Fare Cultura a Vicenza – Luglio 2017

Ogni mese chiederemo ad un addetto ai lavori cittadino, un’opinione su come sia fare programmazione culturale in città. Iniziamo con Francesco Poli.

Chi sta a capo di questa nuova iniziativa editoriale, che plaudo in quanto necessaria come l’aria, mi chiede di esprimere un giudizio sulla cultura a Vicenza ed io, che sono davvero poco sveglio, accetto l’invito per mezzo di quanto segue, ma prima di tutto una breve premessa: come si può parlare di qualcosa che forse non esiste? Inutile dire quanto sono stucchevoli le preterizioni, per citare Umberto Eco in una celebre bustina di Minerva di ormai qualche anno fa, ma a volte tornano davvero utili: vorrei davvero non parlare di qualcosa che forse non esiste, ma non posso proprio farne a meno!

Partiamo dunque, senza indugi.

La cultura a Vicenza forse non esiste per motivi di varia natura: antropologica, politica, economica, ma anche e soprattutto culturale. Dal punto di vista antropologico Vicenza è una città di provincia che alterna grandi menti ad una vasta ed indefinita pletora di silenziosi. Tante volte passo per dei quartieri della città e mi domando: “ma chi abita qui?” Poche persone hanno studiato, ancora meno leggono i giornali e non li comprano, ma sicuramente molte lavorano troppo! Vicenza è una città innegabilmente votata al lavoro, dove l’alienazione dell’individuo è notevole e le ore per sé stessi scarseggiano giorno dopo giorno sempre più. E come è risaputo quando manca il tempo non c’è la voglia; quando non c’è la voglia manca la passione; ed infine, quando manca la passione, non può esserci cultura. Tutto ciò porta ad una cultura molto borghese dove ogni attività diventa relegata a qualche conventicola di abbienti “consumatori culturali” che possono permettersi di lavorare – di avere tempo e perciò passioni – dunque voglia di occuparsi di temi culturali. Nella sua dimensione estremamente limitata la cultura cittadina esiste quasi esclusivamente come prodotto/status symbol, ad indicarne direttamente o indirettamente l’agiatezza del consumatore culturale.

Sotto il profilo politico che dire? Siamo l’unica città nel Nord-Italia con più di 100.000 abitanti senza una propria università. Condividiamo con Rovigo il fatto di essere l’unico capoluogo di provincia del Veneto senza un aeroporto e meno turisti. Il consumo di suolo nella provincia di Vicenza è tre volte superiore alla media nazionale e tra i più alti d’Europa. Vicenza è secondo Legambiente tra i 10 capoluoghi di provincia più inquinati d’Italia e potrei continuare oltre, ma mi fermo. La situazione è dunque chiara e se in questa sede discuto dell’esistenza della cultura in città, lo stesso non potrei fare per la politica che di certo non esiste e forse non è mai esistita!! In questo senso domandarsi se sia nato prima il provincialismo o morta la politica è come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina. La dimensione politica provinciale porta infatti con sé una dialettica politica inesistente dove al netto del teatro, in fin dei conti tutti sono allo stesso modo amici e nemici in un contesto di totale relativizzazione dei contenuti. D’altra parte, la situazione di eccesso di tolleranza e libertà reciproca porta all’azzeramento dei contrari, ovvero a quello che Karl Popper definiva come il paradosso della tolleranza, cioè il dominio dalle frange intolleranti che imponendosi sul resto portano alla “tirannide”. Proprio in forza di quanto appena detto, l’elettorato, ripeto non i politici o gli addetti ai lavori quelli sono tutti amici garantisco, si trova balcanizzato ancora oggi in due fazioni: destra e sinistra. Sei mio amico? Lavori! Sei amico di altri? Stai a casa! È dunque davvero evidente che non esiste alcun indirizzo in ambito culturale e da decenni l’unico modo per fare cultura a Vicenza non è avere idee, ma essere “ammanicati”. Badate bene che tutto ciò non accade per caso ma a causa di quel terribile spettacolo politico dove cambiano le sedie, ma per dirlo alla francese, i culi rimangono sempre gli stessi, in una dinamica clientelare bassissima dove l’unica cosa che conta sono i voti.

Dal punto di vista economico poi, il dato è davvero evidente, i soldi non ci sono e quando qualcuno ha capacità di spesa iniziano le proskýnesis da primo impero Persiano. Vicenza è diventata calvinista ma non lo sa. “Sei ricco? Puoi parlarmi sennò, perdo solo tempo” – “In fin dei conti cosa me ne faccio di te?”. In questo modo la città risulta governata da una setta di presunti filantropi con le loro rispettive corti di associazioni e politici più o meno conosciuti.

Ora, dimenticate per un minuto, tutto quello che vi ho detto e torniamo all’inizio. Cosa significa fare Cultura? Assolutamente niente! Se infatti non diamo un senso alla frase attribuendo un significato al predicato e al complemento tutto risulta vuoto e terribilmente sterile, con il rischio poco raro che si arrivi a parlare di qualcosa che non esiste. Le parole sono infatti uno strumento mediante il quale si costruisce il periodo che a sua volta, quando ha un senso, diventa pensiero. Fare cultura è un periodo e quindi solo mediante un senso diventa pensiero. La sfida ruota quindi intorno a dare un senso alla parola cultura e più in generale ai periodi grammaticali che si possono andare a costruire mediante il suo utilizzo. In soldoni, si tratta di fare una faticosa opera di delimitazione dei confini, una specie di epistemologia culturale una “causarum cognitio”. Giunti a questo punto tornano utili i ragionamenti fatti in precedenza, infatti, solo migliorando o facendo venire meno gli ostacoli sopra visti (antropologici, politici, economici) si potrà delimitare, sgomberare e poi costruire un senso al nostro periodo. L’utilità dello sforzo non conduce solo alla delimitazione di un significato per la parola cultura, ma aiuta a capire come farla a Vicenza. Ogni città ha infatti una dimensione che, in ragione di una molteplicità di fattori, fa giungere ad un’idea di cultura di volta in volta diversa: fare cultura a Vicenza non è per forza di cose come farla a New York. A Vicenza non puoi pensare che la cittadinanza sia attratta dall’aspirapolvere di Koons e difficilmente una ragazza LGBTQ+ di New York non potrà apprezzare la Pala del Bellini di Santa Corona. La cultura si adatta dunque al senso comune che i cittadini del luogo le attribuiscono e pensare di adottare degli archetipi fissi per tutto il pianeta, come si fa nel mondo globalizzato per un bene di consumo, è ovviamente fallimentare. Il compito dell’uomo di cultura oggi è dunque quello di non limitarsi a fare cultura, ma ampliando l’ambito di azione cercare di darle un senso, rioccupando e forse riscavandolo, l’alveo dell’intellettualismo. In alternativa il destino della cultura a Vicenza è di morire, diventando una parola vuota, un semplice marchio commerciale, degradato lentamente e senza un senso, verso un futuro drammaticamente “pro – stituibile”.

Francesco Poli è Presidente dell’associazione culturale “Liberi Pensatori”, www.liberipensatori.it

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