Le feste natalizie sono quel momento dell’anno in cui l’umanità decide collettivamente di fingere che la famiglia sia una cosa bella, il cibo un piacere innocente e i parenti persone con cui vorresti passare del tempo volontariamente. Invece è un campo minato di conversazioni obbligate, porzioni triple di lasagne e sensi di colpa per non aver chiamato la zia dal compleanno di Gesù dell’anno scorso. Ma tranquilli, ho le istruzioni per sopravvivere ai vari cenoni senza finire in terapia intensiva – o, peggio, su WhatsApp familiare con messaggi di chiarimento fino a Pasqua. Iniziamo con il cenone della Vigilia: il pesce, la tradizione, la noia mortale. Arrivate con un sorriso stirato e un bottiglia di prosecco che costa quanto un rene, tanto lo berrete solo voi perché “il dottore ha detto che lo zio non può”. Sedetevi al posto assegnato da decenni, quello vicino alla zia che vi chiede ancora se avete trovato un fidanzato stabile (no, zia, i fidanzati stabili sono estinti come i dinosauri, e comunque preferisco i gatti). Non parlate di politica prima dell’antipasto: il capitone fritto è già abbastanza indigesto senza aggiungere Salvini o Meloni nel discorso. Se qualcuno attacca con “ai miei tempi…”, annuite e pensate ai fatti vostri. Regola d’oro: complimentatevi con la padrona di casa per ogni piatto, anche se il baccalà mantecato sa di colla per manifesti. Dire “è leggerissimo” è la bugia bianca che tiene in piedi l’Italia intera. Quando arriva il momento dei regali sotto l’albero (perché sì, c’è chi scarta il 24, barbari), preparate la faccia da sorpresa anche se avete già visto il pacco su Amazon nel carrello della cognata. E se vi regalano l’ennesima crema antirughe, sorridete: tanto a cinquant’anni le rughe sono l’unica cosa che vi resta di autentico.
Il pranzo di Natale: il picco della commedia umana. Sveglia alle undici, perché la notte prima avete digerito sette portate guardando “Una poltrona per due” per la ventesima volta. Arrivate con i pandori industriali comprati all’ultimo, quelli con la sorpresa che non sorprende nessuno. Qui il menù è carne: tortellini in brodo, bollito, arrosto, lasagne che pesano come un mutuo. Mangiate tutto, perché rifiutare significa offendere tre generazioni di nonne defunte. Tra una portata e l’altra, arriveranno le domande classiche: “Quando ti sposi?”, “Quando fai un figlio?”, “Quando cambi lavoro?”. Rispondete con un vago “vediamo” e cambiate argomento parlando del tempo. Funziona sempre, perché in Italia il meteo è l’unico argomento neutrale rimasto. I bambini correranno urlanti, i cani abbaieranno, qualcuno accenderà la tv sul concerto di Vienna per fare finta di cultura. Voi pensate solo a quando arriverà il panettone, momento in cui potrete finalmente alzarvi per “aiutare in cucina” e nascondervi venti minuti con il telefono.
Santo Stefano: il recupero, o il bis. Se siete fortunati, è da altri parenti. Altrimenti è avanzi: lasagne riscaldate, bollito rifritto, pandoro abbrustolito. Qui l’atmosfera è più rilassata, tutti in tuta, perché tanto “siamo in famiglia”. Approfittatene per sonnellini sul divano e tombola. Se perdete, non fate storie: la tombola natalizia è l’unico gioco d’azzardo legale dove vincerà sempre la nonna con la cartella truccata.
Capodanno: l’illusione del nuovo inizio. Cenone con amici, finalmente. Qui potete bere davvero, lamentarvi dei parenti e fare propositi che durerete fino al 3 gennaio. Zampone e lenticchie obbligatori, per scaramanzia. A mezzanotte brindate, baciate chi capita e guardate i fuochi d’artificio pensando che l’anno nuovo sarà meglio. Lo pensate ogni anno, e ogni anno è la stessa solfa. Insomma, le feste sono una maratona di ipocrisia affettuosa, cibo coma-inducente e parenti che vi amano ma vi esauriscono. Sopravvivete con ironia, parecchio alcol e la consapevolezza che tra qualche giorno tornerete alla vostra vita vera, quella senza tortellini. Buon Natale, e che il brodo vi sia lieve.
ISTRUZIONI PER LE FESTE
Le feste natalizie sono quel momento dell’anno in cui l’umanità decide collettivamente di fingere che la famiglia sia una cosa bella, il cibo un piacere innocente e i parenti persone con cui vorresti passare del tempo volontariamente. Invece è un campo minato di conversazioni obbligate, porzioni triple di lasagne e sensi di colpa per non aver chiamato la zia dal compleanno di Gesù dell’anno scorso. Ma tranquilli, ho le istruzioni per sopravvivere ai vari cenoni senza finire in terapia intensiva – o, peggio, su WhatsApp familiare con messaggi di chiarimento fino a Pasqua. Iniziamo con il cenone della Vigilia: il pesce, la tradizione, la noia mortale. Arrivate con un sorriso stirato e un bottiglia di prosecco che costa quanto un rene, tanto lo berrete solo voi perché “il dottore ha detto che lo zio non può”. Sedetevi al posto assegnato da decenni, quello vicino alla zia che vi chiede ancora se avete trovato un fidanzato stabile (no, zia, i fidanzati stabili sono estinti come i dinosauri, e comunque preferisco i gatti). Non parlate di politica prima dell’antipasto: il capitone fritto è già abbastanza indigesto senza aggiungere Salvini o Meloni nel discorso. Se qualcuno attacca con “ai miei tempi…”, annuite e pensate ai fatti vostri. Regola d’oro: complimentatevi con la padrona di casa per ogni piatto, anche se il baccalà mantecato sa di colla per manifesti. Dire “è leggerissimo” è la bugia bianca che tiene in piedi l’Italia intera. Quando arriva il momento dei regali sotto l’albero (perché sì, c’è chi scarta il 24, barbari), preparate la faccia da sorpresa anche se avete già visto il pacco su Amazon nel carrello della cognata. E se vi regalano l’ennesima crema antirughe, sorridete: tanto a cinquant’anni le rughe sono l’unica cosa che vi resta di autentico.
Il pranzo di Natale: il picco della commedia umana. Sveglia alle undici, perché la notte prima avete digerito sette portate guardando “Una poltrona per due” per la ventesima volta. Arrivate con i pandori industriali comprati all’ultimo, quelli con la sorpresa che non sorprende nessuno. Qui il menù è carne: tortellini in brodo, bollito, arrosto, lasagne che pesano come un mutuo. Mangiate tutto, perché rifiutare significa offendere tre generazioni di nonne defunte. Tra una portata e l’altra, arriveranno le domande classiche: “Quando ti sposi?”, “Quando fai un figlio?”, “Quando cambi lavoro?”. Rispondete con un vago “vediamo” e cambiate argomento parlando del tempo. Funziona sempre, perché in Italia il meteo è l’unico argomento neutrale rimasto. I bambini correranno urlanti, i cani abbaieranno, qualcuno accenderà la tv sul concerto di Vienna per fare finta di cultura. Voi pensate solo a quando arriverà il panettone, momento in cui potrete finalmente alzarvi per “aiutare in cucina” e nascondervi venti minuti con il telefono.
Santo Stefano: il recupero, o il bis. Se siete fortunati, è da altri parenti. Altrimenti è avanzi: lasagne riscaldate, bollito rifritto, pandoro abbrustolito. Qui l’atmosfera è più rilassata, tutti in tuta, perché tanto “siamo in famiglia”. Approfittatene per sonnellini sul divano e tombola. Se perdete, non fate storie: la tombola natalizia è l’unico gioco d’azzardo legale dove vincerà sempre la nonna con la cartella truccata.
Capodanno: l’illusione del nuovo inizio. Cenone con amici, finalmente. Qui potete bere davvero, lamentarvi dei parenti e fare propositi che durerete fino al 3 gennaio. Zampone e lenticchie obbligatori, per scaramanzia. A mezzanotte brindate, baciate chi capita e guardate i fuochi d’artificio pensando che l’anno nuovo sarà meglio. Lo pensate ogni anno, e ogni anno è la stessa solfa. Insomma, le feste sono una maratona di ipocrisia affettuosa, cibo coma-inducente e parenti che vi amano ma vi esauriscono. Sopravvivete con ironia, parecchio alcol e la consapevolezza che tra qualche giorno tornerete alla vostra vita vera, quella senza tortellini. Buon Natale, e che il brodo vi sia lieve.
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