I primi ministri socialisti sono 3 su 27 in Consiglio europeo. Le elezioni del 2024 hanno restituito il Parlamento europeo più a destra dal 1979. La conseguenza di un Consiglio Europeo e di un Parlamento Europeo così a destra è ovviamente uno spostamento anche delle politiche attuate dalla Commissione. Oltre alla politica migratoria, sempre più spostata sulle posizioni dei partiti nazionalisti, anche le politiche ambientali, la politica di coesione (e le sue priorità) e la politica di difesa sono sempre più lontane dalla piattaforma di idee progressista. Ma cosa ha svuotato di senso la proposta di sinistra?
1 Fratture senza spazio
La ragione principale è indubbiamente che, anche in politica, ci sono, come in geologia, linee di fratture. Le linee di frattura principali sono chiaramente quelle tra città e campagna, tra centro e periferia, tra capitale e lavoro, tra movimenti politici religiosi e partiti laici, tra ambientalismo e sviluppo. Oggi la frattura centrale è tra globalismo/europeismo, che promuove società aperte, scambi e diritti, e neo-nazionalismo, che invoca ordine, identità nazionale e blocco dei flussi migratori contro la globalizzazione. In questa frattura, la sinistra europea non trova uno spazio e una rappresentanza piene. Alla sinistra europea oggi manca una linea di frattura sentita come prioritaria dagli elettori. La frattura tra capitale e lavoro non è considerata una priorità da molto tempo, alla luce del consolidamento degli Stati erogatori di welfare (che vengono dati per lo più per scontati) e dalla riduzione della centralità dei luoghi tipici del conflitto tra capitale e lavoro (deindustrializzazione), nonché della capacità dei lavoratori con minori diritti di organizzarsi (per via della struttura sociale e dei mercati di oggi).
2 Quali diritti?
Una seconda ragione della crisi dei partiti socialdemocratici e di sinistra in generale è l’accusa di aver mutato le priorità, con uno spostamento troppo netto nella difesa dei diritti civili invece che di quelli sociali. In alcuni Paesi alla sinistra viene anche aggiunta un’accusa di essere infinitamente troppo leggeri (o addirittura schierati contro la popolazione “locale”) sul tema dell’immigrazione: è il caso della Francia, del Belgio, dell’Italia ma non solo.
3 Populismo, responsabilità o vera opposizione
Le forze politiche socialdemocratiche si trovano oggi in un limbo complicato. Da un lato sono stati i più grandi sostenitori dell’integrazione europea negli ultimi quarant’anni. Dall’altro l’Unione di oggi è sempre più spostata a destra. Si delineano per questo tre scenari. Il primo è quello di imitare la destra nazionalista: criticare le politiche dell’Unione e allo stesso tempo l’Unione in sé, sfruttando al massimo il grande argomento vagamente euroscettico del populismo che si è dimostrato vincente dal 2008 in poi. Il secondo è quello di sostenere politiche opposte a quel che i socialisti sostengono al fine di difendere l’Unione come organizzazione, dato che la crisi di questa potrebbe essere vista come un rischio di involuzioni autoritarie in molti Paesi membri. Il terzo è il più complesso: combattere all’interno della maggioranza parlamentare di Ursula von der Leyen non solo per la propria agenda sociale, ma anche e soprattutto per l’urgenza delle riforme istituzionali e della delega di maggiori poteri a Bruxelles.
4 Il ruolo dei federalisti rispetto alla sinistra europea
Noi federalisti abbiamo il compito complesso di dialogare a sinistra spiegando che la direzione migliore è quella che consente di proporsi come sostenitori di una “nuova Unione”, con più poteri, con un bilancio capace di contare, con istituzioni più forti. Dobbiamo far capire alla sinistra europea che questa sfida è intimamente legata alla possibilità di difendere le conquiste sociali e i diritti politici frutto delle battaglie di generazioni di donne e uomini di sinistra. Ma dobbiamo spiegare anche che questa battaglia di oggi non è una battaglia solo di sinistra, ma anche di liberali, moderati e conservatori. E dobbiamo anche far capire loro che prima viene la battaglia per la struttura che consenta di difendere le conquiste sociali e civili e, solo dopo, queste sfide saranno giocabili nell’arena politica che consente di tutelarle veramente: quella europea. Pensare di unire la nostra battaglia federalista a quella della sinistra europea significa indebolire le possibilità di riforma federale dell’Unione (perché ci priva di alleati fondamentali) e le battaglie sociali e civili della sinistra.
Per gentile concessione de L’Unità Europea
Sinistra senza bussola, federalisti senza complessi
I primi ministri socialisti sono 3 su 27 in Consiglio europeo. Le elezioni del 2024 hanno restituito il Parlamento europeo più a destra dal 1979. La conseguenza di un Consiglio Europeo e di un Parlamento Europeo così a destra è ovviamente uno spostamento anche delle politiche attuate dalla Commissione. Oltre alla politica migratoria, sempre più spostata sulle posizioni dei partiti nazionalisti, anche le politiche ambientali, la politica di coesione (e le sue priorità) e la politica di difesa sono sempre più lontane dalla piattaforma di idee progressista. Ma cosa ha svuotato di senso la proposta di sinistra?
1 Fratture senza spazio
La ragione principale è indubbiamente che, anche in politica, ci sono, come in geologia, linee di fratture. Le linee di frattura principali sono chiaramente quelle tra città e campagna, tra centro e periferia, tra capitale e lavoro, tra movimenti politici religiosi e partiti laici, tra ambientalismo e sviluppo. Oggi la frattura centrale è tra globalismo/europeismo, che promuove società aperte, scambi e diritti, e neo-nazionalismo, che invoca ordine, identità nazionale e blocco dei flussi migratori contro la globalizzazione. In questa frattura, la sinistra europea non trova uno spazio e una rappresentanza piene. Alla sinistra europea oggi manca una linea di frattura sentita come prioritaria dagli elettori. La frattura tra capitale e lavoro non è considerata una priorità da molto tempo, alla luce del consolidamento degli Stati erogatori di welfare (che vengono dati per lo più per scontati) e dalla riduzione della centralità dei luoghi tipici del conflitto tra capitale e lavoro (deindustrializzazione), nonché della capacità dei lavoratori con minori diritti di organizzarsi (per via della struttura sociale e dei mercati di oggi).
2 Quali diritti?
Una seconda ragione della crisi dei partiti socialdemocratici e di sinistra in generale è l’accusa di aver mutato le priorità, con uno spostamento troppo netto nella difesa dei diritti civili invece che di quelli sociali. In alcuni Paesi alla sinistra viene anche aggiunta un’accusa di essere infinitamente troppo leggeri (o addirittura schierati contro la popolazione “locale”) sul tema dell’immigrazione: è il caso della Francia, del Belgio, dell’Italia ma non solo.
3 Populismo, responsabilità o vera opposizione
Le forze politiche socialdemocratiche si trovano oggi in un limbo complicato. Da un lato sono stati i più grandi sostenitori dell’integrazione europea negli ultimi quarant’anni. Dall’altro l’Unione di oggi è sempre più spostata a destra. Si delineano per questo tre scenari. Il primo è quello di imitare la destra nazionalista: criticare le politiche dell’Unione e allo stesso tempo l’Unione in sé, sfruttando al massimo il grande argomento vagamente euroscettico del populismo che si è dimostrato vincente dal 2008 in poi. Il secondo è quello di sostenere politiche opposte a quel che i socialisti sostengono al fine di difendere l’Unione come organizzazione, dato che la crisi di questa potrebbe essere vista come un rischio di involuzioni autoritarie in molti Paesi membri. Il terzo è il più complesso: combattere all’interno della maggioranza parlamentare di Ursula von der Leyen non solo per la propria agenda sociale, ma anche e soprattutto per l’urgenza delle riforme istituzionali e della delega di maggiori poteri a Bruxelles.
4 Il ruolo dei federalisti rispetto alla sinistra europea
Noi federalisti abbiamo il compito complesso di dialogare a sinistra spiegando che la direzione migliore è quella che consente di proporsi come sostenitori di una “nuova Unione”, con più poteri, con un bilancio capace di contare, con istituzioni più forti. Dobbiamo far capire alla sinistra europea che questa sfida è intimamente legata alla possibilità di difendere le conquiste sociali e i diritti politici frutto delle battaglie di generazioni di donne e uomini di sinistra. Ma dobbiamo spiegare anche che questa battaglia di oggi non è una battaglia solo di sinistra, ma anche di liberali, moderati e conservatori. E dobbiamo anche far capire loro che prima viene la battaglia per la struttura che consenta di difendere le conquiste sociali e civili e, solo dopo, queste sfide saranno giocabili nell’arena politica che consente di tutelarle veramente: quella europea. Pensare di unire la nostra battaglia federalista a quella della sinistra europea significa indebolire le possibilità di riforma federale dell’Unione (perché ci priva di alleati fondamentali) e le battaglie sociali e civili della sinistra.
Per gentile concessione de L’Unità Europea
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