IL FUTURO DELL’ITALIA É NELL’EMIGRAZIONE

C’è un modo infallibile per capire un paese: guardarne la nazionale di calcio. E la nostra, per la terza volta consecutiva, è uscita penosamente dai Mondiali. Non una sconfitta qualunque, ma l’umiliazione dello spareggio contro la Bosnia, decisa ai rigori. Italia fuori dal 2018, fuori dal 2022, fuori anche dal 2026. Tre edizioni di fila senza il torneo che un tempo era la nostra ossessione collettiva. Specchio perfetto del paese: talenti che si disperdono, una squadra senza spessore, una dirigenza che litiga sul nulla, un pubblico che applaude per abitudine e poi si dispera su Twitter. La Nazionale è l’Italia in miniatura: promette, delude, invecchia senza maturare. E se ne va, come tutto il resto. Perché l’Italia, e sia detto con la franchezza cinica che meritiamo, è un paese a crescita zero. Non solo PIL: crescita zero di ambizione, di visione, di futuro. La politica, a destra come a sinistra, è di un livello più che mediocre. A destra si balbetta di sovranità e identità mentre i giovani scappano; a sinistra si predica inclusione mentre i cervelli fuggono verso inclusioni meglio pagate. Entrambi i fronti producono discorsi vuoti, leggi pasticciate, clientele eternamente ringiovanite. Il risultato è un immobilismo che farebbe invidia a un filosofo stoico: tutto cambia perché nulla cambi. E nel frattempo l’economia arranca, il debito pesa, la burocrazia strangola, la demografia collassa. Siamo il paese che ha inventato il Rinascimento e ora si accontenta di fare da museo a se stesso. Nel resto del mondo – e soprattutto in Europa – le cose vanno diversamente. Parigi, Berlino, Amsterdam, Londra: lì un neolaureato non deve elemosinare uno stage da 800 euro lordi al mese sperando che il capo non se ne accorga. Lì un giovane con una laurea decente entra nel mercato del lavoro con uno stipendio che in Italia sarebbe considerato un miracolo. Un neolaureato italiano qui, fresco di triennale o magistrale, guadagna mediamente tra i 1.400 e i 1.800 euro netti al mese, spesso con contratti a termine e prospettive di carriera da lumaca. Se invece prende il treno per Parigi – o l’aereo low cost per qualsiasi capitale europea che conta – lo stesso profilo, con le stesse competenze, parte da 2.500-3.000 euro netti al mese, con benefit, formazione vera e un mercato che premia il merito invece di punirlo. Il divario non è economico: è antropologico. Lì ti assumono per crescere; qui ti tengono per non farti scappare. E i numeri dicono il resto. Nel 2024 gli italiani che hanno espatriato sono stati 156 mila, contro 52 mila rimpatri: un saldo negativo di oltre 100 mila unità, record negativo della serie storica. Dal 2006 al 2024 il saldo migratorio netto degli italiani è di meno 817 mila cittadini. Più della metà sono giovani tra i 18 e i 39 anni; una quota crescente è laureata. La “fuga dei cervelli” non è più un’allarme: è un esodo strutturale. Nel Veneto, seconda regione per espatri dopo la Lombardia, nel 2023 sono partiti 14.742 veneti; tra i giovani under 35 sono stati 3.759 solo quell’anno, e dal 2011 si sfiorano i 35 mila. Nella sola provincia di Vicenza, nel 2024, 1.430 giovani hanno fatto le valigie. Contemporaneamente entrano stranieri: oltre 5,4 milioni di residenti non italiani al 1° gennaio 2025, con 217 mila acquisizioni di cittadinanza nel 2024. Il paese si ripopola, ma di chi resta; chi vale se ne va.

C’è una filosofia in tutto questo, e anche una storia. L’Italia ha sempre esportato se stessa: i grandi del Rinascimento andavano a corte in Francia, i contadini dell’Ottocento riempivano le navi per l’Argentina e gli Stati Uniti, i cervelli del Novecento fuggivano il fascismo o la miseria. Era l’emigrazione della necessità o del genio. Oggi è l’emigrazione della razionalità. Come scriveva Leopardi nei suoi Pensieri, l’Italia è il paese dove «il genio è sempre infelice». Machiavelli, più crudo, ci avrebbe ricordato che la fortuna è femmina e va presa a schiaffi: noi invece la corteggiamo con decreti omnibus e bonus una tantum. Il risultato è un paese che invecchia, si burocratizza, si lamenta. E i migliori, invece di riformarlo, lo abbandonano. È l’unico futuro razionale: l’Italia che conta è quella che se n’è andata. Il futuro dell’Italia, insomma, è nell’emigrazione. Non nel senso patetico del rimpianto, ma in quello disincantato della realtà: i talenti se ne vanno perché qui non c’è spazio, i mediocri restano perché qui si sta comodi. Un giorno, forse, qualcuno scriverà la storia di questa ennesima diaspora elegante. E riderà di un paese che ha vinto quattro Mondiali ma non sa più nemmeno qualificarsi. Che ha prodotto Leonardo e ora produce stagisti. Che ha il Colosseo e non ha un piano per il domani. Che bella Italia, no? Quella che resta. Quella che parte, invece, è già altrove. E fa pure carriera.

Settembre 2026

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