Vicenza asburgica nelle memorie di Gabriele Fantoni

In molti rammenteranno che Vicenza è insignita di due medaglie d’oro, al valor militare e non civile, cosa già piuttosto curiosa, per il suo contributo alla lotta armata nelle due più belle pagine della nostra storia patria, il Risorgimento e la Resistenza. Se del secondo riconoscimento aurifero, attribuito dal Presidente Scalfaro nel 1994, non si fa che parlare e polemizzare, costringendolo spesso nella dimensione della cronaca più che della storia, del primo ci si è dimenticati. Vittorio Emanuele II di Savoia, il Padre della Patria, si trovava a Vicenza il 18 ottobre 1866, giorno del conferimento della prima medaglia, che premiava il ruolo svolto dalla nostra città durante i moti del 1848 che infiammarono la Penisola e l’intero continente, quando sembrò franare di colpo il nuovo ordine che i vincitori del regime napoleonico avevano costruito trent’anni prima a Vienna, fondandolo sull’alleanza fra trono e altare. Molto si è scritto e si è detto circa quei momenti e anche gli storici locali si sono profusi in una produzione non irrilevanti di opere sulla Vicenza quarantottesca, che hanno però l’unico difetto di non essere ricordate dal pubblico medio: tale materia che avrebbe dovuto essere patrimonio di tutti i cittadini è rimasta appannaggio di pochi edotti membri di un’élite accademica che da troppo tempo non dialoga più con la comunità, nella quale pure dovrebbe essere inserita. Eppure, quelle pagine ancora emozionano e meriterebbero maggiore considerazione, perché il sacrificio, il coraggio, le gesta di quei nostri concittadini antesignani hanno cambiato la storia d’Italia e vi hanno scritto in nuce quella di Vicenza, unica città che può fregiarsi della bandiera tricolore e non di un gonfalone comunale qualsiasi. Com’era, quindi, la Vicenza del 1848 e come si comportavano, come pensavano, come agivano i suoi abitanti? Per scoprirlo ci affideremo a una fonte storica peculiare: non un saggio, non un fascicolo di archivio, ma una testimonianza diretta. Ci accompagnerà Gabriele Fantoni, nostro concittadino che visse da ragazzo quelle giornate, per le strade brulicanti di quella Vicenza perduta, facendoci entrare nei caffè, nei salotti, nelle galere. Sarà questo un piccolo tour, insomma. Solo un’avvertenza, prima di cominciare: le testimonianze, orali o scritte, di una persona che ha assistito ai fatti oggetto di trattazione storica presenta vantaggi e qualche effetto collaterale. Hanno il pregio, muovendosi “dentro” gli avvenimenti, di essere genuine, di presentare dettagli particolari sfuggiti alla lente dello studioso che guarda agli eventi del passato “dall’alto” e “da fuori”. Tuttavia, proprio questo vivere sulla propria pelle gli avvenimenti fa sì che il testimone manchi di completa oggettività, o perché ancora risente delle emozioni che gli sono state provocate, o perché si trova a vivere solo un segmento di un processo storico ben più lungo e articolato, o ancora perché gli conviene riferire i fatti in un modo e non in altro. Compito dello storico è filtrare quelle informazioni, farle passare attraverso un procedimento logico-scrientifico che tenga conto di altre fonti consultate e integrarle in un contesto più ampio, in grado di esaltare, smentire, ridimensionare quanto riferito da un singolo testimone di un singolo avvenimento. Per fortuna, il nostro Fantoni è considerato fonte abbastanza attendibile, dato che i suoi ricordi di gioventù vengono spesso usati come fonte da insigni accademici ed esperti di storia locale. Comunque sia, eventuali distorsioni soggettive saranno accompagnate da correzioni corrispondenti, nel corso della narrazione. Gabriele Fantoni nasce nel 1833 da una famiglia di commercianti e nel 1848, appena quindicenne, partecipa alla insurrezione armata contro le truppe imperiali. Si laurea poi in Giurisprudenza a Padova e diviene notaio a Venezia, scrivendo una vasta quantità di pubblicazioni, quasi tutte incentrate sulle vicende risorgimentali, cui aveva contribuito in prima persona. Il nostro racconto è tratto da Riminiscenze Vicentine negli anni precursori e immediati al 1848, la cui redazione terminò nel 1913, anno della sua mort. Non è inesatto dire che vi sono racchiuse le immagini più importanti della sua esistenza, meditate e rinovellate con cura, prima di chiudere gli occhi al mondo. Egli confessa di aver voluto questo ultimo libro per mitigare la nostalgia che lo affliggeva in ricordo della sua epoca, fatta di ideali incorruttibili, di cui si facevano portatori giovani puri come lui, che vengono definiti «gioventù svolta dall’ingenua credenza ai disinganni; dalla bontà e sottomissione alle provocazioni ed ingiustizie […] fino a quando le raggiunte sorti migliori trovarono stanche le energie, spostate in campi diversi dagli ideali primitivi». A muoverlo alla scrittura, dice, fu il rimpianto di un tempo perduto, nelle cui pieghe poter ritrovare i nobili valori che avevano guidato lui e i suoi coetanei, poter riacquistare quell’innocente entusiasmo che l’andare della vita aveva infine smorzato nella sua generazione, che s’era accontentata di raggiungere la meta, senza poi mantenerla, perdendosi in una sequela di particolarismi che non avevano giovato alla perpetuazione degli antichi obbiettivi. Rieccheggia, in queste amare parole, l’immagine di una generazione disillusa, convinta che il Risorgimento avrebbe portato progresso e conquiste politiche e sociali e si trovava invece a vivere i primi anni dell’Italia unita tra imposte sul macinato e voto per censo: i progressi ci furono, ma con gradualità. Le pagine che seguono, sembra voler dire Fantoni, sono mosse dall’amarezza verso il suo presente, dal timore che le conquiste di libertà smarrissero nell’oblio o fossero rinnegate. Le pagine più interessanti sono quelle dove l’autore parla con dovizia della vita quotidiana della città, menzionando per esempio le tante mescite ove si radunavano flottiglie di giovani e ove non era arduo udire qualche discorso politico: i caffè più frequentati erano ripartiti a seconda dell’estrazione sociale degli avventori, così si avevano «Ai Nobili per l’aristocrazia, alla Fenice pel circolo liberale ivi risorto, poi sede del comitato segreto contro l’austriaco […] il caffè dei Signori, nella piazza omonima, detto anche Bolognin, si era diviso in due parti, quella della Signoria cittadina e quella dell’ufficialità straniera, che confinava col suo Corpo di Guardia invadente la Loggia del Capitanio Veneto […]». La presente descrizione, che intende fornire soltanto dei ragguagli di carattere etnografico sull’ubicazione dei luoghi di ritrovo vicentini, contiene pure un riferimento diverso, di carattere politico, alla amministrazione asburgica cui Vicenza era sottoposta tra gli anni 1815 e il 1848: la sede cittadina del Corpo di Guardia imperiale era ubicata nella palladiana Loggia del Capitanio, prospiciente la piazza più importante della città, mentre il ritrovo abituale dei funzionari imperiali di stanza a Vicenza era il Caffè dei Signori, ove questi si mescolavano ai membri della nobiltà urbana che formavano la classe dirigente. Fantoni prosegue la sua allusione al governo asburgico citando un episodio occorso a suoi conoscenti al Caffè Commercio delle Biade, dove una sera un gruppo di studenti s’era ritrovato a criticare in maniera forse un po’ troppo colorita la decisione, ad opera degli organi di rappresentanza municipale, d’illuminare a festa la Basilica, spendendo una cifra da essi ritenuta esorbitante, «per la venuta di un non so quale austriaco arciduca». La scena prosegue: «Entrò improvviso un brutto ceffo straniero, e chiese nomi e spiegazioni […] invitando però il nostro caporione a visitare il Commissario di polizia. Invece tutti noi solidali ci siamo presentati in Contrà S. Paolo per testimoniare ed evitare qualche altra gita alle prigioni di S. Biagio». Come si evince, le lamentele e gli schiamazzi di quel gruppo di giovani alle spalle dell’amministrazione civica, giunsero subito alle orecchie di un fiduciario della polizia asburgica, il quale intimò al capo della banda di presentarsi al commissariato, sito in Contrà San Paolo, per chiarire la faccenda, pena la sua carcerazione. I funzionari austriaci controllavano con gran cura ogni ambito della vita pubblica: i loro incarichi che andavano dal mettere all’Indice i libri considerati portatori di una cultura sovversiva, alla vigilanza sulle manifestazioni ricreative che coinvolgevano l’intera cittadinanza. Stando a ciò che riferisce Fantoni, la polizia controllava i volumi che giungevano nelle librerie vicentine e censurava quelli che più stridevano con i valori religiosi dello stato: la misura poteva colpire tutto ciò che era sgradito, da «una bibbia non ammessa» a «un’opera ignota o straniera», da «le novità troppo in voga» a «le antichità classiche non ridotte o medicate con barbari tagli». I librai della città si attrezzavano, dunque, per farsi trasmettere queste tipologie di opere in segreto, nascondendoli «sotto panca». Era poi successo che il delegato provinciale, non gradendo il tradizionale costume vicentino di organizzare la gara ippica, chiamata Corsa dei Barbari, il cui percorso conduceva dal Campo Marzio alla Chiesa di San Gaetano sul Corso, ne «ordinò qualche restrizione civile ed umana […] si guadagnò una satira musicata ripetuta a lungo popolarmente». La rete di spie al soldo dell’apparato poliziesco austriaco era ben disseminata nel territorio lombardo-veneto e anche se la leggenda nera sulla capillare morsa di gendarmeria e fiduciari nel Regno è stata poi ridimensionata dalla storiografia contemporanea, bisogna dire che una rete organizzativa strutturata esisteva, assicurando un certo grado controllo di sociale, in luogo di istituzioni politiche troppo deboli per poter gestire le comunità periferiche dello Stato con la stessa acribia. Tuttavia, Fantoni rammenta che la corruttibilità della polizia imperiale era frequente, giacché «Gli sbirri per danaro lasciavano infrangere le prescrizioni di pubblica tranquillità […] o lasciavano fuggire gl’indiziati. Sotto i loro occhi due ladri si calarono colle lenzuola dalla torre del Girone […]». Qui, l’autore menziona la torre carceraria, irta sul carcere retrostante il Tribunale Provinciale, che «[…] resta nel centro della città, in un angolo della basilica Palladiana alla quale comunica coll’Arco dei Zavatteri (ciabattini) da un lato, e dall’altro colla contrada della Catena, […] che prima del secolo XIX si elevava montuosa oltre un metro della livellazione attuale […]».

Fantoni ricorda pure come gli imperiali utilizzassero la spianata delle carceri per lo «spettacolo della berlina», che consisteva nell’imprigionare il condannato nell’incavo realizzato tra due travi tenute insieme da una catena, facendogli reggere un cartello che recava scritto il suo nome e la pena che gli era stata inflitta, affinché il pubblico ludibrio potesse abbattersi su di lui. E qui l’autore precisa di aver assistito di persona a «queste scene nauseanti inumane». Egli medita, poi, sulla crescente maturazione politica dei vicentini della sua generazione, definendo gli anni compresi tra il 1821 e il 1848 «il periodo mistico della italianità […] », un tempo, a suo dire, in cui fermentarono ideali forti, di giustizia, libertà e indipendenza universale dei popoli che «s’identificò colla idea nazionale». Orbene, i vicentini di idee liberali presero in quel frangente a radunarsi sempre meno nei tradizionali luoghi di pubblica ricreazione, come osterie, trattorie o caffè, preferendovi «quelle modeste officine, dove i rumori d’una ruota o d’un maglio infrangevano l’orecchio delle spie […] nei cui contorni non brulicavano i Politzeiner, guardie militari a sussidio del Satellizio […]». Altri e più importanti contesti in cui si discorreva di politica erano i salotti dell’aristocrazia, ove si distinguevano personalità di spicco del panorama culturale vicentino, legate da «relazioni ed amicizie solide e cospicue, riservate agli adulti» e dove «ben poca gioventù entrava nei conversari.». Furono proprio tali conventicoli segreti a servire da alcova per discorsi rivoluzionari contro il governo occupante, che Fantoni definisce «camorra larvata col nome di convenuto profitto», accusando di nuovo, non del tutto imparzialmente va detto, le pratiche di corruzione diffuse secondo lui ad ogni livello dell’ordinamento austriaco, dal momento che «dalla caserma fino ai comandi la esemplarità dell’ordine e correttezza traeva continuamente a scandali». L’autore recrimina ai vicentini di allora la loro omertà complice di fronte ai soprusi dello straniero, ricordando che tutti stavano «inerti, muti, e soggetti ai misteri, agli stancheggi, alle trufferie». Un regime marcio, insomma, che Fantoni da buon idealista che visse la temperie di quegli anni riteneva essere la sola causa dei mali del popolo, con la sua empia ferocia, ben simboleggiata dalla prassi di frustare i detenuti, incatenati alla parete della torre carceraria, e dai colpi di bastone o verga vibrati come strumenti di tortura nel buio umido delle segrete, in una profusione di «urli anche notturni dalle inferiate del Girone» che si spargevano per tutta la città, recando evidentemente più di un ambascia a chi ci viveva. Secondo Fantoni con tutto ciò non poteva certo dirsi che l’Austria fosse riuscita a mantenere con efficienza un trentennio di pace, poiché essa era stata imposta a un popolo addormentato che preferiva restare tale perché conscio di essere più debole e mantenuta da apparati di repressione, censura e spionaggio che avevano creato un angosciante regime del sospetto. Nei ricordi e nella visione parziale di Fantoni un altro strumento di dominio erano le scuole della Vicenza asburgica, laddove figuravano «anche in queste oppressori e oppressi. I primi, come sempre, servironsi di feroci mascherati istrumenti: i preti». Tuttavia quest’ultimi, che assolvevano anche alla funzione di educatori degli scolari, avevano in larga parte iniziato a parteggiare per gli stessi ideali di libertà che illuminavano i loro studenti, e ciò, racconta l’autore, si manifestava con «strappi quotidiani all’Indice; temi, spiegazioni, commenti più liberi e franchi; complementi sulle reticenti punteggiature dei testi; partecipazione od acquiescenza […] per modo che i preti maestri nei Ginnasi, Licei, e perfino nei Seminari fraternizzavano cogli scolari ed allievi.». Ciò se non è vero per il clero del contado, che rimase sempre filo imperiale, è un fatto attestato per quanto riguarda i quadri ecclesiali inurbati, cresciuti nel regime napoleonico e formati nel clima di tollerante apertura del Seminario vescovile, che risentiva profondamente di un’impronta culturale illuminista. Quando a Vicenza esplodono i moti, non saranno pochi gli ecclesiastici di ogni ordine e grado a ricoprire ruoli importanti. Fantoni ricorda le figure di due vescovi, Giovanni Giuseppe Cappellari, lo stesso fondatore del Seminario di Santa Lucia, e Zaccaria Bricito, che si schierarono dalla parte degli insorti «colle loro benedizioni alle nostre Bandiere». Forse, però, il ricordo più tenero di Fantoni rimane legato alle giornate che lo videro protagonista, assieme ai ragazzi con cui aveva condiviso una giovinezza gravida di avvenimenti di importanza capitale, non solo per la storia di Vicenza. Egli rammenta che, al montare dell’insurrezione, lui e i suoi coetanei trovarono «parecchi della generazione per età e virtù più matura pronti ad elevare le nostre idee e guidare le nostre forze alle prove di quella libertà dalla quale la gioventù difficilmente retrocede». In questi passaggi, sembra proprio che l’anziano notaio, che al muovere i primi passi di questa sua ultima opera di memoria, era parso stanco e disilluso, ceda il passo al giovane vigoroso, qual era stato allora, nel mezzo del turbinio a combattere per un avvenire creduto migliore. E pare di scorgerlo, dunque, mentre si vanta a scrivere: «Io ho conosciuti i Vicentini più illustri: Gian Paolo Bonollo avvocato presidente il Comitato vicentino […] il notaio Bortolo Verona […] ho veduto Sebastiano Tecchio, avvocato in Montagnana, in Asiago, e nella sua Vicenza […]» Si tratta, in effetti, di alcune tra le personalità più rilevanti di quella stagione: tutti membri del Comitato Provvisorio Dipartimentale che guidò le sommosse in città. La menzione più affettuosa, l’ultima, va però al nobile Antonio Bernardino Fontana, che la sera del 10 giugno 1848, dopo la resa della città, quando vide «sventolare sulla torre di città il bianco segno che chiedeva patti al nemico, acceso d’ira grande e disperata, montò la barricata gridando: – Se Vicenza capitola non s’arrende Fontana! – fece fuoco ancora, e da una ridestata carica di moschetti, rotto da cinque colpi il petto, rovesciò morto.».

Settembre 2022

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