Vicenza: anatomia di una provincia che funziona (quasi) sempre (e perché questo è un problema serio)

Ci sono province in Italia che sembrano isole felici, altre che sembrano zone di guerra. E poi c’è Vicenza: la provincia che, quando esce una classifica nazionale, fa sempre la figura di quello “studioso ma non secchione”, bravo in quasi tutto, timido negli eccessi, con qualche pagella da incorniciare e un paio di appunti rossi in fondo al quaderno. Nel 2024, secondo l’indagine del Sole 24 Ore, siamo riusciti nell’impresa che a Vicenza si racconta solo nei giorni buoni: entrare nella top 10 nazionale della qualità della vita, precisamente all’8° posto su 107 province. Risultato storico: mai così in alto in 35 anni. E proprio quando cominciavamo a sentirci un po’ la “Svizzera del Nord-Est”, la classifica 2025 ci ricorda che la realtà è più instabile delle nostre sicurezze: Vicenza precipita al 18° posto. Dieci posizioni in meno. Come quando al liceo passavi da 9 a 7 in matematica: tecnicamente sei ancora bravo, ma nessuno più ti chiama Einstein. Per capire cosa sta succedendo, e come raccontarlo senza annoiare nessuno, dobbiamo smontare Vicenza pezzo per pezzo. Come si fa in finanza quando si analizza un portafoglio: guardi i settori, i rischi, le opportunità. E soprattutto: le illusioni.

Il paradosso vicentino: viviamo bene… ma non abbastanza per dormire tranquilli

Vicenza è una provincia che ama far credere di avere tutto sotto controllo. Eppure, dietro l’immagine di efficienza palladiana, i numeri ci raccontano tre verità:

1. Vicenza produce come poche altre province italiane.

2. Vicenza vive bene rispetto alla media nazionale.

3. Vicenza è fragile in punti strategici che nessuno vuole guardare.

Questa combinazione crea una cosa molto particolare: l’illusione dell’eccellenza permanente. Una provincia che corre forte, ma respira male. Che cresce, ma invecchia. Che investe, ma non innova abbastanza. Che attrae imprese, ma non abbastanza giovani. Che vince classifiche, ma poi crolla di dieci posizioni in dodici mesi. Sembra quasi la versione territoriale del classico investitore che si sente ricco quando il mercato sale, e povero quando scende dello 0,7%.

Il motore che non si ferma (finché c’è benzina): la potenza economica vicentina

Partiamo dal punto dove siamo più forti: affari e lavoro. Vicenza è, a tutti gli effetti, una micro-Germania incastonata nel Veneto. Imprese ovunque, distretti storici, export a livelli da manuale, una vocazione al “fare” che è quasi antropologica: Il tessuto industriale e manifatturiero è il nostro vero superpotere: la ragione per cui siamo entrati nella top 10, la stampella che ci ha sorretto anche quando tutto il resto del Paese traballava. Ma, come ogni superpotere, ha una debolezza nascosta. La nostra economia è solida ma poco diversificata: siamo fortissimi nel fare cose, ma non sempre nel pensare cose nuove. Molte aziende sono eccellenti nell’esecuzione, meno nella visione strategica. E qui si capisce perché, nel 2025, la nostra posizione scende: non è che siamo peggiorati. È che gli altri hanno accelerato mentre noi non abbiamo fatto progressi.

Vicenza è una provincia per bambini, ma non per giovani. Né per l’aria che respiri.

E qui arriviamo all’altra metà del cielo: la vivibilità. Secondo l’indagine sulle fasce d’età, Vicenza è una provincia ideale per far crescere bambini: 10° posto nazionale. Servizi, sicurezza, scuola, welfare: tutto funziona. Purtroppo appena quei bambini diventano adolescenti, il quadro cambia. A 18 anni, molti scappano. A 25, scappano più veloci. A 30, tornano solo per mangiare dalla mamma la domenica. Secondo i dati: Vicenza non è attrattiva per i giovani, né per lavoro, né per opportunità culturali, né per costo della vita. È un paradosso perfetto: una provincia forte, ma con un futuro che rischia di essere debole perché i giovani preferiscono Milano, Bologna, l’estero… E poi c’è il grande tabù vicentino: la qualità dell’aria. Uno dei nostri peggiori indicatori, una zavorra, il motivo per cui molte altre province ci superano nei nuovi ranking. In pratica: viviamo bene nonostante l’aria, non grazie ad essa. E questo è un problema gigantesco, perché nessuna provincia resta nella top 10 se le persone iniziano ad ammalarsi o a chiedersi se uscire a correre significhi fare sport o farsi una micro-fumata di PM10.

La caduta dal podio 2024 al 2025: una sveglia, non una tragedia

Il passaggio da 8° a 18° posto non è un disastro, è un avvertimento. Un avvertimento chiarissimo: Vicenza non è una provincia automaticamente eccellente. Lo è solo se continua a investire, innovare e rinnovarsi. Quando un territorio vive sul proprio passato (industria), ma non costruisce abbastanza futuro (giovani, ambiente, servizi avanzati), la classifica lo punisce. E in effetti:

– c’è stato un rallentamento economico,

– un aumento della cassa integrazione,

– un peggioramento nelle metriche ambientali,

– una maggiore fragilità sociale,

– e un peggioramento delle aspettative generazionali.

Non serve un Nobel per capire la conseguenza: la curva scende

Vicenza ha due strade davanti. Una è comoda, l’altra è giusta.

La strada comoda: continuare così, rimanere “forti ma stanchi”. Affidarci a una manifattura che resta potente, anche se il mondo cambia più in fretta di noi. La strada giusta: ripensare Vicenza. Prendere la top 10 come un punto di partenza, non come un premio da appendere al muro. Vuol dire investire in: innovazione industriale; qualità ambientale; mobilità intelligente; politiche serie per i giovani; cultura che non sia solo eventi ma infrastruttura; rigenerazione urbana anziché espansione a casaccio; sostenibilità reale, non decorativa.

Vicenza ha tutto per diventare un modello europeo, non provinciale, non regionale. Europeo! Tutto questo non succede per caso. Succede se qualcuno, politica, imprese, cittadini, decide che “il benessere non è un diritto acquisito, ma un progetto quotidiano”.

Conclusione: Vicenza non è perfetta. Ma ha tutto per diventare un caso di studio.

Vicenza è un territorio straordinario: dinamico, resiliente, produttivo, con una storia industriale che ha pochi uguali. Ma è anche un territorio che respira male, invecchia velocemente, fatica a trattenere i giovani, si illude spesso di non dover cambiare. La classifica 2024 ci ha premiati. Quella 2025 ci ha svegliati. E forse è un bene. Perché ogni ciclo, dei mercati come dei territori, segue la stessa logica: l’euforia fa crescere, la realtà fa maturare. Vicenza ha euforia. Ora deve decidere se vuole anche diventare adulta.

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