier presentati. In poche parole, aver scelto d’identificare la cultura come invenzione ha, a mio avviso, eccessivamente circoscritto la proposta e al contempo l’ha resa di non semplice intuizione.

Entriamo ora nel merito della candidatura partendo dal suo simbolo: il logo. Fin da subito ha destato notevoli polemiche sui social anche da parte di insospettabili sostenitori della candidatura. La raffigurazione parte dalla pianta della Rotonda, inserita nella forma dell’isolato del Teatro Olimpico rielaborata mediante l’utilizzo di forme geometriche come il cerchio e il triangolo. Ancora una volta, nonostante l’idea di partenza sia ottima, il risultato non è agevolmente comprensibile e, in un mondo dominato dai loghi tipo, dove la semplicità è la miglior messaggera, sceglierne uno complesso non ha certo premiato. La stessa Siracusa, stra-favorita e vera sconfitta di questo concorso, ha puntato su un logo grafico troppo identitario che l’ha certamente pregiudicata.

Passiamo al contenuto del dossier. La candidatura di Vicenza a capitale della cultura si poggiava prevalentemente in una serie di attività, denominate “15 belle invenzioni”, consistenti in proposte espositive (mostre, esposizioni e concerti) relative a specifici comparti industriali di eccellenza. Tale proposta, tuttavia, pare non aver accolto le raccomandazioni contenute nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. Raccomandazioni che, invece, lo stesso Gianni Letta nel suo intervento come presidente della Fondazione Rossini, a sostegno della vincitrice Pesaro, ha tenuto fortemente ad evidenziare.

Passiamo poi alla parola fabbrica, centrale nella nostra candidatura e citata nello stesso sito di Vicenza 2024 e termine molto caro ai vicentini, ma davvero poco in linea con l’idea di cultura verso la quale il “mondo sta andando”. Il concetto di fabbrica è infatti oggi molto divisivo. Se infatti è vero che da una parte oggi “fabbrica” in Veneto significa innovazione, creatività, ricchezza, dall’altra rappresenta anche il 17% di suolo consumato, stipendi bloccati da oltre 20 anni, PFAS e inquinamento. Il concetto di fabbrica sarebbe stato indicatissimo per un progetto come quello che vede protagoniste Venezia, Padova, Treviso e Rovigo con la Capitale della Cultura d’Impresa 2022 iniziativa promossa da Confindustria e certamente più in linea con i contenuti del dossier vicentino.

Pregi e difetti.

Primo pregio di questa candidatura è certamente rappresentato dalla tenacia con la quale le amministrazioni di Vicenza e dei comuni limitrofi hanno lavorato per raggiungere questo complesso obiettivo.

Secondo pregio, aver avuto una provincia intera che ad unisono ha sostenuto la candidatura. Non ho sentito in questi mesi polemiche da parte di nessuna fazione politica, ma solo tanta voglia di credere in qualcosa di nuovo.

Primo difetto, avere tutte le carte in regola per proporre una candidatura di livello con il solo ausilio del nostro genius loci, ma aver affidato la progettazione a una società esterna, esternalizzando le competenze e arrivando così a creare un progetto bello, ma non completo, dove la vera anima di Vicenza, costellata di piccoli e medi operatori culturali, non è in alcun modo emersa. Sono mancati, infatti, nel progetto di candidatura, alcuni aspetti fondamentali per rappresentare l’anima di una città come: cucina, sport, paesaggio, ambiente e clima che solo un vicentino, che tutti i giorni fatica per migliorare il luogo in cui vive, può conoscere.

Secondo difetto, ma non per importanza, l’assenza tra i partner coinvolti del mondo giovanile, fondamentale, anche e soprattutto in prospettiva futura. Nessuno si aspettava che in Italia i giovani fossero attori principali in un progetto dove le cifre hanno 6 zeri, ma far fare le comparse a qualche under 30 avrebbe giovato un po’ a tutti, almeno a livello d’immagine.

Ora si riparte, con la consapevolezza che l’idea di cultura verso la quale dobbiamo puntare la nostra prua è quella composta da cinque parole che iniziano con la lettera p: pace, partnership, pianeta, persone e prosperità, come sottolineato nel citato documento delle Nazioni Unite. In città le menti e le energie per fare ciò ci sono, si tratta solo di cambiare rotta e di avere il coraggio di creare un movimento culturale che parte dal basso, senza per forza cercare fuori dalle mura cittadine quello che già, all’interno delle stesse, abbonda.

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